XV.
Il Fato strinse il suo libro di granito, e sorrise. — Quando l'aria esterna ebbe vinta quella del sepolcro, la lampada dilatò con estremo conato la sua pupilla luminosa, e si spense per sempre! — L'aria che respiriamo più assai riusciva mortale che il fiato della tomba di Tullia.
XVI.
E quando il poeta vide la lampada morta a cagione dell'aria, che egli pensava pura, ruppe la cetra, percuotendola nell'angolo della tomba della figlia di Cicerone, gittò via dalla fronte la corona di alloro, e postosi a giacere sopra il terreno nudo, vi battè ambe le palme, esclamando con grandissimo pianto: «Apriti, o Madre, e cuoprimi; voglio morire anch'io!»
XVII.
Riposa dunque in pace nel tuo sepolcro, o Roma; e dove mai la esultanza visitasse le tombe, rallegrati: — tu sei la più grande ombra nei regni della morte, siccome fosti la più immensa dimostrazione di forza e di sapienza nella vita.
PENSIERI
IN PROSA
DA FARSENE UNA PREGHIERA IN VERSI.
Al Dio che ama l'Italia come il primo alito della sua creazione; al Dio che la coprì del sublime arco dei cieli quasi di un manto di gloria; al Dio che pose nell'occhio la lacrima della pietà, nell'anima il sospiro dello amore, Angioli candidissimi della preghiera, offrite il voto dei labbri innocenti.
Come una goccia di pioggia cade inosservata nel seno dell'Oceano; come una foglia, soffiando il vento autunnale, si stacca dal ramo nativo, e poichè incerta percorse breve spazio di cielo si posa sopra la polvere, così passano e non sono più i giorni dell'uomo che il sepolcro rinchiude intero.