LE ANTICHITÀ A PARIGI.
DA SCHILLER.
Con la violenza delle armi involi e trasporti pure il Francese su le rive della Senna quanto l'Arte di Grecia e d'Italia ha creato, e in pomposi Musei mostri alla maravigliata patria i trofei della sua vittoria: muti gli saranno eternamente, giammai dalle basi gli parleranno parola di vita. Possiede unicamente le Muse chi le porta, e le sente: — al Vandalo sono pietra.
NOTE:
[1]. Pag. 357. — Il seguente poema si fonda sopra un'avventura mentovata nelle Antichità della casa di Brunswick scritte per Gibbon. — Io già prevedo che in questi tempi la delicatezza, o il fastidio del lettore, stimeranno siffatti soggetti siccome poco convenevoli alla poesia: i drammatici greci, e molti dei migliori nostri antichi scrittori inglesi, pensarono diversamente; e in tempi più prossimi di là dal mare, Alfieri e Schiller. Il caso seguente chiarirà i fatti su i quali la storia si avvolge. Soltanto al nome di Niccola sostituimmo quello di Azo, perchè più poetico. «Sotto il reggimento di Niccola III, Ferrara fu contaminata da domestica strage. Pel testimonio di una fante, e per le proprie osservazioni, il marchese d'Este scoperse gli amori incestuosi di sua moglie Parisina e di Ugo suo figliuol naturale, leggiadro e valoroso giovane. Ambedue ebbero la testa mozza in castello per sentenza di un padre e di un marito che pubblicò la sua vergogna, e sopravvisse alla costoro morte. Lui misero se furono colpevoli, lui miserissimo se innocenti! Non v'è caso al mondo nel quale io possa approvare l'ultimo atto di giustizia di un padre.» Gibbon's Miscellaneous Works.
[2]. Pag. ivi. — I versi contenuti nella Sezione II furono poco dopo stampati come se fossero per musica: ma appartengono al poema nel quale compariscono, per la più parte composto avanti Lara, e gli altri poemi pubblicati dopo.
[3]. Pag. 370. — «E questo anno fu assai sfortunato al popolo di Ferrara, perchè accadde un caso micidiale nella corte del Principe. I nostri annali manoscritti e stampati, se togli la mal'opera del Sardi e di tale altro, ne danno la seguente relazione, per la quale vengono smentiti certi particolari, in ispecie la novella di Bandelli che ne scrisse una centuria, di rado o mai consentanea agli storici del tempo. — Secondo il mentovato Stella dell'Assassino, il marchese nell'anno 1405 aveva un figlio chiamato Ugo, bello e valoroso giovane, Parisina Malatesta, seconda moglie di Niccolò, siccome quasi tutte le matrigne fanno, assai scortesemente seco lui si comportava, con infinito dolore del marchese Niccolò che troppo lo amava. — Ora avvenne ch'ella domandasse al marito licenza d'imprendere un viaggio, la quale il marchese non le volle negare a condizione che l'accompagnasse Ugo, desiderando per questa via d'indurla a deporre l'odio concetto contro di lui. — E di vero il suo desiderio fu troppo bene adempiuto, dacchè durante la giornata ella non solo depose l'odio contro di lui, ma nel suo amore ferventemente si accese, nè dopo il ritorno il marchese ebbe occasione di tornare sopra gli antichi rimproveri. — Così procedendo la bisogna, un giorno accadde che certo fante del marchese chiamato Zoese, o, come tal altro scrive, Giorgio, passando dinanzi alle stanze di Parisina vedesse uscirne una donzella sbigottita e piangente. Domandata di perchè, rispondeva averla battuta la padrona per una cosa da nulla; e dando sfogo allo sdegno, aggiunse che poteva di leggieri vendicarsene se avesse fatto conoscere la criminosa domestichezza di Parisina col figliastro. Il fante, notato il detto, lo rapportava al padrone. — Egli rimase stupefatto al racconto, nè prestando fede ai suoi orecchi, volle accertarsene di veduta, ahimè! troppo chiaramente traverso un buco praticato nel soffitto della camera di sua moglie, e nel 18 maggio. — Cadde in un subito furore, e fece arrestare ambedue loro, con Aldobrandino Rangoni di Modena suo gentiluomo, e due damigelle, come complici di delitto. — Ordinò si spedisse prontamente l'affare, e volle che i giudici colle solennità consuete pronunziassero dei colpevoli. La sentenza fu morte, quantunque alcuni in pro dei rei favellassero, e tra gli altri Uguccione Contrario ch'era potentissimo con Niccolò, e l'antico e devotissimo suo ministro Alberto Sale. Questi, con le lacrime agli occhi, genuflessi dicevano volesse perdonare ai colpevoli, non fosse altro per nascondere al pubblico il fatto vituperioso. Ma egli inflessibile nel suo sdegno comandò che la sentenza fosse immediatamente eseguita. — Ebbero pertanto la testa mozza nelle prigioni del Castello, in quel maschio spaventoso che in oggi si vede sotto la camera chiamata dell'Aurora ai piè della torre di Lione verso il capo della strada Giovecca. Ugo fu il primo, Parisina seconda, e Zoese il suo accusatore la condusse a braccio sul patibolo. — Camminando temeva di cadere ad ogni istante in qualche trabocchetto, così che spesso domandava s'era ancor giunta al luogo, e le rispondevano aspettarla la mannaia. Interrogò di nuovo che fosse avvenuto di Ugo, e le fu detto esser già morto; allora gravemente sospirando esclamò: Ora dunque desidero morire anch'io; — e accostandosi al ceppo, di sua mano si tolse ogni ornamento e avvoltosi un panno intorno al capo, lo sottopose al colpo fatale che terminò la scena sanguinosa. Lo stesso fu fatto al Rangoni, che insieme agli altri, secondo i ricordi della Biblioteca di San Francesco, fu sepolto nel camposanto di quel convento. — Intorno alle donne fin qui non c'è venuto di rintracciare cosa nessuna. — Il marchese vegliò tutta la notte, e mentre andava di su e di giù per la stanza chiese al capitano del Castello se Ugo fosse morto. — Gli risposero sì. Allora proruppe in ismaniose doglianze, lamentando: — Oh! fossi morto io prima di aver condannato il mio diletto Ugo! — E il giorno dipoi, conoscendo necessaria una pubblica giustificazione, ordinò si scrivesse una narrativa del fatto, e la spedì alle principali corti d'Italia. Il doge di Venezia, Francesco Foscari, ricevutone avviso, senza pubblicarne i motivi sospese gli apparecchi di un torneo che sotto gli auspicii del marchese co' danari di quel di Padova dovea tenersi su la piazza di San Marco in occasione dell'essere stato investito dell'ufficio di doge.»
Il marchese, per aggiunta al fatto, e per non so quale rimasuglio di vendetta, comandò che ogni maritata colta in fallo come Parisina, dovesse come lei aver la testa recisa. Barbarina, o come altri la chiamano, Laodomia Romei, moglie del giudice di corte, fu sottoposta alla nuova sentenza nella solita piazza dei supplizi nel quartiere di San Giacomo di faccia alla fortezza oltre San Paolo. Non è da dirsi come apparisse strana la condotta del principe, che, considerata la sua presente condizione, doveva piuttosto dimostrarsi benigno. Pur non mancò chi ebbe cuore di lodarlo. Frizzi, Storia di Ferrara.
[4]. Gli ultimi due versi sono un'allusione sopra la medaglia che Elisabetta fece coniare in memoria della sua vittoria: presentava una flotta che periva in tempesta con la modesta Inscrizione:
Afflavit Deus, et dissipati sunt.