La Caterina riprende:
«Se l’amavo! se meritava amore! Povera madre mia! Senti, Ciapo!... Fatti più in qua, ed ascoltami bene. — Mio padre fu mercante nell’arte di Por Santa Maria.[12] Felice un tempo ebbe amici; poi cominciò a declinare, ed io mi ricordo, tuttochè bambinella mi fossi, udirlo sovente rammaricarsi non già del suo, ma del pubblico male. La Toscana, diceva, non essere per risorgere più mai: Olandesi ed Inglesi occupare il commercio della Spagna e del Portogallo; le manifatture loro rendere inutili le nostre; empirsi Livorno di gente nuova, per esercitare un commercio che toglieva ai Toscani; provvedimenti fallaci e instabili impoverire il popolo; tutti volere dissimulare il danno, siccome al primo apparire della peste, ma si manifesterebbe ad un tratto l’abisso del male, e senza rimedio[13]: e come disse accadde. — Fallito, infelice, gli vennero meno gli amici: — la bocca (perchè del cuore non può parlarsi) dei curiali fu muta pel mercante improvvidamente onesto. Egli moriva sotto il peso dell’angoscia, e della infamia... La madre mia, senza aiuto nel mondo, restrinse il vivere, si accomodò in una soffitta qui sopra, assunse abito conveniente alla durezza del tempo, e così potè per qualche mese schermirsi dalla estrema miseria. Se parola alcuna le sfuggiva di rammarico o di desiderio (povera madre!), era per me. La domenica, nel vedere dal finestrino giù nella via, donne e donzelle recarsi a messa in Santo Ambrogio ornate di belle vesti sfoggiate e di pendagli di oro, guardava me costretta a rimanermi in casa per mancanza di panni, e sospirava.... poi mi era attorno, mi acconciava i capelli, e quando a suo senno mi aveva lisciata e composta, recandosi in mano i miei ricci, con orgoglio materno esclamava: — Di così fatti fregi non vende mica il merciaio... — Così soffrendo ogni disagio giungemmo al maggio del 1630, in cui la peste, devastata la Lombardia, si sparse per la Toscana dalla parte di Bologna, e con la peste la fame. Pensa tu qual fosse vita la nostra! Tra le percosse, ella... la madre mia, — e le maledizioni; — per la persona malconcia, e nel volto; — urtando urtata, morsa mordendo, le riusciva procurarsi qualche alimento dalle canove aperte dal granduca a sollievo del popolo. — Certo giorno io l’aspettai invano; ella non venne fino a sera. Poco nudrita il giorno innanzi, io sentiva lo strazio della fame, sicchè udito appena il rumore dei suoi passi mi feci a capo di scala gridando: Madre mia, muoio di fame! — Ed ecco, ch’ella estenuata dalla inedia si sforza salire le scale due scalini per volta, arriva palpitante, e gittato un tozzo di pane sopra la tavola si abbandona sul letto. Io, come mi consiglia la fame, non bado a lei, finchè divorato il tozzo intero, non mi sentendo sazia le domando se altro ne avesse portato. La povera madre proruppe in pianto; ed io, che mi accorsi della mia durezza, piansi lacrime di pentimento. Si fece buio: la buona anima di mia madre volle che mi coricassi, e mi confortò raccomandarmi al Signore, assicurandomi che migliore ventura mi aspettava domani. — Mi coricai, supplicando Gesù e la Madonna si degnassero guardarci con misericordia. — Mia madre accese una lampada, e si pose a filare, ma le labbra aride non avevano umore per bagnare il filo, le dita deboli non sostenevano la fatica; spesso sbadiglia convulsa, non le regge la testa. Allo improvviso il lume accenna spegnersi; ella si reca a stento all’armario, e preso l’orciuolo fa atto di rovesciarlo dentro la lucerna... l’orciuolo era vuoto! — tornò a sedere, fissò gli occhi nella fiammella moribonda, e prese a dire:
— In questa guisa si morrà domani la mia Caterina: io non ne posso più: non mi sono sdigiunata tutt’oggi; con i miei piedi di casa non uscirò più; il mondo è pieno di Ruth, ma i Bootz si trovano soltanto nel Testamento vecchio. — Devono essere pur grandi i miei peccati, Dio mio, dacchè mentre la vostra misericordia alimenta il passero sul letto, veste il giglio della valle, mitiga il freddo all’agnello tosato, consente poi che ci travagli tanta miseria! — Si spense il lume, e poco dopo rovesciando dalla seggiola percosse svenuta sul pavimento! — Balzo di letto, e brancolando la rinvengo diaccia come un cadavere. Mal sapendo quello che io mi faccia, coperta della sola camicia prorompo fuori di casa gridando: — è morta! — Nessuno si mosse: vi fu anzi chi temendo non fosse morta di peste turò perfino il foro delle serrature della porta di casa. — Giustino solo aperse l’uscio alle mie strida, e tolta una lucerna venne a vedere mia madre. — Buon Giustino! la rilevò con le sue braccia da terra senza paura di peste, la pose sul letto, la ristorò, ci sovvenne... — Gesù e Maria! (prorompe la Caterina forte stringendosi alla vita dello amato, e nascondendo la faccia nel seno di lui) — ma che i fulmini hanno tolto di mira questa casa?”
“Su via, paurosa; rammentati dei versi del signor Tasso, che leggemmo ieri:
Pera il mondo e rovini; a me non cale
Se non di quel che più piace e diletta;
Che se terra sarò.... terra anche fui...”
“Rammentati piuttosto di una preghiera,” replicò Caterina, ponendogli la mano sopra la bocca, “e ingegnati recitarla devotamente.”
Segue nuovo silenzio, rotto soltanto dal monotono scrosciare della pioggia.
“E se ora,” preoccupata da profonda idea, dopo uno spazio ben lungo di tempo, riprese la Caterina, — “e se ora mi si presentasse davanti l’anima della madre mia, che fino all’anno passato con voti ardentissimi invocavo, e a sedersi su la sponda del letto, e a trattenersi in geniali colloqui, e a non mi lasciare supplicavo... se ora mi si presentasse davanti, ove celerei la mia faccia svergognata....?”