“Caterina! qui sul mio cuore...”

“Così pratichi gl’insegnamenti di tua madre? In questo conto tieni i miei ricordi? la fama incontaminata, che unico retaggio ricevesti dai tuoi, in questo modo conservi? questa è la riconoscenza pel povero vecchio che ti ha raccolto nella sua famiglia, che non ti potendo chiamare figliuola volle darti il nome di sposa? Egli ti salvò la vita, tu lo paghi col disonore. E credi che Dio tolleri simili misfatti? E pensi che il delitto sia per apportarti contentezza? No; ogni germe produce il suo frutto: alla tua colpa si aspetta il rimorso in questa vita, l’inferno nell’altra. — O madre mia!”

“Caterina, perchè tormentarti così? Non crearti fantasmi per averne spavento. Tu vai esagerando il benefizio di questo tuo vecchio. — Che cosa ha egli fatto, che tutti i vecchi avari non facciano? Si è impadronito di un tesoro; e nè lo gode, nè, astioso, vorrebbe che altri se lo godesse. Per un poco di pane pretende egli dunque il sagrifizio della tua così florida giovanezza? Sta a vedere, che anche morto stenderà dal sepolcro una mano scarna, e intenderà tenerti sempre per sua. Ti lascerà forse da vivere, ma a patto che tu ti mantenga sterile e sola; — a patto che tu stia nel mondo com’egli sta nella fossa...”

“Tu se’ bel parlatore, Ciapo mio; ma vedi, qui dentro, Dio ha posto un tal senso che resiste ad ogni fallace argomento. — Morire di sete, — implorare la tazza della carità, — ottenerla, — e contaminarla... oh! ella è cosa piena di abominazione...”

“Amiamoci, Caterina,” stringendosela nelle braccia il giovane appassionato favellava, siccome quello che conosceva essere l’amplesso irresistibile argomento in amore, “amiamoci con tutte le potenze dell’anima. Il paradiso è albergo delle anime innamorate...”

“Sì, ma di quelle che intesero il diritto amore: le altre vanno senza fine sbattute dalla procella giù nell’inferno...”

“Dov’è l’inferno?...”

Un terribile fragore rompe le parole del giovane. Le finestre si spalancano. I frantumi dei vetri mandano suoni sparsi, acuti e prolungati, finchè il vento, dopo averli percossi in mille guise e in mille oggetti, li trasporta lungi di là. I telai scassinati vanno in pezzi battendo sul pavimento e pei muri. Un turbine di grandine inonda la stanza. Mobili, lume, ogni cosa sossopra; e poco dopo, dai fianchi del cielo orribilmente squarciati, un tuono che scuote dai fondamenti la casa, e una fiamma di fuoco che allaga la stanza.

Per le ossa dei due amanti scorre un gelo di orrore: forte l’uno l’altra abbracciando, — mentre volgono attorno lo sguardo atterrito, — ecco si presenta uno spettro avvolto per entro un lenzuolo, co’ capelli bianchi scarmigliati, che agita, — agita la destra levata in atto di maledizione.

Dopo un istante, tenebre.