Il curato alza l’estremo lembo della coltre, accosta il rovescio della mano ai piedi del giacente, e li sentendo gelati sporge in fuori il labbro inferiore con tale un garbo, che poteva tradursi così: — questo è un negozio finito.
Allora vestì il roccetto, e si adattò la stola, dispose tutti i suoi arnesi, e prima dì cominciare gli uffici del suo ministero prese la lanterna, lo guardò bene nel volto, e vide come travagliasse il giacente quel moto convulso che attenua la gola, e scompone i muscoli del mento e dei labbri: — segno certissimo dell’agonia.
“Gli è il male di gocciola,” disse volgendosi ai circostanti, “ma di quello pretto davvero.” — E poi curvatosi verso l’orecchio destro del moribondo: — “Signor Giustino,” prese a gridare con voce piena, “o signor Giustino, la mi sente? la mi riconosce? la mi stringa la mano se mi ravvisa... via! — E’ non v’è tempo da perdere...”
E gli amministrò la estrema Unzione.
Finite le preghiere in latino, riprese il curato a gridargli all’orecchio in italiano:
“Gesù, Giuseppe e Maria, vi raccomando l’anima mia; — ma lo dica, signor Giustino, lo dica di cuore.”
E Giustino mandò dalle fauci un suono roco, e spirò.
“Povero signor Giustino... è passato.”
La Caterina sempre pallida, e immobile.
Ciapo appoggiato ad una delle colonne del letto, tutto chiuso nei suoi pensieri, non dava ascolto.