Andrea, alla nuova del fiero accidente, precipitò dal letto: proprio non aveva più tempo per sentirsi infermo; conobbe bisognargli vita e gagliardia se pure non voleva sopravvivere, in certo modo, a sè stesso: la virtù dell'animo gli somministrò ambedue; chiese di Giannettino più volte, e supplicò a non tenergli nascosto nulla; sè essere parato a tutto; non lo poterono contentare, pure non gli parendo questo il caso per dire, niuna nuova buona nuova, lo fece spacciato; donde in lui più urgente la necessità di mantenersi in vita: sopra i nipoti adottivi non poteva contare per ora, perocchè il maggiore Giovannandrea toccasse appena il nono anno, egli decrepito, adesso, unico pollone a conservare in fiore la casa; il tempo non pativa indugi, nè seco poteva salvare tutti; salito pertanto a cavallo in compagnia di Filippino, e di Agostino Doria, scortato da soli quattro famigliari, fuggiva il Fiesco in quel punto già morto. La moglie Peretta con le sue donne riparò nel monastero dei Canonici regolari di San Teodoro accanto al Palazzo di Fassuolo; la moglie di Giannettino co' tre figliuoli e le figlie si nascose in quello di Gesù e Maria. Ammirando la costanza del vecchio indomito, mi mette ribrezzo cotesto immenso amor proprio, che lo persuade, seco, e solo con lui andare la fortuna dei Doria; forse non correvano periglio alcuno i fanciulli; poteva per avventura assicurarlo la conoscenza dell'indole generosa di Gianluigi, più che tutto il costume vecchio di Genova, dove si contendeva piuttosto per cupidità d'imperi, che per odio di persona: tuttavia sopra il Fiesco egli era caduto in grandissimo errore, nè il costume a cui accenno si mantenne sempre inalterato così, che qualche sanguinosa eccezione di tratto in tratto non incontrasse. Altri non avrebbe sofferto lasciarsi addietro tutti i nipoti, ed uno almanco, il maggiore, avrebbe condotto abbracciato al collo seco. A Sestri lo aspettavano lugubri novelle: quivi e non altrove seppe la morte di Giannettino; non pianse, ma scrisse a Cosimo duca di Firenze, e al Gonzaga vicerè di Milano, entrambi provati da lui fidatissimi allo Imperatore, e nemici mortali di ogni moto capace a sturbarne la tirannide, perchè in fretta e in furia avviassero armati su quel di Genova; poi salito sopra la fregata dei Costi giunse a Voltri, e da Voltri su per l'erta giogaia si arrampicò fino a Masone, castello degli Spinola.

Non tutti i patrizii però furono codardi: alcuni al contrario animosi, i quali o non avvertito o non curato il pericolo, accorsero al palazzo per sovvenire, essi dicevano, alla Patria, e forse il credevano, in fatto gl'interessi della propria fazione. Le storie tengono ricordo di Niccolò Franco decano del Senato, e nello interregno magistrato supremo, il cardinale Girolamo Doria, Bonifacio Lomellino, Giovambattista Grimaldo con Antonio Calvo, e Cristoforo Pallavicino; eranvi altresì Ettore Fiesco, e Benedetto Fiesco Canevari consorti di Gianluigi, ai quali rimase fedele l'alfiere Giocante co' suoi trabanti corsi: ci si trovò presente anco Jacopo Bonfadio, di questi fatti narratore molto maligno e verace poco: l'oratore Figuerroa in cotesta fortuna comparve troppo minore del suo grado, perchè volesse ad ogni patto fuggire, e lo faceva, ma lo rattenne Paolo Lasagna, il quale confortandolo a stare fermo, sotto buona scorta lo condusse al palazzo; dove con la presenza, ed autorità sua confermò gli animi esitanti, crebbe la baldanza ai risoluti: nè questo fu il solo benefizio, che il Lasagna rese ai patrizii: datosi intorno a tutt'uomo, messe insieme nel generale trambusto copia di amici ed aderenti suoi, venendo per questo modo a levare forza ai Congiurati, ed aumentarla al governo. Che poi il Lasagna, borghese essendo, operasse a quel modo, veruno maraviglierà pensando come la borghesia proceda per ordinario troppo più nemica al popolo minuto, che al patriziato, di questo astiando le ricchezze, di quello temendo la inopia; i patrizii, come quelli che sente da più di lei, maledice e sopporta, il popolo minuto reputando da meno di lei detesta e combatte; alla borghesia sembra che, dove co' patrizii non la possa sgarare, almeno la impatterà, perchè respinta dagli uffici supremi le rimarranno i minori, e si rifarà co' traffici; col popolo lo scapito è sicuro. Il borghese non si agita spesso, ma quando si agita nol fa mai per diventare cittadino pari ad ogni altro in libera terra, bensì per trasformarsi in patrizio entrando in verzicola co' dominatori; fra le tristi classi nell'umano consorzio pessima la borghesia bottegaia.

La prima cosa, che i patrizii avvisassero fare, fu spedir gente verso la porta di San Tommaso, così per rinforzare la guardia, come per prendere lingua di Andrea: andarono il Lomellino, il Pallavicino, e il Calvo con l'alfiere Giocante e venticinque trabanti; il Mascardi dice cinquanta; ma in questo come negli altri particolari, dove il Bonfadio non aveva interesse a mentire, preferisco la sua storia ad ogni altra. Costoro, mentre usano diligenza per arrivare, s'imbattono in una banda di congiurati, i quali, scortili appena, gli urtano, e li sbarattano con minacce di morte; fuggendo essi, per ventura si salvano, eccetto uno, nelle case di Adamo Centurione quivi vicine. Anco là rinvennero raccolti Francesco Grimaldo, Domenico Doria con altri maggiorenti della terra; onde, rinnovata con loro la pratica, vennero d'accordo, che sul momento non ci era di meglio, che mandare a esecuzione il consiglio del palazzo: speculata da prima la via e uditala quieta, ripresero il cammino della porta di San Tommaso: colà arrivati domandarono passare per amore e non l'ottennero; tentarono per forza e furono respinti con busse e ferite; ci rimase preso Lomellino, il quale menava mani e piedi per riuscire dall'altra parte: gli altri tornarono addietro più che di passo, ma non istette guari, gli raggiunse il compagno svincolatosi a morsi e a calci dai nemici.

Frattanto la Signoria non istava con le mani alla cintola: raccolti i soldati li dispose intorno al palagio: ai cittadini accorsi assegnò la difesa dei canti delle strade; trasse le artiglierie in piazza tenendoci allato i bombardieri con le miccie accese. Dal lato suo nè anco Girolamo tentennava, e comunque giovane assai e pingue della persona, pure in cotesta notte mostrò singolare prestanza, tenuti in buono ordine i suoi, comecchè ad ogni momento venissero a urtarsi con ischiamazzo infinito a cotesta banda ondate di popolo: giunse alla Chiesa di San Siro; pôsta assegnata. Qui la fortuna gl'inchiodò la sua ruota. L'Assereto, e a quanto sembra il Verrina, vennero ad annunziargli essersi smarrito Gianluigi; ma più basso aggiungevano farlo morto addirittura: però subito partito, deliberarono: Girolamo proseguirebbe la impresa in terra, il Verrina tornerebbe su la galea a vigilare il porto; e in ogni evento a tenere aperta alla salute una via; parve cotesto il più prudente consiglio, e per avventura era, ma spesso non isperimentiamo i consigli più prudenti migliori, però che a Girolamo, col partirsi dal Verrina, venne meno il più accorto, e risoluto aiutante, e ai congiurati la previdenza dello scampo rubò l'animo.

La Signoria, udendo avvicinarsi il Fiesco, deliberava spedirgli contra due consorti suoi Ettore, e Francesco Fiesco per ispiare la mente di lui: profferirsi parata ad accordarsi con modi civili senza mettere la città al cimento di andare sottosopra: partirono, ma poi volendo dare maggiore autorità alla deputazione, richiamatili addietro, aggiunsero loro un Giambattista Lercaro, e un Bernardo Interiano Castagna in compagnia del cardinale Girolamo Doria; questi di conserva misersi in cammino, ma incontrati certi popoleschi che dissero loro villania, e temendo peggio, il Cardinale, a cui parve che la dignità sua ne scapitasse, ricusò farsi più oltre; mentre retrocedevano, un trabante della guardia, o pigliasse sospetto della turba che rispinta accalcavasi scomposta, e a tumulto, o per quale altra disgrazia, sparò l'archibugio, ed uccise di colta un Francesco Riccio proprio al lato del Cardinale, onde non ci fu più verso di svolgerlo, per quante supplicazioni gli facessero, a volere rendere servizio in tanto estremo alla Patria. Crescendo di minuto in minuto il pericolo, e considerato che si correva troppo grossa posta ad aspettare là dentro, chiusi, gli assalti, Ettore Fiesco, Ansaldo Giustiniano, Ambrogio Spinola, e Giovanni Imperiale Balbiano, come più animosi, si proffessero di andare a conferire col Fiesco, andarono di fatti e ben ebbero mestiere sentirsi saldo il cuore, imperciocchè, mentre raggiunto con conati infiniti Girolamo a San Siro stanno esponendogli l'ambasciata, l'Assereto, ed un altro popolesco chiamato il Marigliano si misero a gridare: a che prò parole? Tanto e' bisogna ammazzargli tutti: rifacciamoci da questi. E posta mano alle coltella presero a menare; gli altri fuggirono per miracolo; Agostino Lomellino stette a un pelo che non ci restasse ucciso; più tenace degli altri Ettore Fiesco, confidando forse nella parentela, cominciò a dire con voce sommessa; — che modi sono questi! Da quando in qua si accolgono a questa guisa amici e parenti, i quali s'intromettono pacieri del bene comune! Allora quietaronsi; poi, riconosciuto dai soldati per la usanza che aveva in casa Gianluigi Fiesco, ottenne facoltà di favellare ad agio con Girolamo: nella conferenza, egli che astuto era, alternando ad arte parole, venne a scoprire il caso di Gianluigi, e circa ai finali intendimenti di Girolamo, si accorse come nè anco nell'animo di lui fossero chiari, dacchè quegli insisteva sempre nel volere consegnato subito il palagio dichiarando che in quanto al resto si sarebbe provveduto a bello agio. Ad Ettore parendo averne cavato più del bisogno, pensò a scansarsi; onde, conchiudendo ne avrebbe riferito ai padri, e saria tornato con la risposta, prese licenza. La notizia della sorte toccata a Gianluigi riebbe i padri da morte a vita, i quali, ripreso coraggio, si ammannirono a sostenere gli assalti delle bande del Fiesco. Dall'altra parte la impresa del Fiesco appariva come una macchina a cui si fosse rotta corda o catena; non andava più: quel sostare a mezzo nelle rivoluzioni è morte espressa: i meno intorati dei compagni suoi, col favore dell'ultima vigilia della notte, di mano in mano spulezzavano, sicchè quando Girolamo, tardi impaziente degl'indugi trasse innanzi, trovò di tali apparecchi munito il palagio, che ben si accorse non potrebbe spuntarla con baruffa manesca; al contrario dovesse consultare con prudenza il modo dello assalto.

In questa si metteva un po' di lume, e Girolamo non senza terrore si accorse come assottigliata gli durasse la gente dintorno; però conobbe che invece di pensare ad assalti, beato lui, se gli fosse concesso ritirarsi in salvo. In palazzo se si stava fermi su le difese, tuttavia non si era senza apprensione dell'esito, ignorando le forze dell'avversario; secondochè spesso succede fra i combattenti, se non paura, esitanza dall'un lato e dall'altro; sicchè tennero per provvidenza quando ci videro capitare Paolo Panza, che, uomo imbelle essendo, andò a protestarsi immune da qualunque connivenza coi Fiesco; lo crederono veramente sincero, e avrebbero finto crederlo anco sapendolo bugiardo: senza mettere tempo fra mezzo, in ciò affaticandosi l'oratore Figuerroa, cui pareva mille anni cavare le gambe da cotesto ginepraio, gli commisero andasse alla volta di Girolamo, con promessa di perdono intero ed a tutti, per le cose in cotesta notte commesse, con patto però, ch'egli co' suoi dalla città senza indugio sgombrasse. Al punto in cui Girolamo si trovava ridotto era bazza; però volle in pegno la fede pubblica per la osservanza della capitolazione, la quale fu tosto, e volontieri, da Ambrogio Senarega segretario della repubblica, a nome del senato conceduta. Allora il conte Girolamo saliva in Carignano, dove dato sollecito ricapito ad alcune faccende domestiche, si ricolse a Montobbio, forte arnese di guerra dei conti Fieschi.

Il Verrina, informato del successo, mandò a levare Ottobono Fiesco, il Calcagno con la banda dei soldati dalla porta di San Tommaso, e ricevuti su la galea l'Assereto, il Marigliano, e quanti di quel perdono verdemezzo crederono non potersi fidare, navigò per Marsiglia, conducendo seco Sebastiano Serra, Manfredo Centurione, e Vincenzo Promontorio Vaccari, piuttosto in pegno di non molestato viaggio, che per cavarne riscatto; di vero, giunti alla foce del Varo, gli restituì in libertà.

A questo modo ebbe fine questa stupenda congiura, e i Senatori, osserva uno storico, poterono al mezzo del terzo giorno di gennaio tornarsene a casa a mangiare. Prima però di separarsi spedirono in diligenza Benedetto Centurione, e Domenico Doria a Masone per ragguagliare il Principe punto per punto del successo, supplicandolo a venire quanto prima potesse a felicitare della sua presenza Genova; Andrea partì subito. Messo il piede in casa, come colui, che non aveva ancora tentato il terreno, cominciò a mostrare il sembiante doloroso di mite mestizia; non uscivano dalla sua bocca parole, che tutte umili e tutte benigne non fossero; si professava contento se col danno delle sue robe, e con parte del proprio sangue aveva potuto rendere salva la Patria: rispetto a punire raccomandava si camminasse adagio, però che in quei primi fervori si corresse rischio di scambiare la vendetta per giusto castigo: sopra tutto si astenessero mettere la mano nel sangue, chiudendo questo ogni adito all'ammenda: quanto a lui essere di avviso, che i più incolpati si bandissero in perpetuo; gli altri con esilii temporanei. Sensi di uomo in ogni secolo giusti, in quello poi santissimi, e pure erano lustre di vecchio astuto. In breve però, fatto capace come con cotesti nobili e borghesi potesse in Genova due cotanti più di prima, manda baleno del riposto rancore; ciò nella occasione della scoperta fatta del cadavere di Gianluigi Fiesco, quattro giorni dopo ch'ei si fu annegato, dal pescatore Palliano: ordinava di botto si strascinasse alle forche, ci si appendesse, ci si lasciasse spettacolo di ludibrio, e di terrore; ma i consorti partigiani suoi lo svolsero, comecchè a stento, ammonendolo che il popolo minuto non aveva cessato di bollire; potrebbe nascerne tumulto da evitarsi a cose non anco assodate; le vendette più tardi. Tuttavia piegando Andrea volle che al cadavere si negasse cristiana sepoltura; colà dove si era trovato stesse; ci pose guardie; due mesi dopo sparve, dissero per comandamento del medesimo Andrea che, fattolo trasportare in alto mare, quivi ordinò lo sommergessero: altri opina che questo avvenisse contro la sua volontà, e così credo ancora io.

Quando quei di fuori seppero tornato Andrea in fiore più di prima, cominciarono le condoglianze, e le seguenziali congratulazioni di Principi così nostrani come forestieri. Il Papa, come prima udì fallita la congiura, è fama che avvilito esclamasse: — non si può mica contrastare contro ai voleri di Dio, il quale sembra avere ordinato, che questo Imperatore prevalga per la ruina della Chiesa. Poi steso un breve pieno di benedizione, di lamentazione, e di bugie, glielo mandava da Andrea. Andrea, ricevuto il breve, lo lesse due o tre volte; dopo se lo ripose in seno dicendo, a tempo debito ci avrebbe dato riposta.

In vero a fargli la debita risposta egli non perse tempo, imperciocchè il duca Pier Luigi Farnese non volendo scomparire di petto al suo beatissimo padre, agguantati certi forzati fuggiti dalle galere del Doria, glieli fece ricapitare con un diluvio di proteste; nè contento di tanto gli mandò tre ambasciatori a Genova per condolersi del caso, tra i quali fu il conte Agostino Landi: questi ambasciatori esposero come della congiura il Papa e il Duca non avessero non pure colpa ma odore alcuno, scrupolosi come erano stati sempre ed erano di fuggire da cosa capace di recare dispiacere a principe tanto benemerito della cristianità; e se avevano sparso novelle in contrario, doversi attribuire tutto a gente perversa, che malignando godono seminare zizzania tra persone nate per amarsi, e stimarsi. Andrea rispose in pubblico non essere mestieri proteste; da per sè stessa dimostrarsi la cosa, non potere il padre dei fedeli desiderare se non opere buone, e il Duca alunno di tanto degna scuola, altresì; intanto profferire ad ambedue umilissime grazie, e proprio col cuore. In segreto prese a negoziare con gli ambasciatori, massime col conte Agostino Landi, come potesse ammazzare il Duca, e rendere a quel modo al vecchio Papa pane per focaccia; e per modo egli seppe industriarsi col Landi, che prima che ei partisse da Genova, gli promise di attendere sul serio a vedere se ci fosse verso di ammazzare il Duca, e mettere Piacenza nelle mani dello Imperatore; il quale trattato avendo effetto, Andrea si obbligava a dare una figliuola di Giannettino in moglie al suo figliuolo, e provvedere in guisa che la maestà di Carlo V rimunerasse da pari suo un servizio tanto qualificato. Gli oratori, tornando fecero fede al Duca, che Andrea non aveva pur ombra di sospetto contro di lui; solo dolersi della sua sorte, e della ingratitudine del Fiesco; e il Duca se la bevve. Mirabile questo, come si facciano di leggieri agguindolare i fraudulenti, onde il popolo significando il caso per via di proverbio ha detto: in pellicceria non ci hanno pelli che di volpe.