Siccome poi al duca Farnese premesse troppo più lo Imperatore, che Andrea, così egli spediva in diligenza Ottavio Baiardo al vicerè di Milano con proteste, e profferte larghissime così della persona come dello Stato, e Ferdinando Gonzaga, ch'era diritto, pigliatolo in parola accettava. Sarebbe curioso seguire i ghirigori delle sottigliezze, con le quali il Duca si schermì dal Gonzaga, dacchè adesso le carte ci sono scoperte, e si conosca che il Papa, con lettere del 7 gennaio 1547 scritte dal Copollatto, gli vietasse soccorrere in ogni maniera il Gonzaga, ma qui non è luogo opportuno per questo. Il Duca un po' per simulazione, un po' per cupidità di dominio, che divorando cresce, sotto colore di fellonia occupò i castelli dei Fiesco sul Piacentino Calestano, e Valditaro, dove si erano rinchiusi Cornelio e Scipione, ma poi lasciò in Valditaro a guardarlo Cornelio. Dopo averli presidiati da non temere sorprese, commise da capo al Baiardo andasse a Milano, e facesse capace il Gonzaga corrergli debito confiscare i due castelli a cagione della fellonia del Conte, per cui eglino erano ricaduti alla Camera imperiale; al che rispose il Gonzaga, tutto questo camminare pei suoi piedi, ma non comprendere qual diritto avesse il Duca di castigare, e meno poi come si sostituisse alla Camera imperiale all'effetto d'impadronirsi dei castelli. Il Duca oppose le sue ragioni, il Gonzaga contrappose le sue; da una parte e dall'altra corsero proteste; chi aveva in mano lo strinse.

Lo imperatore, oltre alle lettere, mandò al Doria Don Rodrigo Mendozza principale in corte, perchè gli manifestasse quale e quanto il cordoglio dell'animo suo; non presumere che agguagliasse quello di lui, padre orbato del figlio della sua predilezione; ma correrci poco; come sincero costui chiariremo fra poco.

Cosimo duca di Firenze, che fece provvisioni grandissime mandando gente ad assoldare fanterie, raccogliendo tutte le ordinanze della milizia, e mettendole in punto di movere; a Pisa adunò i suoi cavalli guidati da Chiappino Vitelli, da Roma chiamò Stefano Colonna generale delle sue armi perchè incontanente si partisse; spedì celeri messi a Giovan della Vega ambasciatore di Carlo a Roma, al Toledo vicerè di Napoli, affinchè inviassero senza indugio le galee di Sicilia e di Napoli verso il mare ligustico; mirabile sollecitudine di principe atterrito da un'alba di libertà! — Quando le seconde notizie gli levarono il peso del cuore, mise Jacopo dei Medici a dolersi, e a congratularsi con Andrea; forse unico sincero perchè ci andava del proprio interesse.

Gravissimi i danni di Andrea, però che le sue galee si avessero a rifornire da capo a fondo di attrezzi; mettere le mani addosso ai ladri forse avrebbe menato a niente, certo poi a lungo; ed era da temersi che partorisse scompiglio nella plebe, la quale, se per allora quietava, era miracolo. Andrea, trovandosi a secco di pecunia, gliela somministrò Adamo Centurione, col quale rimasero d'accordo, non dissentendo lo Imperatore, di preporre Marco figliuolo di lui alla condotta dell'armata, finchè non fosse giunto a conveniente età Giovannandrea nipote di entrambi. Durante cotesto anno, ed anco quello dopo, fu mestieri compire le ciurme pagando galeotti buone voglie; indi a poi il delitto, e la preda somministrarono forzati e schiavi di avanzo. Ma quando pure fossero stati cotesti danni mille volte maggiori, Andrea se ne ristorava con usura, però che della sostanza dei Fieschi gli riuscisse agguantare ben quattordici castelli; nella patente d'investitura data in Augusta da Carlo V il 19 giugno 1548 si legge, che furono Terriglia, Carega, Montavante, Calice, Veppio, Cremonte, Grondona, Croce, Val di Trebbia, Garbagna, Vargo, Mentaguto, Marsalaria, e Vivolone; e poichè all'arbore caduto ognuno corre per legna, il duca Pierluigi, non contento di Calestano e Val di Taro dopo demolite la Rocca, e le mura, volle anco Montobbio. Il Papa, non potendo ghermire altro, si prese le tre galee rimaste nel porto di Civitavecchia; poi tra padre e figliuolo si saranno aggiustati; nè i Fiesco si attentarono aprire bocca, non sapendo dinanzi qual tribunale portare le ragioni loro, oltrechè non avevano finito di pagarle; nè potevano trovare modo per farlo. Giulio Landi castellano di Varese, nel 22 gennaio 1547, dichiarò al Doria essere parato a renderlo, con un patto, e fu che si donasse a lui. Andrea gli rispose il castello appartenere al comune di Genova, e quanto più presto glielo restituisse meglio farebbe. Pontremoli lo Imperatore tenne per sè, e dicono per consigli di Andrea, dacchè chi l'occupa sta come a cavallo tra Lombardia e Toscana; ed in quei tempi era un calcio in gola anco al duca Pierluigi. Genova a Varese aggiunse Roccatagliata, e Nirone; gli altri andarono divisi tra il comune di Genova, Antonio e Agostino Doria, ed Ettore Fiesco; il feudo toccato in sorte ad Antonio trovo si chiamasse Santo Stefano Davanto; degli altri non mi capitò rintracciarne il nome. Val di Taro più tardi ebbe Agostino Landi, e meritò titolo di acedelma o campo di sangue, ma lo Imperatore lo battezzò principato. Del palagio di Vialata già dicemmo non rimase pietra sopra pietra; una lapide colà messa portava inciso il decreto col quale si proibiva murare case su l'area maledetta; oggi la sola tradizione può indicare il luogo dove la nobile magione sorgesse.

Il Verrina, il Calcagno, e parecchi compagni, da Marsiglia, si condussero traverso il Piemonte a raggiungere il conte Girolamo Fiesco che attendeva a radunare genti; ed a munire gagliardamente Montobbio; Giovanfrancesco Nicelli presidiava il castello di Cariseto; Andrea intanto con le sue molte aderenze e con le sue ardentissime esortazioni instava perchè i patti convenuti dal Senato co' Fiesco non si osservassero: da un lato mostrava la repubblica non potere con sicurezza, nè con decoro sopportare il fumo negli occhi di Montobbio a dieci miglia da Genova; da cotesto lato la porta sempre aperta a repentini assalti, o ad invasioni di guerra ordinate; e fin qui diceva bene; aggiungeva poi non doversi osservare fede ai ribelli; sostenevalo in questo la scienza infelice dei giureconsulti, usi per ordinario a trovare sembianza di ragione a qualsivoglia scelleratezza, tra gli altri un tale di cui il nome non merita essere tratto fuori dall'oblío; costoro, consultati rispondevano senza discrepanza: — la fede pubblica insufficiente a impedire il castigo di misfatti sì atroci, nè potersi affermare impegnata la fede pubblica, conciossiachè il partito non fosse stato proposto, nè discusso, nè vinto da numero legittimo di Senatori a seconda delle costumanze della repubblica: vulgata cosa in diritto le promesse estorte dalla paura non fare obbligo, e quivi (nota sofisma) essere caduta suprema violenza, avendo sforzato non un individuo, od una famiglia, bensì la intera repubblica; necessità il supplizio dei parricidi, che tramarono lo eccidio della Patria, non solo per vendetta, quanto, e più per salutare terrore dei superstiti.

I padri da un lato consapevoli da qual parte tirasse il vento, e dall'altro repugnanti a ravvilupparsi in una guerra contro il Papa, il Duca di Piacenza, e la Francia, mentre lo Imperatore lontano, con tante legna su le braccia non inspirava fiducia di sollecita nè di efficace difesa: considerando inoltre i Fiesco, e i settatori loro andare e venire con sicurtà per gli Stati della Chiesa, argomentavano ciò non potere succedere senza permesso della Corte romana, e forse sapevano averglielo dato il Cardinale Alessandro; non ignoravano Cornelio, Scipione, fuggiti dopo il caso a Piacenza, essere stati scortati dai cavalli del Duca fino alla Mirandola, e Pierluigi avere notte tempo conferito lungamente con loro; il Papa, è vero, in pubblico ricusò ricevere Scipione, ma in privato lo accolse; ancora Pierluigi aveva fatto dire a Maria madre dei Fiesco, sgombrasse da Piacenza dove erasi ridotta, ma ella continuava a starci. Montobbio a quel tempo reputato validissimo a sostenere lungo assedio, presidiato da buoni archibusieri, e munito di artiglierie. Nè gl'indizii della parzialità del Duca pei Fiesco finivano qui; quantunque il castello di Valditaro si reggesse per lui, tuttavia ci mise dentro per castellano Giammaria Manara compare di Girolamo, e questi, come da sua creatura, cavava dal Manara ora provvisioni, ed ora archibugeri dei migliori per difesa della torre. Per ultimo quando il Gonzaga volle levare fanti in Monticelli e in Castelvetro, ne fu ributtato, e siccome insisteva, Marchio, e Faustino, commissarii in cotesti luoghi pel Duca, gli fecero sapere non poterlo consentire; dover eglino osservare gli ordini del signore senza pigliare servitù. Da tutte queste cause a noi note, e forse da altre, che ignoriamo, mosso il Senato, nonostante il conquidere indefesso del Doria, e degli aderenti suoi, giudicò proporre patti al conte Girolamo per mezzo di Paolo Panza a cui commise di offerirgli fino a cinquantamila ducati perchè cedesse Montobbio, e si levasse di su le terre della repubblica a tribolarle con la guerra. Se questo fosse successo, al Senato pareva avrebbe fatto un buon negozio, dacchè nella spesa trovava compenso, e si cavava fuori dal ginestraio; quelle medesime cause che persuadevano il Senato a umiliarsi, aumentavano la superbia di Girolamo, e dei compagni suoi; i quali, levati ad alte speranze, non solo per gli aiuti del Duca, ma altresì per quelli altamente poderosi del re di Francia, si ricusarono di netto. Allora vinse il partito di Andrea, e i cinquantamila scudi si stanziarono per la guerra.

Paolo Moneglia, e Paolo Centurione si fecero ad assalire Varese e con facile vittoria se ne impadronirono. Cariseto resistè due giorni, se nonchè la torre, battuta furiosamente, tracollando, gli assediati calarono a patti, i quali negò il capitano Garofolo Boniforte, o non volesse, o non potesse, e ciò con poca reputazione di lui, e manco vantaggio, perchè Giovanfrancesco Nicelli castellano, notte tempo uscito co' soldati e co' terrazzani tutti, uomini e donne, si mise in salvo sul contado di Piacenza.

Per andare contro Montobbio si ammannirono con grosse provvisioni; levarono duemila fanti, massime côrsi, confidandone la condotta a due colonnelli Francesco e Domenico Doria; al comando delle universe milizie preposero Filippino Doria, commissarii di guerra elessero Cristofano Grimaldo, quel desso che nel 1535 fu Doge, e Lionardo Cattaneo: capitano generale di tutta la impresa elessero Agostino Spinola. Andarono custodi dei confini Lamba Doria, Bernardo Lomellino, e Gabriele Moneglia, però che corresse voce tutta la gente di Nura stare in procinto di prendere l'arme, e si sapeva, che il duca di Piacenza, difettando di archibugi, per mezzo del Valerio Armiano suo oratore a Venezia aveva richiesto al Senato la facoltà di cavarne ottomila da Brescia, e la ottenne solo per cinque, e più assai del Duca stessero in sospetto dei Francesi stanziati grossi nel Piemonte. E' fu dura cosa carreggiare le artiglierie per coteste aspre giogaie, e non meno difficile piantarle per modo che potessero fare buon frutto, sorgendo Montobbio isolato da tre punti sopra un colle ricinto da due torrenti; ci si sale da un lato solo, da tramontana; ma qui naturalmente i ripari erano maggiori, con mura spesse ben quindici piedi, e con una Rocca acconcissima alle difese come alle offese. Dato mano al trarre, ben si conobbe quanto premesse agli assalitori di terminare presto la impresa, imperciocchè nel corso di pochi dì sparassero ben diecimila cannonate, e senza costrutto; anzi dei cannoni parecchi troppo arroventiti spaccaronsi con morte, e ferite degli artiglieri che ci stavano attorno: poco dopo il tempo ruppe in isconci acquazzoni con molestia infinita dei soldati privi di ricovero, e bisognò smettere. Forse i Genovesi, a cui la feroce improntitudine del vecchio Doria già tornava sazievole, sariensi affatto remossi dalla impresa, se due casi di fresco accaduti non gli avessero confermati nella statuita deliberazione; il primo fu la morte di Francesco re di Francia, onde si presagì, e bene, che il successore su quelle novellizie del regno si sarebbe astenuto da partiti arrisicati, il secondo i soccorsi che oltre la speranza giungevano in fretta dalla parte del duca di Firenze, e del vicerè di Milano: di fatti questi mandò quattrocento fanti, quegli parecchie bande di archibugieri con Paolo da Castello, e talune di cavalleggeri condotte da Chiappino Vitelli con munizioni e artiglierie. Contro ai congiurati era comune la guerra dei tiranni vecchi e dei nuovi. La stagione rimessa al buono, Agostino Spinola dopo data migliore disposizione alle artiglierie, il dieci maggio ripigliò a battere la muraglia, e questa volta con frutto, chè in breve ne atterrò tanto tratto da rendere possibile lo assalto: nè pertanto le cose di quei di dentro sariensi avute disperate, se i fanti, per mancanza di paga, non avessero preso a tumultuare; e ciò saputo dallo Spinola, per corromperli meglio, mandò intorno parecchi trombetti a bandire che se gli assediati si confidavano negli aiuti di Francia mettessero l'animo in pace, e senza quello il duca di Piacenza non si saria attentato movere passo; a chiunque venisse talento sortire dal castello per quel dì, e l'altro appresso, egli assicurava transito libero senza pagare taglia, e le robe salve. Allora Girolamo, temendo di guai, venne d'accordo con gli altri di mandare Girolamo Garaventa e Tommaso Assereto allo Spinola per ottenere patti; vinti erano e volevano parere vincitori, chiesero il passo libero con arme e bagaglie; furono le gravi condizioni facilmente respinte da cui era fermo non accettare le lievi. Ridottosi il Fiesco coi fidatissimi suoi a segreto consiglio, esaminarono se ci fosse verso col favore delle tenebre mettersi in salvo, e parve che non ci fosse, correndo divario tra Cariseto e Montobbio, però che in Cariseto fossero tutti di un cuore; e lì avere pur troppo il Giuda in casa, ond'era da temersi che o prima, o al momento della fuga ne fosse dato avviso al nemico, il quale, giusto a cagione del caso di Cariseto, stava a buona guardia: inoltre al conte Girolamo il corpo pingue non permettere i passi solleciti della fuga.

Capisco, che se quanto sono per dire io lo esporrò perchè gl'Italiani ne facciano senno, e' tornerà lo stesso, che mettere l'acqua nel vaglio; pure non lo vo tacere. Cornelio, il quale essendo giunto a raccogliere alla Mirandola più con le supplicazioni che co' danari una grossa banda di soldati spasimava di sovvenire il fratello e gli amici pericolanti, fu impedito dai Francesi allora in pratica di accordo con lo Imperatore. Così fu sempre: la Francia, quando ne va del suo interesse, il sangue altrui conta come acqua, la roba nulla.

La conchiusione della consulta del conte Girolamo e degli amici suoi fu che ormai non rimaneva altro partito, che rendersi, e questo fecero commettendosi alla fede del Senato; ciò accadde l'undici giugno, dopo quarantadue giorni di assedio, ma veramente tutta la impresa durò quattro mesi.