Ora resta a vedere la fede, e la pietà dei vincitori. I soldati del Doria, appena messo il piede nel castello, tagliano a pezzi il Calcagno, il Manara, e quanti altri sospettarono si fossero trovati alla morte di Giannettino.

Messa a partito in Senato la domanda del conte Girolamo, e dei compagni suoi, non mancò chi inclinasse a misericordia, industriandosi attenuare la colpa con la leggerezza giovanile; ed averla punita a sufficienza le morti avvenute, e lo schiantamento di una casa tra le genovesi principalissima; che se non si riputasse il passato bastevole castigo, altro vi se ne aggiungesse, purchè non di sangue. La fede pubblica si osservasse, senza badare se data con modi più o meno solenni; fallo, in ogni caso, da imputarsi piuttosto a cui la impegnava, che a cui la riceveva: vile sotterfugio, e alla dignità del Senato ingiurioso essere quello, che lo chiariva vinto dalla paura: ma più che tutto percoteva le menti di pietà certa lettera di suora Angiola Caterina Fiesco sorella del conte Girolamo, mandata alla Signoria, con la quale implorava la vita del fratello: certo ella apparisce scrittura unica per quella affettuosa eloquenza, che la passione ispira; a me per istudio di brevità non si concede riportarla intera; chi ne ha vaghezza la legga nelle note di Agostino Olivieri alla congiura del Fiesco dettata dal Cappelloni; giovi però alla nostra storia porne qui due passi: — «le supplico non manchino di ricordarsi come da quelli gli fu perdonato, il quale perdono gli fu confermato per decreto da loro medesimi: di poi piacque a quelle di non più levarlo. — In fondo; — prego le Signorie vostre illustrissime con lacrime, e sospiri amarissimi si vogliano ricordare che questo poverino sciagurato fu figliuolo di quella felice memoria del signor Sinibaldo Fiesco (ahi! dolcissimo padre, dove sei?) che anco lui fu autore della unione e libertà, la quale curò mentre visse del continuo mantenere.»

Tutto questo era niente contro il rigido volere giunto alle istanze del Figuerroa, feroce, come suole, nella bonaccia, quanto si mostrò più codardo nella procella, il quale sosteneva, che il Senato in ogni caso mancava di facoltà per rimettere ai Fiesco il delitto di alto tradimento commesso da vassalli e pensionati dello Impero contro feudatarii, e vassalli imperiali, nè solo contro feudatarii, ma altresì in pregiudizio della stessa sacra maestà; bastava anco meno per dare il tracollo alla bilancia presso coteste povere anime, che non si peritavano chiamarsi Senato in Italia dove un tempo visse il Senato romano; si vinse pertanto, che i patti non si osservassero, nè la fede pubblica si avesse a reputare obbligata a mantenerli; e questa deliberazione fece testimonianza di avarizia, e di crudeltà, giudicando lo universale, che nei petti genovesi riardesse l'ira per essersi dovuta fare una spesa troppo maggiore della presagita, a fine di venire a capo di cotesta guerra: e di vero se tanto reputavano enorme adesso la colpa del conte Girolamo da non doverla per verun conto perdonare, e perdonato non tenergli fede, o perchè vennero una seconda volta a patti con esso lui profferendogli il compenso per la cessione del castello? Non si mercanteggia con gli scellerati, o se pure si mercanteggia egli è mestieri, che nel caso il Senato di queste due sequele ne accetti una, o forse non vi ha scelta, e gli conviene patirle entrambi: o i Fieschi non furono sempre nel giudizio dei Senatori reputati tali, che non meritassero alcun riguardo, o i Senatori fecero più conto della roba, che dell'onore. Di rado si avvertono, e avvertite, anco più di rado si evitano le conseguenze di tali infelici deliberazioni; sempre poi, per la maligna virtù dì loro, gli Stati prima perdono il credito; poi la vita.

Condannati ormai Girolamo, e i settatori erano; tuttavia si pretese giudicarli, nè mancarono storici cui bastò la fronte di affermare, che la compilazione del processo fu fatta con diligenza scrupolosa; certo è, che gli sottoposero al tormento, e il conte Girolamo come gli altri: di già vedemmo come il Sacco, sapendo o dubitando trovarsi aggravato dal Verrina, scrivesse a Pierfrancesco Grimaldo scusandosi. I prigioni, o sia che l'uomo si attacchi alla vita quanto più sente sdrucciolarsela sotto, ovvero perchè lo estremo della miseria tolga ad un punto lume alla mente, e virtù al cuore, sembra, che sul serio sperassero dalle difese salute; imperciocchè, nonostante la sentenza condannatoria, essi si accinsero a interporre appello, ed havvi certa lettera, scritta da Montobbio al Senato del 7 luglio 1547, di un Polidamente Magno pretore, e di un Egidio giudice, i quali avvisavano come il conte Girolamo, il Verrina, e il Cangialanza intendano continuare a difendersi in ogni modo, avendo a questo fine esebito le loro scritture, le quali però eglino hanno ributtato per cinque distinte ragioni, che insomma poi riduconsi ad una, ch'è, il Principe averli ormai condannati, e costoro avrebbono a questa ora a capire che, dallo sporgere il collo in fuori, non gli rimane altro partito a pigliare; tuttavia chiedono risposta per sapere come governarsi; e l'ebbero: la portò il boia, il quale il conte Girolamo e il Verrina con nobilesco costume decapitò, Desiderio Cangialanza plebeamente appese.

Polidamante pretore, ed Egidio giudice, avevano ragione a dire inutile il proseguimento del processo; avrebbono fatto meglio a non incominciarlo nè manco; ma forse allora non si sarebbe potuto, secondo le regole, porre gl'incolpati alla tortura per cavarne indizi e fare una ghiacciata di complici; questa e non altra la causa per cui parve utile instituire il processo, e inutile proseguirlo; il torto l'hanno gli storici, i quali lepidamente affermano come i ribelli presi a Montobbio fossero con riguardo scrupoloso giudicati.

Quale la fine di Cornelio non ci fu dato rinvenire; ridotto a vivere in Francia, io penso, che esercitasse la milizia; ma di lui, illegittimo e povero, forse non fu notata, o se avvertita, non premiata la prodezza; forse morì di morte precoce, o piuttosto, percosso da tante sciagure, amò giorni quieti di mesta oscurità. Di Scipione si ha ricordo, e sappiamo come, quantunque fanciullo, non iscampasse dalla comune ruina dei suoi; condannato a parte, si ebbe bando perpetuo con la perdita di ogni suo avere; spenti poi Carlo V, e Andrea, chiese al novello Imperatore la sentenza si rivedesse; se ottenne giustizia, e se si ridusse a vivere in patria, non mi è noto; ma sembra di no, imperciocchè sposasse in Francia Alfonsina Strozzi figlia di Roberto, che fu cavaliere di Santo Spirito, con esso lei procreasse generosa prole, ed ottenesse in corte onoranze, e stati al pari dei principali gentiluomini di Francia[13].

Sopra tutte truce la fine di Ottobuono Fiesco: la sorte il condusse a militare in Siena fra le armi francesi; caduta Siena, con valorosi uomini si chiuse in Porto Ercole; mille in tutti; e gli assalirono il marchese di Marignano, e Chiappino Vitelli con cinquemila fanti, fiore di soldati, e Andrea Doria ci andò, per comando dello Imperatore, con trentotto galee a circondarlo dal lato del mare: non pareva, e veramente non era cotesta impresa da sostenersi, ma ci comandava Piero Strozzi, per antico costume uso a non cedere, se prima non mirava la disperazione proprio in faccia; in fatti presto li ridussero al verde, in grazia delle artiglierie, che il Doria prestò al marchese di Marignano; ruinati i forti, i difensori più prodi uccisi, Piero diè voce di andare con una galea contro l'armata turchesca per affrettarla alla riscossa; ad altri altre novelle; partì nè più si rivide, e ai rimasti toccò rendersi a discrezione; i soldati, spogli dell'arme, e di ogni valsente che portavano addosso, ebbero licenza di andare con Dio; i ribelli consegnansi al Doria, affinchè sopra le galee li trasportasse a Livorno; tra questi, agognata preda da lui, Ottobuono Fiesco. Andrea lo fece riporre dentro a un sacco, e poi con lunga vece ora tuffare, ora trarre fuora dall'acqua perchè si sentisse morire. Gli scrittori dei gesti del Doria tacciono del caso e a dritto; dacchè si comprenda il cruccio di un uomo, il quale, inteso durante tutta la vita a fondare la grandezza della propria famiglia, miri un dì schiantato l'erede su cui si appoggia tutta la sua speranza; anco in parte lo scusano i tempi, e gli esempi tristissimi; lo giustifica in certa guisa il costume di esercitarsi tra gente barbara: e tuttociò considerato pure non puoi astenerti da sentire raccapriccio per un uomo che, dopo otto anni dalla congiura Fiesco, su lo estremo della decrepitezza (così che da un punto all'altro doveva aspettare la chiamata per comparire alla presenza di Dio) non rifuggiva spaventare il mondo con lo spettacolo dell'odio che non perdona mai. E nondimanco anco in me riarde implacabile l'odio, non già contro Andrea Doria, bensì contro i vituperosi scrittori, i quali si attentarono salutarlo magnanimo. Da un altro fatto si palesa eziandio, come l'odio, più che ogni altra forza, valesse a tenere tanto lungamente unita l'anima al corpo del Doria, il quale è questo, che, comunque decrepito, volle farsi ritrattare, in sembianza di percotere con la verga un gatto, che fu l'arme dei Fiesco, quasi per tenere sempre dinanzi agli occhi una immagine, che gli ricordasse il cómpito di sterminare la casa Fiesca, finchè gli bastasse il fiato.

Romanzieri e Tragedi fantasticarono intorno alla Leonora Cybo, moglie di Gianluigi, strane cose e false. Lo Schiller finse che, aggirandosi ella durante la notte della congiura per le vie di Genova in traccia del marito, rinvenisse il mantello rosso che costumava portare Giannettino Doria, e in quello per celarsi nella baruffa si avvolgesse, onde poi Gianluigi, scambiandola in mezzo al tumulto pel suo nemico, miseramente la trucidasse; diverso il Tedaldi Fores (che se la morte non lo mieteva immaturo sarebbe cresciuto bella fama italiana) ci mostra la Leonora sul lido pazza pel dolore del perduto consorte: ora di tutto questo è niente: Eleonora si consolò e presto. In certo libro manoscritto, che si conserva nella biblioteca civica di Genova, dettato da un Buonarroti ed ha per titolo: Alberi genealogici di diverse famiglie genovesi, occorre notato, com'ella si maritasse in seconde nozze con Chiappino Vitelli marchese di Cetona, soldato di Cosimo duca di Firenze, immane, dicono, per corpulenza in guisa, che una sua coscia superasse in grossezza la vita della moglie; e, quello che spaventa di più, esecutore dei truci comandi in danno della famiglia del suo primo marito: apparisce altresì, che cotesta donna, se difettava di tenerezza, non patisse mancanza di solerzia pei suoi interessi, dacchè troviamo com'ella accomodasse nel 1549 grossi capitali sopra i banchi di San Giorgio. Dalle quali notizie sbalza fuori una considerazione, che parci buona, ed è, che gli uomini, invece di sbraciare alle donne virtù che non possiedono, farebbero molto bene a rispettare quelle che hanno.

Adesso, affinchè conchiudiamo convenientemente questa parte della vita di Andrea Doria, rimane a vedere se la congiura di Gianluigi Fiesco potesse approdare o no. I panegiristi di Andrea affermano risoluti, che, come scellerata, ella fu pazza, non si potendo reggere per cause interne ed esterne; e discorrendo le interne, dicono come il Conte non potesse fare capitale sopra veruno ordine di cittadini; non su i nobili alieni da mutare stato, epperò impedimento inerte, se non tocchi; nemici potentissimi ed operosi, se offesi; non su i borghesi, come quelli che lo arieno tolto in odio come oppressore della libertà, e perturbatore dei traffici, quali desiderano sempre, e sia qualunque, quiete; forse tutto al più poteva sperare di rinvenire seguito nel popolo minuto; ma questo all'ultimo poteva difficilmente tenersi da offendere i cittadini nella roba o nella persona, onde gli offesi, stretti in lega pel comune pericolo, avrebbero respinto la forza con la forza, e così la città sarebbe caduta in guerra civile e moltiplice e infinita; e nè anco compariva che Gianluigi avesse preso accerto dei disegni del Verrina, nè pegno dei fatti suoi. Arrogi i torbidi pel caro della vittovaglia in cui allora si versava la città, di che non si sarebbe mancato attribuire la colpa al Conte; e poi, o come voleva fare Gianluigi a reggere, Andrea vivo? E morto, come resistere agli sforzi palesi o segreti di tanti amici, consorti e collegati suoi? Come alle insidie di Carlo imperatore, alla fortuna, e alle armi di lui?

Inani cose tutte per piaggeria o per errore, ma più per piaggeria, perocchè i nobili, come vedemmo, fra loro si odiassero a morte, parendo ai nobili nuovi essere rimasti soperchiati con le leggi messe fuori dal Doria, e ai vecchi con la violenza dei nuovi; i borghesi, secondo il solito, stupidi, la più parte, e disposti al basto, purchè uno; se due forse si sarebbero risentiti; ma in qual modo sariasi comportato Gianluigi non si poteva sapere, ed è da credere bene, almanco su i primordii; del popolo non era a dubitarsi, compiacendo egli al proprio genio e dalle lusinghe vinto, e dai doni: lasciatolo un po' sfogare da principio, si poteva facilmente ridurre a partito, che co' tumulti verun governo dura, e Gianluigi, a quanto sembra, non era uomo da farsi tagliare le legna addosso; rispetto poi al Verrina, checchè altri abbia fantasticato di lui, egli si mostrò sempre fedele alla fortuna dei Fiesco, con loro si perigliò, con loro morì. Andrea, rotto come si trovava dagli anni, accasciato dalle infermità, vinto dall'angoscia, avrebbe avuto per ventura essersi messo in salvo con la fuga; gli amici e consorti, e i collegati suoi egli avrebbe sperimentato, nello infortunio, simili in tutto agli amici, ai consorti e ai collegati dei Fiesco; quelli, come questi, sariensi stretti in folla attorno l'albero caduto per levarne le schiappe; e sopra ogni altro te ne faccia prova lo Imperatore Carlo V, il quale, sprofondato nella guerra dei luterani in Germania, e atterrito dai tumulti di Napoli, essendogli corso il grido che il rivolgimento di Genova aveva preso piega favorevole al Fiesco, spedì in diligenza a Ferdinando Gonzaga, affinchè s'industriasse con ogni argomento tenersi in divozione Gianluigi, promettendogli in modo solenne che, qualunque patto avesse convenuto con lui, egli lo avrebbe senza fallo osservato.