A questo si riduce l'amicizia dei Principi; e a cui ci si fida toccano per ordinario le beffe e il danno; nè più ha forza presso di loro la parentela, e il caso di Pierluigi Farnese lo chiarirà fra poco; nè credo già, che possa maravigliarsene alcuno, imperciocchè tra le arti di regno si annoveri precipua la ragione di Stato, la quale viene costituita dal rinnegamento di ogni senso morale, dall'oblio dell'amicizia, della consanguineità e dello stesso amore. Affilata del continuo su la cote del più acerbo interesse, l'anima dei re diventa alla per fine un rasoio.

CAPITOLO IX.

Quali i concetti di Ferdinando il Cattolico nello istituire la Inquisizione di Spagna: procura estenderla a Napoli ma poi se ne rimane, e perchè. — Piero di Toledo vuole introdurla a Napoli; il Papa prima per interesse si oppone, e poi per interesse acconsente; lo tenta due volte invano; alla terza contrasta un Bozzuto poi arcivescovo di Avignone ed in ultimo cardinale; il Vicerè ricorre alla forza, ed è vinto. I rispettivi si mettono tra mezzo tra il popolo e il Vicerè, e persuadono i Napolitani di mandare deputati a Cesare, e rimettersene al suo giudizio. — Principe di Salerno eletto deputato domanda parere; consigli del Martelli e di Bernardo Tasso stampati. — Dialogo di Torquato Tasso del Piacere onesto su questo proposito. — Giannone giudicando il principe di Salerno sè condanna. — Soccorsi del Doria e di Cosimo duca di Firenze al Toledo; il quale inorgoglito mette le mani addosso a cinque giovani nobili, e i giudici ricusandosi condannarli, il boia decapitarli, ne fa scannare tre da un suo moro affricano. — Popolo dà nelle furie; lo quieta Pasquale Caracciolo; lo inviperisce Scipione della Somma e come; i rispettivi sempre lì a tagliare i nervi al popolo. — Giustizia dello Imperatore quale: nuovo tumulto e miracolo della paura. — La Inquisizione si mette da parte, ma i Napolitani pagano cara la vittoria; multe, e condanne; al principe di Salerno tocca chiarirsi ribelle. — Considerazioni sul Doria. — Se Andrea pigliasse parte nella congiura contro Pierluigi Farnese e quanta; prima pratica appiccata dal Doria col Landi; seconda pratica con Girolamo Pallavicino; strana persecuzione di Pierluigi contro questo barone, e strano caso, che mostra potenza di femmina a che arrivi. — Don Ferrante Gonzaga presentito dallo Imperatore scredita il trattato di Andrea, e lo assume per sè. Particolari sopra Pierluigi Farnese bastardo di Paolo III; legittimato per concessione di Giulio II; si ammoglia con la Girolama Orsina; milita contro Roma insieme al Borbone e piglia parte allo eccidio della Patria; — sotto Firenze è casso dalla milizia con infamia. — Caso nefando del vescovo di Fano; se vero; obiezioni contro il Varchi confutate; — prognostici del suo astrologo; — bestial caccia di un giovane famigliare del cardinale di Ferrara. — Astutezza di Pierluigi, e modi da lui praticati co' suoi segretari; — è fatto duca di Castro, e gonfaloniere della Chiesa; poi marchese di Novara; il Papa vorrebbe procurargli la signoria di Milano; ma non riesce; — i Veneziani lo scrivono sul libro di oro. — Giulia da Varano spogliata dal papa di Camerino per darlo al nepote Ottavio. — Di Parma e Piacenza, e loro fortuna; il Papa propone infeudarle a Pierluigi; trovando contrasto in concistoro le baratta con Camerino e Nepi; i cardinali a mala pena consentono; qualcheduno nega sempre. — Pierluigi governa civilmente, promuove il bene del popolo, abbatte i feudatarii; suoi ordinamenti. — Il Gonzaga tenta i feudatari piacentini. — Sua corrispondenza con lo Imperatore; ed esquisite fraudolenze di lui. — Pierluigi con incredibile celerità costruisce la cittadella di Piacenza. — Altra corrispondenza del Gonzaga con lo Imperatore, il quale accetta la congiura; solo raccomanda non si mettano le mani addosso al Farnese. — Come il Gonzaga interpetri la volontà di Cesare ai congiurati; — questi mettono fuori nuove pretensioni; si tentenna a concederle e perchè. — Ottavio genero di Carlo visita il padre Pierluigi: nuovo intoppo alla congiura. — Il Gonzaga avvisa l'Imperatore alla scoperta che i congiurati intendono ammazzare il Duca; e Carlo approva. — Avvisi dati al duca dal Caro, dal Buoncambi e dal Giovio; non è vero lo avvertisse il Papa; questi il dì che gli trucidavano il figliuolo si vantava felice più di Tiberio, Plac, Cabal e Prope. Il gesuita Segneri. — Modo tenuto nello ammazzare Pierluigi; con esso lui si scannano due preti. — Il popolo infuria e vuole il Duca; gli buttano i corpi dei preti; il Duca legano fuori di finestra per un piede; non lo ravvisando il popolo buttano giù anco lui. — I soldati del morto Duca cedono alla fortuna e vanno a salvare Parma; i congiurati, dato il segno con le artiglierie, il Gonzaga muove da Cremona per occupare Piacenza. — La città si protesta incolpevole, e manda lettere al Papa a profferirsegli devota; per prepotenza poi è costretta a dichiarare che si sottopone spontanea a Cesare. — Chi desse al Duca sepoltura cristiana; se lo facesse diseppellire il Gonzaga, e per quali cause. — Cesare tiene Piacenza e finchè regna non la vuole rendere. — Se ci sia bisogno di obbligare i preti al perdono; e come lo concedano essi. — Tetrastico contro lo Imperatore. — Filippo II rende Piacenza ai Farnesi e perchè. — Apollonio Filareto segretario del Duca col vice-segretario sono sostenuti e messi al tormento; quali le cagioni. — Annibal Caro altro segretario del Duca con buono accorgimento si salva. — Come il Papa sentisse la nuova della strage del figliuolo: novelle degli scrittori chiesastici; altre novelle e peggiori degl'imperiali; quello, che ci è di vero. — Il Papa volendo rendere Parma alla Chiesa scopre nemici tutti i suoi; e Ottavio in procinto di legarsi coll'omicida di suo padre per contrastargli; di ciò si accuora e muore. — Andrea Doria esulta della morte di Pierluigi; s'è vero, che rimandasse a consolare il Papa la lettera stessa, che questi gli aveva scritto in occasione della morte di Giannettino. — Giannettino compare di Pierluigi. — Sospetti di Andrea per la sua vita. — Congiura di Giulio Cibo: cause di discordia tra la marchesa Ricciarda e il figliuolo Giulio; questi usurpa lo Stato alla madre; gli tocca a lasciarlo; lo ripiglia sovvenuto dal Doria, e da Cosimo dei Medici. — Carlo V ordina lo restituisca, e commette a Cosimo e al Doria lo costringano. — Insidie di Cosimo. — Giulio inasprito congiura ribellare Genova ai Francesi; nelle sue reti irretisce; è preso, martoriato, e fatto in due tocchi a Milano. — Considerazioni su questo caso. — Ipocrisie di scrittori venali. — Carlo V disegna fabbricare una fortezza a Genova; pratiche dell'oratore cesareo col Doria. — Ai nobili vecchi la proposta piace e perchè, — e Andrea ci acconsente — pei conforti del Senato si ricrede, e non crolla più. Insidie spagnuole. — Il Papa dà la sveglia a Genova: accorte provvidenze e animose. — Viaggio del principe Don Filippo di Spagna in Italia. — Lusso smodato e sequele dello esempio nei costumi spagnuoli. — Stupidità di scrittori venali. — I cortigiani straziano Andrea pensando averlo agguindolato, ed egli finge non avvedersene. — Arti del Gonzaga. — Se sia verosimile che Cosimo duca di Firenze partecipasse alle insidie, e se, partecipandovi prima, vi persistesse poi; perchè non andasse a Genova per complirvi Filippo; se verosimile ci mandasse il figliuolo Francesco col donativo di 100,000 ducati. — Filippo tenta pigliare albergo nel palazzo del Doge, e risposta di Andrea. — Mentre gli Spagnuoli si tengono sicuri di occupare Genova, il Gonzaga manda avvisi essere andati all'aria i disegni; — sdegno di Filippo sedato dal duca di Alva; — piglia terra a Ventimiglia, tocca Savona, arriva a Genova. — Menzogne di scrittori venali. — Tumulti di Genova per le soverchierie degli Spagnuoli. — Ingresso, che ci fa Filippo: viltà antica e moderna. — Caso del Fornari; e nuova insistenza del Gonzaga su la fortezza. — Se giusti i rimproveri dell'americano Prescott su i giudizii dei politici italiani, massime del secolo decimosesto. — Riforma del Garibetto che fosse; la legge del 1528 di cattiva diventa pessima.

Che i carnefici di Cristo si spartissero lacerata la tunica di lui gli è fatto vero, e tuttavia potrebbe essere simbolo di questo, che gli oppressori dei popoli si prevalsero sempre della religione per onestare truci proponimenti: così Ferdinando il Cattolico, a torre via fin le radici delle sette moresca ed ebrea, le quali facessero rifiorire con la libertà della coscienza la libertà civile, instituì nella Spagna la Inquisizione; e non mica al modo praticato fin lì dalla Chiesa, sibbene perfidamente insidiosa, e ladramente omicida; però che dove, con la sentenza del giudice, quantunque corrottissimo, disperava arrivare cotesto Re si ripromise giungere con la mano del frate armata di corda e di fiamma; nella quale cosa avendo egli, o piuttosto parendogli avere trovato il conto, si avvisò piantarla anco in mezzo di Napoli. Senonchè, a contrastare le intenzioni regie, sorsero i baroni atterriti, i quali dimostrarono quivi non essere Arabi nè Ebrei; il popolo tutto di una legge e di un sangue; cotesto arnese in mano ai frati capacissimo a sconvolgere lo Stato, schiantando le sostanze, e le vite delle principali famiglie; molto più poi, che presso i Napoletani si teneva in poca riverenza la religione del giuramento, e il falso testimonio comune così, da non parere, come pur troppo era, peccato enorme contro a Dio.

Il Cattolico per queste, che, comunque strane, pure si provarono verissime, e per altre più cause, giudicò prudente rimanersi da fare novità circa alle faccende della Inquisizione. Più tardi, governando Napoli in qualità di Vicerè Pietro di Toledo marchese di Villafranca, costui, un po' per abbassare i baroni, dai quali si sapeva aborrito, e un po' per compiacere al genio di Carlo V, che intendendo alla dominazione assoluta perseguitava in un paese la democrazia, e in un altro l'aristocrazia, s'industriò intromettervela per via di straforo. A tale scopo il cardinale di Burgos, fratello come dicono del Toledo, e certo della famiglia di lui, fece pratiche in corte di Roma per ottenere la facultà, ma non ne venne a capo, imperciocchè Paolo III astutissimo, considerato bene il negozio, non estimò spediente consentire l'abbassamento della baronia napoletana, la quale co' suoi umori, impediva che il dominio spagnuolo oltrapotesse nel regno, e nella Italia; ma più tardi, atterrito della dottrina dei Luterani, che per le terre italiane si allargava ad occhio, e serpentato dal cardinale Giovampietro Caraffa, alla perfine si lasciò andare.

Qui l'argomento non comporta, che da noi si narrino le fortune di cotesto successo; basti tanto, che, malgrado l'accordo del Papa col Vicerè, fu mestieri tentare di mettere la Inquisizione dentro Napoli per bene due volte, e artatamente; pure non riescì; alla terza poi buttarono giù buffa; ma come il primo conato e il secondo cascarono dinanzi al mormorio dei cittadini, e alle parole franche del medico Pessa, e Antonio Grisone, così il terzo rimase vinto dal furore del popolo, e dallo ardimento di Annibale Bozzuto, che, bandito più tardi per cotesta colpa, riparò a Roma dove Giulio III in premio della dottrina, e della bontà sua lo creò arcivescovo di Avignone, e Pio IV lo promosse cardinale.

Il Vicerè, venutigli meno i tiri furbeschi, ricorse alle armi, non risparmiando le stragi promiscue, nè il fulminare dai castelli la città in fascio; nè i fuochi lavorati, nè il briccolare di pentole incendiarie, nè gli altri argomenti che la tirannide, vinta sul campo della giustizia, adopera su quello della prepotenza, e n'ebbe la peggio. Se in cotesto giorno si fosse lasciato libero il corso all'ira del popolo, forse era finita per la signoria spagnuola nel regno di Napoli, senonchè, a guastare ogni cosa, si rizzarono su, come suole, gli uomini dei mezzani partiti, i quali, quantunque predicassero la resistenza giusta, e savio ammannire le armi, tuttavia scongiurando il popolo a perseverare nella divozione di Cesare, lo consigliavano a eleggere deputati, che a lui recassero con le querele la istanza di definire la causa tra il popolo e il Vicerè. Il popolo, invece di pigliare a sassi cotesti sciagurati, lasciatosi, come suole, abbindolare da loro, elesse deputati allo imperatore Ferdinando Sanseverino principe di Salerno, suo consorte per via della madre, Maria di Arragona, che fu nipote di Ferdinando il Cattolico, e Placido Sangro cavaliere di molto seguito.

Il principe di Salerno, prima di accettare quel carico, sembrandogli come pur troppo fu cagione di guai, volle consultare il parere dei cortigiani, tra i quali precipui Vincenzo Martelli maggiordomo, e Bernardo Tasso segretario; fu il consiglio del primo più cauto, meglio generoso quello del secondo, e per ventura ci rimangono entrambi stampati nelle opere loro, anzi Torquato Tasso gli pigliò ad argomento del suo dialogo del Gonzaga, ovvero del Piacere onesto. Il Giannone appuntò nella sua storia civile il Principe di leggerezza per essersi messo a cotesto cimento, ma se lo studio del proprio comodo avesse a somministrare la misura della bontà delle azioni umane, mal giudizio si dovrebbe portare sul senno dello storico napoletano; imperciocchè, se egli si fosse provvidamente astenuto dall'offendere la Curia romana, non avrebbe provato la miseria, lo esilio, e per ultimo la dodicenne prigionia in cui lo tenne, con ingiustizia pari alla slealtà, un Carlo Emanuele re di Sardegna per avvantaggiare i suoi interessi con Roma.

Il vicerè Toledo, poichè sentendosi debole gli toccava rodere il freno, disse si contenterebbe ad aspettare la risoluzione di Cesare, e intanto spediva messi su messi agl'imperiali cagnotti in Italia, chiedendo armi e soldati per isgararla col popolo. Principale tra questi Andrea Doria, che allestite subito le galee, e inviatele alla Spezia, v'imbarcò mille Spagnuoli forniti dal Gonzaga vicerè di Milano, ed altrettanti Italiani da Cosimo duca di Firenze, i quali giunsero a tempo in Napoli per servire ministri ai furori del Toledo[14]. La storia rammenta, che per la parte di Andrea Doria andaronci altresì Marco Centurione luogotenente delle sue galee, ed Antonio Doria capitano dei presidii. Ora il vicerè, tra per questi ed altri aiuti che gli vennero da Sicilia e da Roma, salito in superbia fece mettere le mani addosso a cinque giovani nobili, per un po' di rumore che menarono in piazza contro gli sbirri, tre dei quali ordinò che ad ogni patto si condannassero a morte, nonostante che un Lappedo presidente del Consiglio negasse sottoscrivere la sentenza, più che il terrore del delitto potendo in lui la lusinga, che la moltitudine sbigottita dalla strage quetasse, siccome gliene porgeva speranza Scipione di Somma consigliere di guerra con lo esempio fresco del Focillo, e dei susurroni suoi compagni, strozzati i quali, il tumulto per le gabelle cessò. E' sembra, che anco al boia l'infame beccheria repugnasse, dacchè troviamo che il Toledo, impaziente d'indugio, facesse scannare quei miseri da un suo moro affricano dinanzi al largo del castello sopra un tappeto di panno nero; nè pago di tanto, salì a cavallo, e scorrazzando su e giù la città, bravava il popolo. — Certo e' non l'avria contata, ma anco lì i soliti rispettivi a fare delle braccia croce, affinchè il popolo non desse nei mazzi, e a scongiurarlo che un negozio tanto bene avviato non arruffasse da capo, nella giustizia dello imperatore ponesse fiducia intera; e Pasquale Caracciolo aggiungeva: — a fine dei conti i tre scannati gentiluomini erano di noi altri, però il popolo non si ha da pigliare tanta smania dei fatti nostri; lasci ritirare le gambe a cui scottano i piedi. — Per le quali parole il popolo immelensito perse la balía di menare le mani e si strinse solo a negare il saluto al vicerè; però Scipione di Somma avendo ardito voltarsi alla moltitudine per dirle: — ti sieno troncati i piedi e le mani — questa divampando gli si strinse addosso con gli urli: — a te troncati il collo, i piedi, e le mani, e a quanti traditori della Patria ci sono: — tuttavolta i respettivi, sbracciandovisi attorno, non senza sudarci acqua e sangue, giunsero a rimettere incolume il vicerè in castello: dopo ciò, sembrando loro avere salvata la Patria, attesero tranquilli gli effetti della sperimentata giustizia imperiale.

La giustizia venne e fu questa: deponessero le armi; in tutto e per tutto obbedissero al vicerè. Bandita in piazza, proruppe un tumulto quale in cotesti paesi costuma; pareva il finimondo, e il Summonte con molta piacevolezza ci narra che arrivò fino ad operare miracoli, dacchè un Giovambattista Caraffa cavaliere gerosolomitano, il quale, per non potersi più reggere in piedi a cagione della podagra, si era fatto portare dai suoi famigli a braccia per udire la relazione del cavaliere Sangro, tutto sottosopra dalla paura, guarito di un tratto salì scappando in cima al campanile di San Lorenzo; non dimanco, dopo la prima sfuriata, si accomodò anche questa, affermando il Sangro con giuramento come la risposta acerba fosse accompagnata con istruzioni tali, da rimandare tutti contenti come una pasqua a casa; e il popolo insensato nella sua fede credè, e cesse le armi.