Il dì di San Lorenzo, di cui il martirio è per lo appunto simbolo della vita del popolo, arrostito sempre, e non consumato mai, fu pubblicato intero il regio indulto, il quale diceva: — la Inquisizione si mettesse da parte, alla città le artiglierie si restituissero, e con le artiglierie il titolo di fedelissima: dall'altro lato, in pena di avere avuto ragione, pagasse di multa centomila ducati, ventiquattro capi del tumulto dal perdono si eccettuassero; a cui il Vicerè, in grazia della sua particolare munificenza, ne aggiunse altri trentasei, che in un giorno furono condannati a morte con l'arrato della confisca dei beni: ebbero ventura, che avvertiti in tempo, poterono mettersi in salvo. Al principe di Salerno trattenuto in corte toccò sopportare di ogni maniera strazi; alla fine dimesso tornò in patria a pigliarsene il resto; dove invelenito con umiliazioni quotidiane, nelle sostanze afflitto, nella vita insidiato conobbe quanto sia men sicuro ribellarsi a mezzo che intero; imperciocchè ribellandoti intero tu il faccia quando te ne torna il destro, e allora puoi vincere, o venire a patto; mentre ribellandoti a mezzo ti converrà ribellarti intero quando meno ti cada in acconcio, e ti troverai oppresso prima che tu ci possa mettere riparo. Da tutto questo pel nostro argomento basti cavarne tanto, che Andrea Doria, col farsi condottiero agli stipendii dell'Austria, non solo non rifuggì, ma sollecito accorse a spegnere nel sangue ogni spirito di libertà in Italia, e dopo i corpi, a incatenare gli spiriti, aiutando a piantarci come un chiodo nel cuore la Inquisizione: però male, a nostro avviso, si consiglia chiunque sostiene, che per esso la Italia serbò della libertà quel tanto, che la condizione pessima dei tempi concedeva, dacchè rimane chiarito che non istette per lui, se la patria non isprofondava nell'inferno della servitù.

Esponendo la congiura del Fiesco notammo in qual modo Andrea della venuta di Agostino Landi a Genova si approfittasse per mettere un po' di addentellato alla vendetta, la quale sempre agognò, e in breve ottenne; tuttavia non sembra vero, ch'ei fosse parte precipua nella strage di Pierluigi Farnese, come l'Ulloa nelle vite di don Ferrante Gonzaga e di Carlo V si industriò dare ad intendere; mi adopererò a investigare la cosa affinchè tocchi ad ognuno la infamia che gli spetta: piace ai potenti tuffare il braccio nel sangue e fino al gomito quando ci trovano interesse, e poi si arrovellano a rovesciarne la colpa sul capo altrui; così non ha da essere; chi bebbe il dolce (se dolce fu) gusti l'amaro.

Si trova come Andrea, accontatosi con don Giovanni di Lucca, ed in ciò spinti dalle indefesse sollecitazioni del Gonzaga, pigliassero ad infiammare l'animo di Cesare, affinchè non lasciasse impunito il Farnese per le tante ingiurie arrecategli; e da questo ottennero lo assenso di congiurargli contro, avendolo rinvenuto maravigliosamente disposto adesso, che alle vecchie gozzaie aggiungevasi il favore manifesto fatto a Piero Strozzi nel fuggirsi di Lombardia, e la congiura del Fiesco istigata dal duca: del Doria poco all'imperatore importava, massime adesso che era diventato vecchio, moltissimo di quel tramestio continuo che i Farnesi facevano con la Francia per intorbidare le acque e pescarvi dentro qualche altro brano di Italia, e ciò tanto più ora, che le recenti vittorie di Germania, dandogli il capo giro, lo persuadevano di tenersi ormai sicuro di agguantare il dominio universale della terra, e però non è da dirsi quanto s'infellonisse contro chiunque egli giudicava si mettesse tra mezzo la sua mano e il mondo.

Allora Andrea, o perchè il Girolamo Pallavicino conte di Cortemaggiore avesse vincoli di parentela a Genova, o sia perchè riputasse avere pegno sicuro in mano della fede di lui, prese a condurre pratiche per ammazzare il Farnese con esso più da vicino che col Landi, e certo che se gli altri nobili di Piacenza sentivano molestamente le offese nelle sostanze e nelle giurisdizioni feudali, egli poi, oltre queste, ne pativa un'altra più grave di tutte quante uomo possa arrecare ad altro uomo. Sforza Pallavicino, essendo ad un punto nipote del Duca Pierluigi per parte di Costanza sua sorella ed erede necessario di Girolamo, si cacciò nella testa che egli avesse a morire senza successione, almanco legittima, affinchè le sostanze di quello gli entrassero in casa, e lo zio Duca s'impegnò di servirlo; ma a Girolamo, come succede, venne prurito di moglie, giusto in quel punto che se la sentì vietata, e di colta la prese; poi, pauroso della mala parata, sbiettò, e il Duca, cui parve rimanere giuntato, occupa violentemente Cortemaggiore, nè qui si ferma, che messe le mani addosso a Lodovica e a Cammilla, madre e moglie di Girolamo, le getta in prigione; e comecchè dal nequissimo caso turbati il cardinale Triulzio, i Veneziani, lo Imperatore e il Papa s'interponessero per indurre il Duca a sensi più miti, ei non si volle piegare, anzi incocciandosi si andava schermendo con ogni ragione amminicoli, che ora imputava al Conte non so quanti omicidi, ed ora pretendeva, che gli si umiliasse; non mancò perfino screditarlo presso Carlo V come settatore delle parti di Francia. Ma cosa anco più strana fu, che in onta di tutto questo, Cammilla si chiarì gravida; come ciò accadesse, può essere e può non essere mistero secondochè il figliuolo spettasse a Girolamo davvero, o assentisse a lasciar correre, che si credesse suo: da prima perfidiano nel negare il fatto, ma il ventre pregnante stava lì disperata testimonianza del vero: supplicato il Duca perchè liberasse la donna, per tema che a cagione delle angustie dell'animo sconciasse, invelenito rifiutò.

Girolamo pertanto, inteso anima e corpo a vendicarsi del Duca, prometteva consegnare, mercè di suoi aderenti, una porta di Piacenza a cui si fosse presentato ad occuparla, e Andrea, accettata la proposta, ne scrisse allo Imperatore: questi però, che avendo provato il Gonzaga arnese capacissimo di tirannide senza lui non moveva foglia in Italia, ne ricercava il parere, e il Gonzaga segretissimamente così sul declinare di luglio lo ammoniva: — potere anche egli impadronirsi di una porta della città, ma questo non sembrargli partito sicuro giacendo l'osso nella presa della cittadella: pericoloso poi servirsi di Girolamo Pallavicino come quello, di cui massimamente sospettando il Duca, ne faceva codiare i passi a Crema dov'erasi ridotto a vivere: avergli la fortuna aperto una pratica, la quale egli giudicava sicurissima perchè negoziata con uomo, che tenuto dal Duca in concetto di fedele, gli dava adito di tradirlo a man salva, e però esortare lo Imperatore a mostrarsi alieno dalle profferte del Doria, anco per non correre pericolo, che le carte si avessero ad imbrogliare. È verosimile, che il Gonzaga operasse a quel modo per gelosia di Andrea, o pel desiderio di non avere compagni nella impresa, ed in fine perchè il suo disegno gli comparisse migliore davvero, e più inteso al suo feroce proponimento; ed anco allo Imperatore forse piacque non crescere il fascio dei suoi debiti verso Andrea, mulinando fino d'allora tale concetto nella mente cui presagiva non avrebbe dovuto garbare allo astuto genovese. Certo Andrea fin qui non può sostenersi incolpevole della strage di Pierluigi, e nè anco dopo si rimase da insidiarlo, ma la congiura che menò a morte quel gramo fu tramata dal Gonzaga con l'accordo dello Imperatore, e questo sarà meglio chiarito da quello che verrò esponendo.

Intanto giovi mettere alquante parole intorno al Duca di Piacenza. Pierluigi Farnese fu figliuolo di papa Paolo III, che lo ebbe da certa femmina romana, dicono di casa Ruffina, allorchè, essendo cardinale dei Santi Cosimo e Damiano, andò legato per Alessandro VI nella marca di Ancona, nè Pierluigi fu il solo figlio che rallegrasse la vita al buon pontefice, il quale, se lasciò dubbi i posteri che ei fosse santo, circa alla paternità sua desiderò non ci avessero a cascare dubbi; di fatti oltre a Pierluigi gli si noverarono figliuoli Paolo, Ranuccio, Costanza, e forse anco Isabella, nè mica tutti della sola Ruffina, bensì da altre donne. Giulio II con la bolla dell'8 luglio 1505 legittimò Pierluigi e Paolo, e poichè grande a cotesti tempi era la reputazione della casa Farnese per aderenze e per facoltà, il cardinale dei santi Cosimo e Damiano vide ambite le nozze del suo primogenito dalle prime tra le famiglie principesche d'Italia; egli preferì alle altre la Orsina di Pitigliano, e con la Girolama ammogliò Pierluigi giovancello di dodici anni, cui la seconda moglie in breve partorì Alessandro, Ottavio, Ranuccio, Orazio e Vittoria: un tempo esercitò la milizia, e non pure senza gloria ma con infamia, imperciocchè di ventiquattro anni si trovasse nello esercito del Borbone contro la Patria, e di conserva con Sciarra e Cammillo Colonna, masnadieri piuttostochè capitani, empisse Roma di rapine e di sangue: e quando da Clemente VII e da Carlo V venne statuita la impresa di Firenze, costui, ci fu chiamato da Nocera dove stanziava con duemila fanti; però comparve fra i primi a fare la massa tra Fuligno e Spello; e perchè veruna specie d'infamia mancasse alla vita di lui, dopo avere ferita la patria Roma, volle dare di una lanciata anco in Firenze; ma ci si trattenne poco, che indi a breve fu casso dal marchese del Vasto dalla milizia con ignominia; nè se ne conosce la causa. Dei suoi costumi piglia vergogna a raccontare e ribrezzo. Il Varchi, in fine delle storie, narra lo immane caso di Cosimo Gheri vescovo di Fano, il quale lo stesso preposto Ludovico Muratori non nega, quantunque ripigli il Varchi per averlo messo fuori; ma il Muratori era prete e dei buoni, però sentiva passione al divulgarsi di cosiffatte nefandigie, e di vero sarebbe bene celarle, se col tacerle si emendassero le colpe. Altri poi cotesta scelleraggine alla ricisa disdice, affermando il Varchi averla cavata fuori da Pierpaolo Vergerio, che di vescovo di Capo d'Istria si fece luterano, e allega in testimonio l'apologia dettata contro il Vergerio da monsignor della Casa: gli è tempo perso, imperciocchè Pierluigi tanto non lo trattenesse la vergogna, che in pubblico non se ne vantasse, e si citino complici del fatto Giulio da Piè di Luco, e Nicolò conte di Pitigliano; nè tolgono fede al racconto le infermità ond'era tutto guasto, conoscendosi come esse non lo impedissero dallo sprofondarsi in ogni maniera libidine. Tuttavolta i devoti della reputazione di Roma contrastano l'avventura per un altro argomento, il quale è questo: il Varchi, essi dicono, ci accerta come Pierluigi venisse assoluto dal misfatto, in grazia di una bolla, e questa per quante ricerche s'instituissero non riuscì rinvenire: al che si risponde, che il Varchi notava altresì simile assoluzione essere accaduta in segreto, ed avere composto la bolla il vescovo di Cesena Ottaviano Spiriti, e Jacopo Cortese, per la quale cosa, potendo cotesta carta essere agevolmente soppressa, non abbiano mancato di farlo per torre di mezzo un testimonio di vergogna; anzi tu crederai addirittura così, se consideri, che se nello inventario delle bolle, conservato in Castello Santo Angiolo, la bolla di cui è discorso non occorre, nè manco si trovano in esso notate due altre bolle, che si ricordano nello inventario custodito in Ancona, e compilato nel 1532, dove, sotto la rubrica di scritture nuove raccolte da Sebastiano Gandulfo, tu vedi la bolla dell'assoluzione generale del Duca, e l'altra per la colpa del contrabbando del sale, e nondimanco chiusa con la clausula: e per ogni altro eccesso. Ora chi può dire, che l'assoluzione dell'atroce violenza esercitata a danno del mitissimo vescovo di Fano non si trovasse insinuata così di straforo alla coda della frode del sale? Di questi tiri Roma costuma; e di bene altri ancora. Oltre a ciò, se vuoi prova della mostruosa libidine di costui, ad ogni piè sospinto tu ne incontri un fascio: singolarissime queste. Pierluigi, compiacendo all'andazzo dei tempi, ed alla superstizione propria, in capo di ogni anno ordinava al suo astrologo (il quale, ad un punto faceva ufficio da medico) il prognostico: di questi ne rimangono, a me noti, sette dal 1537 al 1544; quello del 1537 gli presagisce settanta anni di vita, o circa, e morte naturale per copia di umori o soverchio di coito dopo il bagordo; nel trentotto lo ammonisce a non incappare nella peste, e gl'indovina che procederà carnalaccio secondo il solito, e così di seguito crescendo sempre le previsioni dei mali, che, a quanto sembra, non avevano virtù di renderlo meno cavallino di prima[15]. Dimostrazione del costume non pure dell'uomo, ma altresì del tempo te la somministra certa lettera di Marco Braccio, scritta da Roma a messere Francesco del Riccio, che racconta una bestial caccia di Pierluigi ad un giovane famigliare del cardinale Farnese di Ferrara, e il giudizio, che di cotesto fatto porgeva lo scrittore[16], messa in brani perfino la ipocrisia, ultimo e disperato velo del pudore. — Astutezza egli ebbe e molta, pregio vulgare in ogni età, e all'ultimo, in cui ci si fida, esiziale, sicchè i nostri antichi solevano ammonire, in pellicceria andare a far capo meno pelli di asino, che di volpe; e poichè le gherminelle alla lunga irretiscono cui le tende, così se resti preso, invece di misericordia provochi le beffe, e ben ti sta, che chi trova diletto di far frode non si deve lamentare se altri lo inganna. Nè Pierluigi camminava così insidioso fuori di casa, ma nelle mura domestiche altresì co' famigliari suoi e con gli stessi segretari: ed era in virtù di cosiffatto vezzo, che, mentre egli stava negoziando la lega con la Francia, fingeva acconsentire allo Imperatore, e ciò con l'Annibal Caro suo segretario, usando tenere parechi ministri, all'uno dei quali confidava quello, che nascondeva gelosamente all'altro. Tale fu l'uomo che Paolo III pontefice massimo elesse per fondamento della propria famiglia, e forse tanto più lo ebbe caro, quanto lo meritava meno; da prima lo assunse duca di Castro, conferendogli ad un punto il gonfalonierato della Chiesa, poi gli ottenne dallo Imperatore il marchesato di Novara; per ultimo intendeva procurargli anco la signoria di Milano, ma qui fu dove gli si troncarono i disegni. I Veneziani, un giorno inflessibili a conservare incontaminato il libro di oro, oggi ridotti a cercare salute con la viltà, scrivevano sopra l'albo dei nobili il nome di Pierluigi bastardo.

Ottavio figliuolo di Pierluigi da prima ebbe Nepi; poi Camerino, retaggio antico dei Varano, usurpato a danno di Giulia da Varano, e di Guidubaldo Feltrico della Rovere suo marito, il quale dai Veneziani, paurosi che il Papa cessasse da sovvenirli nella guerra contro il Turco, fu derelitto.

Il Papa, sempre studioso di promovere la grandezza di casa sua, venne in pensiero di conferire in feudo a Pierluigi Parma e Piacenza: veramente coteste due città appartennero sempre al ducato di Milano, ma la Chiesa, tenacissima a tenere, non cessò mai di pretendere, che formavano parte dello esarcato. Giulio II le ridusse in sua potestà e le occupò finchè visse; lui morto si tolsero alla Chiesa, le ripigliò Leone X per cederle da capo al re di Francia conquistatore di Milano; all'ultimo le ricuperava la Chiesa. Lo impero non poteva razionalmente mettere innanzi sopra le medesime diritto di sorte alcuna, imperciocchè lo imperatore Massimiliano con ispeciale capitolo avesse ceduto a papa Giulio Piacenza, consenziente Ferdinando il Cattolico, che poi lo stesso Carlo V nel 1521 confermò: quanto a Parma spettava alla Chiesa per tutte le medesime ragioni di Piacenza, anzi con qualcheduna di più: almeno si afferma così nella scrittura intorno alle cose di Piacenza, dettata dall'Annibal Caro in nome del Cardinale Farnese, quando, dopo morto Pierluigi, avendo il Gonzaga occupato la città a nome dello Imperatore, questi con ogni maniera amminicoli si scansava restituirla, proponendo, tra le altre cose, assegnare in iscambio di Parma e Piacenza quarantamila scudi di entrata pei nipoti del Papa.

Ora, per tornare al nostro racconto, il cardinale Gambara studiandosi andare a' versi del Pontefice, saltò su a proporre al Collegio dei Cardinali s'infeudassero in Pierluigi Farnese Parma e Piacenza come ducati dipendenti dalla Santa Sede: giudicava il Papa sarebbe stato dai Cardinali bene accolto il partito, dacchè a conti fatti, tenuto a calcolo le spese di mantenimento delle fortezze vecchie, della fabbrica delle nuove, dei presidii, non che delle munizioni, poco civanzo ne faceva la Chiesa; tuttavolta non accadde così; allora per ispuntarla con la opposizione del Sacro Collegio, offerse in baratto Camerino e Nepi togliendoli al nipote: ripreso il negoziato a questo modo potè andare, sempre però con inciampi e non pochi, chè qualche Cardinale si asteneva da comparire in Concistoro, qualche altro protestò contro, e il Caraffa fu visto in quel dì visitare le sette chiese come si costuma per la espiazione di qualche grosso peccato.

Giustizia vuole, che per noi si dica come Pierluigi, investito di cotesti ducati, non si comportasse già contro i popoli tiranno, anzi attendesse, per quanto lo concedevano i tempi, a felicitarli: forse operò così, a norma dell'arte nota ai Principi nuovi, di gratificarsi il popolo per opprimere i signori, e questi vinti, venire destramente a capo dello incauto aiutatore; o forse lo persuase a mitezza lo stesso consiglio, che induce il villano ad ingrassare il bue; tuttavia la storia gliene deve tener conto, imperciocchè allora vissero principi, e non hanno cessato anco adesso, i quali non seppero reggere i popoli nè manco con l'arte che adoperano i contadini a governare le bestie.