Ad abbattere pertanto i feudatari, avvezzi sotto la Chiesa a vivere secondo il libito proprio, egli ordinò che, cessato il vivere dentro alle castella, dove imbestiavano la vita, si riducessero ad abitare le città, mutava la elezione del consiglio e degli altri ufficiali, tolse via i privilegi, ed istituendo la milizia, affrancò i popoli dal vassallaggio, dacchè una volta arrolati, non dovessero servire altri tranne il Duca e i Capitani preposti da lui; quello poi che soprattutto gli fece nimico giurato Agostino Landi, fu il partito preso di privarlo dei feudi di Bardi e di Campiano.

Ferdinando Gonzaga, poichè tentati gli umori li trovò più che disposti a dargli mano, ecco come ammanniva la trama, e ciò moltissimo per compiacere all'odio proprio contro ai Farnesi, e molto altresì all'imperiale padrone, il quale mentr'egli si portava a pigliare il governo di Milano, gli fece sapere, che morto il Papa, intendeva rimettere le mani sopra Parma e Piacenza[17]: nel febbraio del 1547 Ferdinando avvisa lo Imperatore, come Pierluigi, fidandosi di soverchio nel Papa, non si guardava con le debite diligenze, quindi agevole sorprenderlo; per la quale cosa lo supplicava, così per suo governo, a fargli sapere, se capitando il destro di rubargli alcuna delle due terre volesse restare servita. Carlo, che di casa di Austria era, risponde: magari! ma desiderava esserne avvisato prima: allora il Gonzaga riscrive avere rinvenuto un modo acconcio a rubare Piacenza[18]: Sa Vostra Maestà, che nel robbare (almanco chiamava le cose col suo vero nome costui, e scrivendo allo Imperatore di Austria gli canta in faccia, che il modo del rubare ei lo ha a sapere) un luogo, la maggiore difficoltà che si presenta è lo unire le genti senza scandalo, che hanno a fare il furto: ora la comodità si presenterebbe col mettere insieme gente per Montobbio (però s'ingannava, che la batteva da pirata e corsaro, e il Duca, il quale teneva, più ch'ei non sospettasse, occhio alla penna, aveva preso fumo ed ordinato fino dall'aprile di mettere sentinelle alla custodia dei confini per diligenza di Francesco Clerici castellano di Campiano) e così gittare della polvere negli occhi al Duca. Presa una porta, per suo avviso sarebbe caduta la terra, a patto, che ci si fosse potuto intromettere di colta buona mano di gente; a questo fine farebbe, che un suo servitore insultasse certo fidato di lui; questi fingesse mettersi in salvo a Crema, donde avrebbe spedito cartelli di sfida; egli Gonzaga, fingendosi offeso per siffatti cartelli, fingerebbe mandare sicarii a sbertire il suo fidato, il quale fingendo scoprire la trama, riparerebbe a Piacenza, donde rinnoverebbe sfide, e cartelli, e si metterebbe attorno otto o dieci uomini raunati sotto pretesto di guardarsi la vita: per la notte poi che si avesse a dare esecuzione al trattato, egli invierebbe altri quindici uomini senza che uno sapesse dell'altro, e così si troverebbero in venticinque ad occupare la porta: in tanto spargerebbe voce di raccogliere trecento fanti per aiutare l'assedio di Montobbio, ma in verità avrieno ad essere più di seicento: e siccome da Lodi, dov'ei ne farebbe la mostra, per giungere a Piacenza bisogna passare il Po, ordinerebbe al suo maestro di casa comperasse legna od altro in quel contorno, e mandasse barche per levarle: egli poi cavalcherebbe fino a Lodi sotto colore di recarsi a Mantova per complire il fratello; se nonchè, appena avvisato del caso, piegherebbe con diligenza costà in compagnia dei suoi gentiluomini, e darebbe sesto al negozio: in breve messi dentro alla terra duemila fanti, e cento cavalli manderebbe fuori un bando terribile, che chi si attentasse in qualunque modo sovvenire il Duca, guai! I gentiluomini piacentini tastati da lui non si opporrebbero: uno aiuterebbe alla scoperta; però al fine, che la impresa tornasse proprio a profitto, sarebbe mestieri impadronirsi anco di Parma, e questo si potrebbe fare appostando un trecento cavalli su quel di Cremona, e seguito lo effetto di Piacenza, passare il Po alla volta di Parma, minacciando ferro e fuoco a cui si movesse: inoltre, a seconda della congiuntura, metterà in opera partiti, che si potranno allora meglio fare, che ora dire: vorriasi altresì tirare dalla nostra il conte di San Secondo, ma con costui bisognerebbe ungere; e se la Maestà Sua lo facultasse a spendere, supplicarla a credere, ch'egli starebbe su lo stringato più che si potesse. Adesso che Sua Maestà è chiarita, ordini quanto reputa prudente, però si desidererebbe sollecita risposta perchè bisogneria fare lo effetto la prima domenica dopo Pasqua. — Tutto questo il buono Imperatore Carlo V ordinava a danno del padre del suo genero; senonchè, a dir vero, per questa volta egli rispondeva: piacergli riavere Parma e Piacenza, ma non gli garbare il modo.

Don Ferrante, che non era uomo da sgomentarsi per poco, persistendo nella pratica, propone allo Imperatore ch'ei procuri barattare Siena con Parma e Piacenza, e pauroso che un senso di onestà venisse importunamente a trattenere il suo augusto padrone (anco a quei tempi si chiamavano augusti), ovviava al pericolo dicendo: che quanto al mantenere la fede ai Sanesi non ci era da pensarci nè manco, essendosi eglino mostrati per lo addietro tanto contumaci; e poi si lasciasse servire, ch'egli avrebbe condotto la pratica con tale ragione, che mutandosi i tempi, la Maestà Sua potrebbe rigettarla a beneplacito, e conchiude la lettera con queste notabilissime parole: — Sapendo la poca carità che passa tra il Papa e me, può ben credere ch'io non mi muova a questo per volontà di fargli servitio. —

Tutti questi tramestii non si erano potuti condurre, senzachè ne scappasse fuori un qualche odore, però che un segreto in due, difficilmente, ma pure si custodisce, di rado in tre, disperato poi in quattro; e mosso per avventura da particolari avvisi, il Papa non rifiniva mai sollecitare il Duca a costruire la cittadella di Piacenza, e Antonfrancesco Rainieri per commissione di lui scriveva nel 27 maggio 1547 al Duca: — il Papa non dice altro se non se si elegga un prospero giorno nel quale si getti la prima pietra della fabbrica, la quale la Sua Santità felicita col segno della sua santissima benedizione. — Veramente il Duca in questa parte non assonnava, imperciocchè l'avesse già posta tre giorni prima: tuttavia fece buon viso alla benedizione, quantunque serotina, e ne cavò tutto il partito che si può cavare dalle benedizioni papali per tirare su le mura di una cittadella: quindi facendo lavorare indefesso grandissima quantità di muratori, Pierluigi l'ebbe dentro piccolo spazio di tempo condotta a termine di difesa; dal quale fatto i congiurati pigliavano argomento di venire alla conchiusione del negozio, avvertendo essi, che una volta ultimata, le difficoltà sarebbero loro cresciute nelle mani due cotanti: il Gonzaga non aveva mestiere gli facessero dintorno calca, tuttavia serpentato serpentava Carlo V, e mettendoci di suo non poca mazza avvertiva, i gentiluomini piacentini essere ormai disposti di levarsi a rumore contro il Duca; solo a cose fatte domandare soccorso, e sostegno: per honestare il negozio, dopo seguíto il colpo manderebbero uomini a posta per significargli, che non gli accettando egli, nella sua qualità di vicerè di Milano, come uomini dello Imperatore, si sarebbero dati al re di Francia. Laddove Sua Maestà non si voglia scoprire subito, si tengono capaci di durare otto mesi o un anno, ma dentro questo tempo bisogna, ch'ei si pigli Piacenza a patto di non la rendere ai Farnesi; e qualora egli ricusi il partito, e' si confessano costretti di fare la cosa ad ogni modo, perchè il Duca lavora di forza intorno alla fortezza, e intende averla fornita in ottobre, che se questo avvenisse, e' si dovrieno tenere per ispacciati; molto più, che il Papa negozia il parentado col re di Francia a condizione, che pigli la difesa del Ducato; consideri con la usata diligenza questa deliberazione di volere mandare a compimento in ogni modo la impresa, e il pericolo che si possano voltarsi alla Francia: questa occasione perduta, pensi che per tempo lunghissimo non si presenterebbe un'altra pari in bontà. — Lo Imperatore rispondeva a tale informazione del Gonzaga con la lettera del 12 luglio 1547; mediante cui, accettando il trattato, raccomandava un mondo di cautele perchè non capitasse male la impresa, e soprattutto non si mettessero le mani addosso a Pierluigi Farnese. —

Dacchè di poche trame ci rimanga così continuo e patente il filo come di questa, non fia grave a chi legge conoscere come Ferrante Gonzaga le volontà del suo padrone intendesse, e come altrui le interpretasse, e si chiarirà che, anco con meno, un sacramento potria convertirsi in peccato mortale: sacramenti poi non erano le parole, nè le intenzioni dello Imperatore: pertanto il Gonzaga faceva capire ai congiurati tali essere le volontà di Carlo: — desiderare lo Imperatore, per alquanti dì si soprassedesse, ma poi in ciò rimettersene a loro: non si muova foglia senza sicurezza dell'esito: la persona del Duca non si guasti, solo si cacci fuori dalla terra libero: però egli Gonzaga non si può dissimulare punto come lo indugio sia pieno di pericolo, e prudentissima la prigionia del Farnese. Fatto il colpo, il conte Giovanni Anguissola ed i compagni suoi mandino subito ad offerirgli la città a questi patti:

1.º Dentro un giorno risolvasi a tenerla o a lasciarla, imperciocchè, avendolo a fare contro un nemico potente, non possono stare senza padrone; aliter darannosi in balía di altri signori. 2.º Tutti i feudatarii del Ducato, senza eccezione, vengano a fare omaggio a Sua Maestà, e mancando, confischinsi loro i beni. 3.º Non si liberi il Duca pel razionale sospetto, che liberato non corra a Parma per tentare di rifarsi. 4.º Il ducato riducasi a devozione di Sua Maestà. 5.º Tengasi il Duca imprigionato finchè anco Parma non venga in potere dello Imperatore. 6.º Di quanto accadde in cotesto dì, sia di omicidii, sia di guadagni, non si abbia a cercare, nè inquisire, reputandosi il tutto fatto e acquistato in buona guerra.

Dopo spedite simili istruzioni ai congiurati, il Gonzaga, scrivendo allo Imperatore, nel ragguagliarlo dell'operato, vantavasi del tiro furbesco di farsi mandare dai congiurati i capitoli, con la intimazione ricisa di accettarli o ricusarli dentro ventiquattro ore: per cotesto modo, egli avvertiva, si toglie via il pericolo di lasciare la città nelle mani dei congiurati, e si riversa sul capo a costoro l'odio della prigionia del Duca, come quella che dallo Imperatore era stata dissentita, e da lui Gonzaga assentita per forza.

Ma se ai congiurati premeva far presto, premeva altresì di non fare a fidanza: però aggiunsero per patto: le rendite della città si riducessero come ai tempi dei duchi di Milano e dei Papi; le cause da mille scudi in giù si decidano a Piacenza: il Gonzaga, non prevedendo questo intoppo, mancava di facoltà per assentire simili concessioni, onde dichiarò averne a riferire allo Imperatore; forse anco poteva concedere, ma pensò che, mettendo i congiurati alle strette, non si sarieno gingillati a badare il nodo nel giunco, e prese errore; di qui nuovo ritardo. Carlo V informato delle nuove pretensioni, nicchia per parere, ma poi promette: quanto allo attendere, il tempo darebbe consiglio.

In questo tempo Ottavio Farnese, partendosi allo improvviso dalla corte del socero, s'incammina verso Piacenza per visitare suo padre: e da capo la matassa si arruffa. Il Gonzaga, traendo dal caso argomento di profitto pel suo odio, così ne scrive allo Imperatore: — dargli molestia il proposito dei congiurati di volere in ogni modo ammazzare Pierluigi, il che è contro la mente di Vostra Maestà, ma questo non è tutto ancora, perchè alla fine, morto ch'egli fosse, mi parria che poco caso si havesse a fare di lui, quanto che, essendo venuto ora il Duca Ottavio, verosimilmente si havrà a trovare in questo conflitto dov'essi non mi possono assicurare di salvarlo come da loro ho cercato, perchè in un caso simile, dove i colpi non si danno a misura, è cosa difficile potere assicurare di persona et massimamente quando, egli si mettesse su le difese. —

Nonostante questo avviso, Carlo V non trattenne i congiurati; al contrario, esigendo essi nuova conferma del capitolo della impunità per qualsivoglia omicidio e guadagno commesso o fatto in quel dì, non si rimase dal darla; nè Carlo era tal uomo da non sapere, che cosa cotesto capitolo adombrasse: inutili allora coteste ipocrisie, inutili anco adesso; pure non si smisero, nè si smetteranno: conosce la sua pedanteria anco la frode.