E non mancarono gli avvisi al duca Pierluigi che si badasse; conciossiachè, lasciando da parte quelli, i quali soglionsi fabbricare per ordinario dopo il fatto dalla prosunzione, e dal volgo si credono (e tutti siamo volgo un po') per sete di cose strane, gli è certo che Annibal Caro scrisse il 17 di luglio al Farnese: come in Milano corressero mille pazzie; quivi i servitori del Duca vivere odiati e sospetti; da don Ferrante non si potere cavare nulla, come quello che soleva camminare coperto, ma dagli altri conoscersi manifesto l'animo avverso, e se potessero fare rubberia, per suo avviso lo farebbono. Anco più aperto del Caro, Vincenzo Boncambi d'Augusta, dove stanziava residente del Duca, il 9 del medesimo mese lo ammonì avergli domandato l'oratore Veneziano se in Piacenza si fossero scoperte congiure; e dettogli di no, quegli averlo fiducialmente avvertito, essere capitato costà da Milano due volte in posta Niccolò Sacco capitano di giustizia, nè ciò aversi a giudicare senza cagione: anzi costui essersi sbilanciato fino a svertare, che se gli riuscisse certo tratto, il quale allora gli stava per le mani, si saria accomodato per sempre; con essolui accontarsi il capitano Sacco, accompagnatisi insieme da Trento dove si erano dati la posta per arrivare di conserva a corte: ambedue cagnotti di don Ferrante, e dei peggio: tanto per suo governo, ed egli ci pensasse su con la consueta prudenza. Anco Paolo Giorgio così mandava da Roma il quattro Agosto al Duca: — essere in cotesto anno 1547 trascorso uno assai capriccioso pianeta causatore di ribellioni per lo che si conchiude, che la volontà degli uomini può assai, ma più il cielo — ed aggiunse poi — questo influsso maligno, avere messo il Burlamacchi a Lucca in isbaraglio di novità fortunose, il conte Fiesco in esizio della sua casa, e la Lupa Foiosa a ributtare la guardia da Siena. — Nel Gosellini, e nel Villa si legge riportato un altro annunzio venutogli da Cremona il 9; e ci ha perfino chi afferma, tra gli altri Giovanni Sleidano, il Papa avere spedito a Pierluigi un prognostico nel quale si ammoniva a guardarsi dal dieci settembre come da giorno uziaco[19]; ma questo è falso, ed i parziali della curia Romana lo fecero per isdebitare il Papa, il quale, nel giorno stesso in cui gli trucidavano il figliuolo, baldanzoso oltre l'usato, per soffiargli, com'egli giudicava, la fortuna in filo di ruota, sè diceva avventuroso e felice da disgradarne lo imperatore Tiberio; e qui tu nota: che tra Tiberio e parecchi Papi così antichi come moderni non ci corra divario, tutti sanno; ma che Paolo III lo dicesse da sè, non si capisce. Di questo poi occorre testimonianze in copia, fra le altre una, della verità della quale non è permesso dubitare[20].
Nel dì 10 settembre, forse nell'ora in cui il Papa si vantava beatissimo, il conte Giovanni Anguissola verso le ore quindici si presenta in compagnia di due fidati nell'anticamera del Duca nel palazzo che si era murato in cittadella; altri quivi attendeva, chè Pierluigi stava a mensa, ed erano Cammillo Fogliani, e Giulio Coppellati dottore: l'Anguissola si mise a passeggiare con esso loro alternando colloquio: quando il Duca fece avvertire gli attendenti che potevano entrare, il Fogliani e il Coppellati dichiararono cedere il passo al potente conte Giovanni, ma questi nol consentì, studioso di mostrare deferenza al sacro carattere che vestivano entrambi, essendo sacerdoti: il Conte non aveva anco sentito il segno, che in breve venne a rintronare il palazzo, avendo stabilito tra loro, che giunto il momento di far faccende, Agostino Landi sparasse una pistola; allora l'Anguissola fatto impeto nella stanza del Duca gli trasse di una coltellata sul capo, ed un'altra nel petto; poi gli altri sconciamente lo lacerarono; nè si rimasero a lui, che o presi dalla ubbriachezza del sangue, o perchè li temessero testimoni, o per altra causa a noi ignota, finirono anco i due preti. Il Confalonieri co' suoi assalse di repente la famiglia del Duca, che poca, per essersi sbandata come gente che vive senza sospetto, e colta alla sprovvista, si lasciò sopraffare; con impeto pari il Landi, con gli altri, che in numero maggiore gli stavano dintorno, presero a menare strage dei Lanzi, di cui ammazzarono a man salva otto o dieci avendo le armi discoste. Levasi nella cittadella orribile rumore che, propagandosi nella città, comincia a far bollire il popolo; i congiurati, accorrendo al riparo, si attaccano alle catene del ponte levatoio e lo sollevano. Le altre guardie della cittadella qua e là disperse, inermi e sbigottite, agevolmente sommettono. Intanto il popolo, ingrossando, infuria; se per amore al padrone, o per odio ai feudatarii, è incerto; e, poichè faceva le viste di scalare i muri, gli omicidii a sbaldanzirlo gittano giù i due cadaveri dei preti nel fosso; quello del Duca legano penzoloni fuori di finestra per un piede; ma il popolo imperversa vie più gridando: Duca! Duca! perocchè in cotesto corpo straziato non ravvisasse il suo signore: allora, tagliata la fune, buttano anco quello nel fosso; al popolo cascò il cuore, e poi di corto avrà pensato, che tanto di padroni non ne mancano mai, onde sarà tornato tranquillo alle case e botteghe sue. I soldati non mancarono al debito, senonchè Alessandro da Terni capitano preposto a tutti, giudicando zaroso tenere la città senza la cittadella, statuì recarsi ad afforzare Parma co' fanti del conte di Santafiora, e già ci si era avviato Sforza Pallavicino co' cavalli. I congiurati, dopo presa la porta al Po, con le artiglierie della cittadella diedero il segno alle vicine città di Lodi e di Cremona, secondo il concertato, e Ferdinando Gonzaga, il quale si trovava in questa ultima città, per cose, come dice lo ingenuo Ulloa, che toccavano lo Stato, mandò gente ad occupare Piacenza[21], parte con Alvaro di Luna pel Po e parte da Pavia col capitano Ruschino: così Piacenza venne nelle mani dello Imperatore, consegnatagli fellonescamente da una mano di patrizi insanguinati e ladri, contro la volontà del popolo[22].
Il Priore, gli Anziani, e i Richiesti della città, mentre più infuriava il tumulto, radunatisi, scrissero lettere dolentissime al Papa e al Cardinale Farnese protestando la città incolpevole, e sè disposti a perseverare in fede, ma non valse, chè la tirannide, cupida di onestare le opere sue quanto più inique, costrinse la città a fingere che gli si sottoponesse volontariamente in virtù di certi patti, ch'egli di leggeri accettò. Questi capitoli si conservano tuttora, e fanno prova che vecchie durano fra noi la viltà e la prepotenza; nè le antiche vincono le moderne, nè queste quelle: potrieno riportarsi, ma a qual pro? Infelice conforto è conoscere, che i nostri padri furono poco meno di noi ipocriti, e codardi[23].
Per tutto questo non dubito affermare che Andrea Doria non va debitore presso Dio e gli uomini dell'omicidio di Pierluigi Farnese, tranne che per la mala intenzione; però iniquamente l'Ulloa, per cause a noi ignote, dichiara dubbie le pratiche del Gonzaga per ammazzare il Duca, e rubargli la città, e meglio soddisfarlo quello che ha detto dei concerti del Principe Doria co' congiurati, che molti furono e potenti, e poi ne nacque parentela fra loro[24]. Anco il Gosellino, segretario di Don Ferrante, nella vita che scrisse di lui, attesta l'Imperatore e il Gonzaga, come spiriti eletti e di natura magnanima, avere rifuggito dalla strage di Pierluigi Farnese, anzi essersi messa ogni opera per loro a salvarlo, raccomandando in ispecie ai congiurati di tenerlo in vita. Più sincero il Campana, nella vita di Filippo II, aggiunge: questo andare perfettamente, senonchè aveva posto la clausola: se pure è possibile; e a lui era noto come i congiurati intendessero ammazzarlo ad ogni modo, e rubarlo; per la quale cosa chiesero ed ottennero impunità: anco l'Ulloa, scrivendo dei gesti di Carlo V, narra, come l'Imperatore scrivesse al Gonzaga, che, dovendosi trucidare il Farnese, e' si destreggiasse in modo di trovarsi in luogo per dare subito soccorso alla città ed ai cittadini; meglio della opinione dei cortigiani storiografi ce ne hanno chiarito le scritture allegate. L'Ulloa[25] ci conta altresì, come il Gonzaga facesse trarre il corpo fuori del fosso, e, postolo dentro una cassa coperta di velluto nero, ordinò pietosamente lo depositassero dentro una chiesa, affinchè il popolo non lo vituperasse. Ora sappiamo se il popolo volle vituperare le reliquie dello sciaguratissimo; nè gli fu pio il Gonzaga, bensì Barnaba da Porro dottore di legge, e priore del Comune, che, andato co' suoi servitori a levarlo, lo portò nella vicina chiesa di Santa Maria degli Speroni detta San Fermo, dove lo fece tenere tutta notte a porte chiuse, e la mattina dipoi, acconciatolo dentro una cassa di legno, lo seppellì: certo prima cura del Gonzaga fu ricercare del cadavere dell'odiato Duca, e volle lo levassero di sotto terra, e sconficcata la cassa, si piacque contemplarvi le membra lacere; dopo ciò lo chiuse in altra cassa, col proprio sigillo la suggellò, e la commise in custodia dei Minori Osservanti della Chiesa della Madonna in Campagna. Creda chi vuole alla pietà del Gonzaga; massime se pensi, che gli furono a cotesta opera compagni Girolamo Pallavicino e Oliviero Casabianca, nemici mortalissimi del morto: forse fu voluttà di vendetta, ed anco cautela non solo di verificare bene la strage, ma sì, che in seguito non si levassero novità, dando per dubbia la strage di lui. Il Gonzaga (e nessuno dei moderni si vanti vincere di simulazione i nostri padri) si attentò perfino scrivere lettere di condoglianza al cardinale Farnese, e si leggono fra quelle dei Principi[26]: il Cardinale e Ottavio gli risposero studiando, finchè ei visse, l'arte di spengerlo a ghiado; senonchè il Gonzaga, da quello sparvierato ch'era, se ne schermì sempre, e giunse a morire nel suo letto.
Lo Imperatore, finchè regnò, tenne Piacenza per sè; i congiurati protesse; il genero Ottavio, figliuolo a Pierluigi, costrinse a dargli sicurtà di non gli offendere, nè solo per sè, ma pei suoi fratelli cardinali Alessandro e Santo Angiolo. Questi si andarono lungamente schermendo con la scusa, che per essere gente di Chiesa, non faceva mestieri, dacchè il perdono per gli ecclesiastici non costituisce fondamento principale del sacro loro istituto? Quando poi non si fidando alle parole ebbero a promettere, non lo vollero fare che a tempo, da prima sei mesi, poi tira tira vennero all'anno[27]; da tanto, che come preti si sentivano disposti a perdonare! Tempestato lo Imperatore dalla figliuola e dal genero a rendere loro Piacenza, se ne scansò ora con questo pretesto, ed ora con quell'altro[28]: apparisce, che certa volta fosse proposto da lui, si rendesse Piacenza, ma nel punto medesimo, Parma con Siena si barattasse; nè per quanto si ricava dalle lettere del cardinale Farnese, sembra si facesse alla pratica il viso dell'uomo di arme[29]; però vuolsi credere le fossero tutte lustre per parere, e menare le cose per le lunghe. Di fatti Carlo cesse lo impero, nè rese Piacenza, nè Parma barattò con Siena, solo nove anni dopo Filippo II, per istaccare i Farnesi dalle parti di Francia, restituiva le mal tolte provincie con certe condizioni, che qui non importa discorrere.
Il Gonzaga, nello intento di sminuire a sè e allo Imperatore la infamia che loro fruttò cotesto tradimento, mise le mani addosso ad Apollonio Filareto segretario del Duca, il quale il dì della sua morte lo aveva lasciato per assistere a non so quale banchetto da nozze, e insieme con lui presero il vice-segretario, e asprissimamente li tormentarono, dicendo, volerne ricavare il vero circa i disegni di Pierluigi, e se avesse tenuto mano nella congiura del Fiesco, non che su la pratica di mettere lo esercito francese nel Piacentino; ma in sostanza, fossero o no queste cose vere, poco importava, bastava bensì le confessassero; tuttavia essi tacquero o per costanza di animo, o perchè ignari dei più riposti consigli del Duca; durò il Filareto prigione tre anni; e poichè il carcere a pochi è cote, dove la virtù si affina, a molti scoglio dove rompe ogni parte virile dell'anima, uscitone condusse divotamente la rimanente sua vita rifuggendo ogni commercio umano. Il padre Ireneo Affò afferma che per poco non agguantarono Annibal Caro, e che gli fu ventura essersi trovato a villeggiare fuori della città: questo non è vero. Il Caro, descrivendo nelle sue lettere il caso, racconta, come accaduta la strage del Duca, egli si tirasse da parte recandosi a Rivolta presso il conte Giulio Landi, mentre il suo amico Spina, oltre a salvargli le sue robe a Piacenza, gli otteneva il salvocondotto dal Gonzaga di ridursi a Parma; ma indi a breve il Gonzaga si pentì e volle anco lui; ed egli, fidandosi poco, non prese già la via di Crema, dov'erano già comparse le genti da Cremona, nè tenne verso la montagna a cagione delle strade rotte, bensì traghettato subito il Po, si dilungava su per lo Cremonese, e pel Mantovano; poi ripassato il Po a Brescello, si condusse a Parma: nondimanco i cavalleggeri mandatigli dietro lo fallirono di poco, chè la sera medesima essi albergarono nella città di Cremona, ed egli nei borghi presso ai frati del convento di San Gismondo.
Gli scrittori parziali al Papato, copiosissimi allora e di parecchi anco adesso, narrano come la nuova del caso fosse portata a papa Paolo mentre si tratteneva a Perugia; uditala parve mediocremente si commovesse, anzi con romana costanza esclamasse averne sospettato più volte, e che ciò era incolto al Duca per la soverchia incuria: aggiungono il cardinale Caraffa, che poi fu Paolo IV, gravemente lo ammonisse, e Ridolfo Pio cardinale di Carpi, della utilità della Chiesa zelatore, non si ristasse da rinfacciargli avergli predetto, che quelle due città, come si toglievano alla Chiesa, così non le avrebbe godute nè la Chiesa nè il Duca, e del suo consiglio non essersi approdato; per le quali cose, essendo comparso al cospetto del Papa il cardinale Gambara, promotore del mal sortito disegno, ne fu respinto a vituperio, di che egli fieramente sconvolto si chiuse in casa, dove pochi giorni dopo morì non dicendo parole se non queste: «che egli bene aveva istruito il Papa e Pierluigi del come il Papa e Pierluigi potessero avere Parma e Piacenza, ma non avere già insegnato al Duca a vivere senza guardia, e diverso dal costume de' principi.» Gli scrittori ligi allo Imperatore affermano come il Pontefice nei suoi discorsi non tassava Carlo nè gli ministri suoi partecipi della congiura, e l'Adriani aggiunge: ch'egli venne in sospetto di questo, solo allorquando il Gonzaga fece sapere al conte di Santafiora si astenesse da moversi contro Piacenza, perchè sarebbe come un contraffare allo Imperatore; per ordine suo essendoci entrato, ed a suo nome tenerla. Arduo a credersi è questo, molto più che nel concistoro, tenuto pochi giorni dopo la triste ventura, il Papa annunziava ai Cardinali aver scoperto Ferdinando autore della trama[30], e nel concistoro medesimo disse altresì: «di Pierluigi Farnese duca di Parma e di Piacenza io Alessandro padre di lui non piglierò mai vendetta, ma sì come Paolo III pontefice massimo, e capo della Chiesa, di Pierluigi figlio e gonfaloniere di Santa Chiesa farò vendetta a tutto mio potere, sebbene mi credessi andare al martirio come molti altri.»
Senonchè la vendetta contro gli Imperatori è più facile desiderare che eseguire. Paolo non si potè vendicare, e nè manco ebbe facoltà di rendere Parma alla Chiesa, come pure intendeva di fare: gli si rovesciarono contro come aspidi i nipoti da lui sperimentati fino a cotesto punto ossequentissimi; il cardinale Alessandro pel primo; e siccome egli ostinavasi ad ogni modo spuntarla, ebbe il dolore di sentire come Ottavio, figliuolo del tradito, stesse in procinto di stringere lega col traditore Gonzaga per contrastare ai suoi disegni: questo lo accorava così, che in breve tratto di tempo ne moriva di affanno, non si potendo capacitare, egli così esperto degli umori degli uomini, che se i nepoti lo avevano obbedito, ciò era stato solo perchè ne avesse del continuo promosso la grandezza, e che nei tempi appellati civili si perdona più agevolmente chi ti ammazza il padre, che chi ti porta via, o ti menoma la roba; e questo ha scritto Macchiavello, e noi dopo lui più volte, perchè lo abbiamo trovato tremendamente vero.
La tradizione conservò, ed anco qualche storico lasciava scritto, come allo annunzio della strage di Pierluigi tanta gioia assalisse Andrea da non capire in sè medesimo, epperò, cercato il breve col quale il Papa, usando lo stile bugiardamente pomposo che si costuma nella Curia romana, erasi con esso lui doluto per la strage di Giannettino, e trovatolo, dopo averlo fatto con molto studio ricopiare, glielo rinviò tale e quale, mutati i nomi e quanto era da mutarsi; solo per maggiore strazio toccò degli uffici della parentela spirituale, dacchè quando ad Ottavio figliuolo di Pierluigi nacquero da Margherita austriaca due gemelli, gli levassero al sacro fonte tre compari, il duca di Firenze, il marchese del Vasto, e il Giannettino Doria. Se per me si dettassero adesso libri a modo di dramma, io piglierei questo fatto senza troppo approfondare la cosa, ma componendo storie io devo dire, che mi sembra poco verosimile, avuto riguardo alla consueta natura di Andrea, la quale fu chiusa, e per la età, e pel bisogno simulatrice e dissimulatrice; massime poi che in questi giorni medesimi viveva in travaglio grande per la sua vita, dimodochè io penso, che, invece di provocare, avrebbe messo pegno se lo lasciavano in pace. Infatti ci rimane di Andrea Doria a Ferdinando Gonzaga una lettera scritta nel medesimo dì in cui cadeva trucidato Pierluigi, con la quale gli racconta per disteso le vie che si tentavano dal re di Francia di levarlo dal mondo: a questo uopo, egli afferma, essere stati eletti quattro sicarii al borgo di Valditaro, ed otto alla Mirandola da un Galeotto da Pico, cui avevano dato il carico di assaltarlo mentre andava al palazzo; però egli stava a buona guardia, e metteva fiducia di salvarsi prima in Dio, e poi nell'ordine di usare sottile diligenza, affinchè veruna persona sconosciuta o forestiera entrasse in città; affermava eziandio avere saputo, e forse glielo avranno dato ad intendere, essersi formata un'altra trama, la quale consisteva nel mandare, sopra la galea del Fiesco, un ducento archibusieri, sotto la condotta di Cornelio Bentivoglio, a Genova nel mezzo della notte, e assalire la sua casa, e combatterla, finchè i banditi genovesi ingrossati ai confini non fossero giunti con celerissimi passi ad occupare la città per consegnarla ai Francesi. Tuttavia vuolsi notare, che a mo' delle molle di acciaio, le quali quando sono da maggiore forza compresse, dove di un tratto sprigioninsi, vibrano con maravigliosa veemenza, così accade della natura umana, e se gli animi ritenuti irrompono, lo fanno con impeto metuendo e terribile: di questo possiamo vederne un esempio nel medesimo Andrea Doria, quando ormai co' piedi nella fossa, ordinò che sotto i suoi occhi si mazzerasse Ottobuono Fiesco. Checchè di ciò sia, la lettera spedita da Andrea a Paolo III intorno alla strage del figliuolo io non vidi, nè credo che altri abbia visto mai.
Laudatori della iniqua opera non difettarono; tra scelleraggine e virtù una sola la distinzione per loro, se prospera o infelice. Il barone Sisnech ne scriveva al Gonzaga congratulazioni, come se gli fosse nato un figliuolo, e giova riportare in parte cotesta lettera nel preciso linguaggio, pur desiderando, che le barbare cose non incontrino mai linguaggio meno barbaro di quello, però che per essa molte menzogne dei sicarii di penna di cotesto tempo vengano fatte palesi: «a qui havemo inteso la morte del signor Pietro Aluisio, ed io non ho visto niguno che havesse piansuto, se non generalmente hanno dato la sententia, ch'el è stato pagato secondo gli suoi meriti, ed che vostra Excellentia s'ha gubernato nel ditto caso da valoroso et prudente come quel savio principe, ch'è.»