Di lui a mille doppi più indegno il Bonfadio, che, educato nelle umane lettere, doveva da ogni bruttezza morale aborrire: costui pertanto, che nei suoi Annali poche pagine prima giudicò la congiura del Fiesco parricidio, adesso scrivendo del macello del duca Farnese, per andare a' versi dei padroni, racconta come il conte Giovanni Anguissola con tre o quattro dei suoi, che secondo il solito lo accompagnavano, entrato in castello, e udito appena il segno convenuto tra loro, con incredibile grandezza di animo fece l'ufficio suo; e fu, siccome abbiamo veduto, ammazzare alla sprovvista un uomo stroppio, e due preti incolpevoli, forse all'Anguissola ignoti, e certo non contrastanti: paura fu questa di assassino, e lusso di ferocia!

Scrivendo talora libri, nei quali, ai fatti veramente accaduti, andai di tratto in tratto innestando uomini e casi immaginati, udii spesso appormi l'accusa di viziato vagheggiatore ed espositore di ogni maniera efferatezze: ora che mi sono condotto a raccontare storie affatto vere, o che le si reputano tali, non vedo quale civanzo ne sia venuto a me, nè ad altrui; all'opposto parmi averci scapitato e di molto: imperciocchè nella mia immaginativa allato dell'uomo iniquo io potessi mettere il virtuoso; dove lasciava l'orma la scelleraggine farci mettere il piede alla pena umana qualchevolta, e sempre alla divina; alternare insomma veleni e antidoti, demoni ed angioli; ora non è più così; il morto giace su la bara, e mi tocca di colpa trapassare in colpa, sicchè, per lo immenso laberinto di opere fraudolenti e di sangue, l'anima sbigottisce, e lo stesso giudizio per incertezza balena. Tanto mi scappò quasi a forza, considerando come dopo due congiure adesso mi occorra raccontare la terza, e forse la più lamentevole di tutte.

Ricciarda Malaspina nacque figliuola primogenita del marchese Alberico di Massa e Carrara. Rimasta erede dello stato dopo la morte paterna condusse a marito Lorenzo Cibo, che fu nipote per sorella di Lione X, e pronipote di Innocenzo VIII; da questo matrimonio ebbe due figliuoli Giulio e Alberico; essendo ella di natura piuttosto superba, che altera, quantunque celebrassero il suo consorte perfettissimo cavaliere, pure vivevasi a Roma separata da lui, donde per via di Vicari governava il suo stato, che del marito, per quanto si ha ricordo, poco caso faceva o nessuno. Questa divisione di corpi, e più di animi, doveva partorire pessimi frutti in famiglia, e di vero li partorì; dei figli il maggiore, mostrandosi inchinevole al padre di preferenza che alla madre, da questa fu preso in uggia, la quale per contrasto fece sua delizia del figliuolo minore ossequentissimo a lei. Di qui il sospetto in Giulio, che la madre tentasse ogni via di privarlo del marchesato al quale lo chiamava erede il testamento dell'avo Alberico: si trova altresì che la madre Ricciarda, largheggiando di danaro col figliuolo minore, lasciasse sovente nella inopia Giulio, dicendogli che se ne facesse dare da suo padre, il quale per natura generoso anco troppo, invece di poterne somministrare altrui, sovente aveva mestieri accattarne per esso. Finchè Lorenzo visse, le cose rimasero in termini di una cotale quiete torbida, che non è guerra, nè può chiamarsi pace; ma non sì tosto ebbe cessato di vivere, che Giulio, giovane appena dicianovenne, sovvenuto dai vassalli, i quali se molto aborrivano la marchesa lontana, adesso ch'era venuta a stanziare fra loro non la potevano soffrire, s'impadronì dello stato, e lei, e il cardinale Cibo suo zio (quel desso tanto famoso a cui Filippo Strozzi lasciava, morendo, il suo sangue perchè se ne facesse un migliaccio) imprigionò; ma cotesta impresa, come quella ch'era stata condotta piuttosto con impeto che con discorso, capitò subito male, onde Ricciarda, agevolmente liberatasi, riparò in Castello, e Giulio ebbe a ventura di salvarsi con la fuga, riparando presso il marchese Malaspina di Fosdinuovo. Ricciarda usò della vittoria conforme le persuadeva l'indole di mala femmina, e per di più inviperita; nè il cognato prete è da credersi buttasse acqua su quel fuoco; bandiva pertanto i ribelli, ne atterrava le case, le fortezze per via di opere murarie rinforzava, di munizione le forniva; tuttavolta, interponendosi pacieri i parenti, a malincuore la donna perdona al figliuolo, e di corto, preposto il cardinale al governo dello stato, vassi a Roma.

Giulio, rimasto a Massa, ebbe odore, che la marchesa, partendo, lasciasse ordine al Castellano, che, in caso di bisogno, avesse a chiedere aiuto al Duca di Ferrara; e morta lei, guardasse la fortezza e lo stato pel suo figliuolo Alberico: ora essendo questi disegni fatti palesi ad Andrea Doria e a Cosimo duca di Firenze, accadde, che nè l'uno nè l'altro ci trovassero il proprio conto; non Andrea, perchè fosse in trattato di maritare la Peretta sorella di Giannettino con Giulio, come poi veramente condusse in matrimonio; non Cosimo, che emulo del duca di Ferrara, sentiva venirsi i brividi addosso al solo pensiero di averlo a sofferire vicino; però ambedue di accordo sbracciaronsi a tutto uomo per aizzare il giovane Giulio, affinchè occupasse da capo lo stato materno: questi, che aveva bisogno piuttosto di freno che di sperone, non è a credersi se ora, che alle parole quei due astutissimi aggiungevano fatti, ci camminasse di buone gambe. Giannettino Doria lo accomodò di ottocento fanti e di quattro pezzi di artiglieria, Cosimo di munizioni e di bombardieri per abbattere la Rocca; ma non ce ne fu mestieri, imperciocchè i sicarii di Giulio ammazzassero a tradimento il Castellano co' suoi figliuoli; allora Giulio ci mise dentro a guardarla Paolo da Castello soldato di Cosimo, e questo merita nota, perchè da un lato testimonia la levità del giudizio del marchese, e dall'altro la manifesta complicità di Cosimo. Levossi per simile immanità rumore infinito, e la Ricciarda in Roma mosse subito lite davanti ai Tribunali a fine di diseredare il figliuolo per causa d'ingratitudine; meglio avvisata poi, le parve più spediente ricorrere allo Imperatore, che cotesti modi spicci non tollerava, bene intesi in altrui, pretendendo che gli uomini vassalli allo impero non rifiatassero, io sto per dire, senza il suo consenso, ed oggi avendolo le vittorie germaniche imbaldanzito, così che per pigliarsi il mondo, pensava gli avesse a bastare di stendere le braccia; ordinava pertanto: sgombrisi da ogni soldato Massa e subito; si depositi nelle sue mani la Rocca; la custodisca presidio spagnuolo a cui preponeva il cardinale Cibo. Giulio, comecchè per essere stato nudrito in Corte dello Imperatore fosse uso a tenerlo in reverenza grande, tuttavia ad obbedire cotesti comandamenti ricalcitrava, e diceva a cui non lo voleva sapere sè essere disposto a mettersi in isbaraglio per difendere il fatto suo, ma avendo Carlo commesso per lo appunto ad Andrea Doria ed a Cosimo di ridurre il giovane a partito, questi con lo zelo stemperato di servi, i quali paurosi di avere perduto la grazia del padrone si mettono in quattro per ricuperarla, tirano lo improvvido giovane a Pisa, e quivi gli fanno capire, che o con le buone o con le cattive bisogna che si adatti; anzi occorrono scrittori, il Cappelloni e il Sigonio tra gli altri, che attestano Cosimo averlo fatto addirittura prigione: a me è mancato modo di chiarirlo, ma devo confessare che per siffatti tiri Cosimo pareva fatto a posta, che nella sua natura ci entrava del principe, ma del bargello troppo più. Aggiungono che Cosimo si movesse a ciò per le ardentissime istanze del cardinale Cibo; e può darsi, chè il Cardinale in confronto a Cosimo non iscapitava di un pelo; ma io non lo credo: bastava a Cosimo il bisogno di tenersi bene edificato lo Imperatore per fare quello e peggio. Poi per iscusarsi, così Andrea come Cosimo, mandarono voce dintorno, che Giulio, prevedendo contraria la sentenza che stava per dare Ferdinando Gonzaga eletto giudice dallo Imperatore nella controversia tra lui e la madre, avesse di già messo pratica col cardinale di Lorena, e con gli Strozzi di ribellare Genova, e dopo, imprigionato Andrea, consegnarla ai Francesi, e questo aveva rivelato certo Paolino di Arezzo, grande famigliare di Giulio; trovati tutti nè verosimili, nè veri. Giulio, uscito salvo dalle accoglienze dell'ospite toscano, va a Roma, dove s'ingegna tornare in grazia alla madre, e par che ci riesca, compiacendola con la renunzia dei suoi diritti sul marchesato, dal quale già lo aveva dichiarato, come si presagiva, decaduto la sentenza di Ferrante Gonzaga; la madre in compenso gli pagò certa quantità di moneta. Giulio sembra si confermasse più che mai a tentare cose nuove in Genova o altrove, e certo avevano troppa virtù a dargli la pinta il giovanile bollore, il tempo pravo, gli esempi nequissimi e il cruccio delle ingiurie patite, dacchè lo vediamo adesso intento a raccogliere da ogni lato pecunia; a tale scopo egli si adoperò ritirare anco la dote della moglie Peretta; ma Andrea diritto, subodorata la cosa, si andò con varie giravolte scansando; e questo sicuramente non valse a blandire l'animo del giovane. Quantunque le sieno cose difficili a provare per vie di scritture, puossi razionalmente credere, se guardiamo alla qualità degli uomini e delle passioni loro, che non mancassero al Marchese i conforti dei cardinali di Bellay e di Guisa, e nè manco quelli del Papa o degli attenenti del Papa: leggo eziandio, che gli venissero stimoli anco da Scipione Fiesco, il quale la marchesana Ricciarda aveva come parente accolto nelle sue case di Roma; ma ciò giudico fosse fatto per apparecchiare un pretesto d'infierire, come su gli altri Fieschi, su lui, imperciocchè troppo egli fosse giovanetto in quel tempo: questo altro credo piuttosto, che Giulio, nel quale non sembra la prudenza andasse a pari con l'animo irrequieto e macchinatore, gli facesse sapere cose, che svertate poi dal garzone, gli dessero il tracollo. Concertatosi pertanto il conte Giulio con la fazione francese di tentare che Genova si ribellasse e Andrea si togliesse di mezzo, sia coll'ammazzarlo o altrimenti, volendola filare troppo sottile, si condusse a visitare Don Diego Mendozza oratore cesareo a Roma e gli disse: «i Francesi tentarlo di entrare ai loro servizi, e se fosse con buona grazia di lui, egli fingerebbe trovarsi disposto a contentarli, promettendogli, che dove questo fosse accaduto, egli s'ingegnerebbe in modo di mettere nelle mani dì Sua Maestà qualche piazza forte presidiata dai Francesi nel Piemonte.» Il Mendozza, che era tristo, e volpe vecchia, gli rispose: «rimettersi in tutto e per tutto nelle sue braccia;» e l'altro: «ci pensasse bene, perchè non voleva ch'egli poi venisse in sospetto di lui, se gli riportassero il bazzicare che avrebbe fatto co' Francesi;» e il Mendozza da capo: «nè manco per ombra:» onde il giovane, che aveva presunzione molta, e senno poco, riputando essersi messo lo Spagnuolo in tasca, procedè meno rispettivo di quello che forse avria, senza cotesta arcata, adoperato. Assicuratosi, come credeva, da questa parte, si recò a Venezia, dove venuto a mezza spada co' congiurati, rimase stabilito fra loro: mandassersi ad avvisare gli aderenti dì Genova, che ci chiamassero quanti più uomini potessero, introducendoli uno alla volta e sotto vesti mentite; il conte Ottobuono Fiesco in Valditaro, che fu suo feudo, radunasse i sudditi rimasti fedeli su le mosse, per non lasciare solo nel repentaglio il conte Giulio; egli poi, tornato a Genova sotto colore di visitare la moglie, menasse copiosa compagnia; gli dettero lettere commendatizie pei parenti dei banditi, lo fornirono di danaro; procurasse, che in certo determinato giorno la guardia del palazzo del Doge si trovasse tutta, e nella massima parte composta di gente amica; e poichè a lui, come congiunto, era facile lo ingresso in ogni tempo al Principe, lo ammazzasse senza riguardo, e con esso lui l'oratore imperiale con otto o dieci dei maggiorenti della città; agli aiuti di Ottobuono Fiesco arieno tenuto prossimamente dietro i Francesi dal Piemonte, dalla Mirandola e da Parma. L'oratore di Francia a Genova gli dette il contrassegno per monsignore di Chental, che si doveva tenere pronto a sovvenire la impresa con duemila fanti, e dicono, che fosse: il Re Artu con tutti i cavalieri della tavola tonda; a questo modo disposta ogni cosa, mosse da Roma per Genova, in compagnia di Alessandro Tommasi sanese, con molta pecunia addosso, e carte bianche col nome di Ottobuono Fiesco per gli partigiani suoi. Dicono, che la madre, accortasi delle pratiche di Giulio, lo tradisse porgendone avviso all'Oratore di Sua Maestà, ma io credo piuttosto lo facesse intendere al Cardinale perchè si guardasse; e da questo n'ebbe contezza l'Oratore: così mi gioverebbe potere affermare per carità di questa nostra umana natura, ma forse il rimedio è peggiore del male; chè zio paterno essendo il prete, stava in luogo del padre; se nonchè come prete, non era obbligato a sentire le voci del sangue; nè a nulla che sappia di umano.

Ormai i passi del giovane Conte sono contati: giunto a Pontremoli, intanto che muta cavalli alla posta, ecco circondarlo una mano di soldati spagnuoli condotti dal capitano Pietro Dureto, ed intimargli l'arresto: opponendosi egli, mentre tenta levare i terrazzani a rumore, come quelli che serbavano grata memoria di casa Fiesca, si mette mano alle armi, dove dopo avere rilevato due ferite casca in terra; preso e legato lo imprigionano nel castello di Milano: colà ricercato sottilmente da Niccolò Sacco capitano di giustizia, confessa parte a parte quanto di colpa compì, e quanto disegnava eseguire: lo condannano a morte: per alcun tempo non se ne parla più, e parve lo dimenticassero, un bel giorno, e fu di sabato, trovaronlo su la piazza del castello tagliato in due tocchi, tramezzo a due torchi accesi. A Genova sostennero parecchi in prigione, e dacchè, dopo minuta indagine, non si rinvenne in loro peccato, si contentarono bandirli, uno solo più gramo degli altri decapitarono; si chiamava Ottaviano Zini, e si tenne per comune opinione, che tale adoperassero per non parere che avessero straziato tanti cittadini senza fondamento di verità; cosa praticata prima di allora, e dopo; costumando la tirannide, dove trova offesa, farla pagare a quanti scopre colpevoli; dove la sospetta soltanto, ed anco ad uno per tutti: sono la paura, e il sospetto reati di cui glieli desta nel cuore.

Così ho narrato, perchè in altro modo non mi occorse, per ricerche instituite, trovare scritto. Che in parte più o meno grave la colpa fosse vera, apparisce probabile, considerata la natura umana, la impazienza giovanile, e le varie acerbissime offese con le quali lo avevano invelenito: però tutto a quel modo non deve essere passato, e di questo ogni uomo si persuaderà di leggieri dove pensi, che Jacopo Bonfadio, il quale per trovarsi in Genova, e allato a' Doria, doveva pure sapere di quel caso ben dentro, afferma che Giulio non ebbe mai intenzione di ammazzare Andrea, e che quanto confessò fu per forza di tormenti, che gli stessi storici venduti dicono crudelissimi: e se vuoi saggio d'ipocrisie vecchie, per farne confronto con le ipocrisie nuove, leggi quanto scrive Alfonso Ulloa, nella vita di Don Ferrante Gonzaga, intorno ad Alberigo fratello di Giulio ed al Gonzaga, di cui al primo cotesta morte approdò, e il secondo ordinò. «Cotesta morte dolse internamente al signore Alberigo, ed a tutti gli amici suoi, e principalmente a Don Ferrante, che conosceva, che quello incauto e mal consigliato cavaliere (che da fanciullo era stato messo ai servigi dell'Imperatore) era stato ingannato, e trattato diversamente di quello che il suo valoroso animo, ed altri pensieri ricercavano.» Misero! e non gli valse tutto questo almeno per non essere esposto, fatto a tocchi, sopra una pubblica piazza!

Amico Platone, più amica la verità, disse l'antico, e Carlo, e con esso lui quanti reggono despoti ripetono: amici quanti travagliansi, e si fanno ammazzare per noi, più amica la nostra potenza; così egli nel concetto della monarchia universale mirando a sottomettersi intieramente Genova, riputata, come veramente ella è, porto d'Italia, intendeva rifabbricarci quella stessa fortezza che già murarono i Francesi e dissero Briglia, quasi per tenere in freno la città, e secondo il suo vecchio costume presidiarla con soldati spagnuoli. A questo fine l'Oratore imperiale si industriava scalzare l'animo di Andrea Doria, dimostrandogli da un lato le insidie dei Francesi inviperiti, potenti, e prossimi in guisa da temere di vederseli ruinare addosso con improvvisa scorreria, e dall'altra i nemici della Patria domi sì non estirpati, e scemi non già di maltalento, bensì di forze, le quali col tempo si rifanno; lui troppo esperto per ignorare che gli amici, massime politici, non rallegransi di tutte le contentezze degli amici, nè di tutte le disdette intristisconsi. Ai nobili vecchi il partito di fabbricare la fortezza non isgarbava, usi dalla propria sicurtà in fuori non vedere, o curare nella Patria altro interesse; e poi, secondo il costume antico, si adattavano meglio a servire da una parte per dominare dall'altra, che vivere civilmente con uguaglianza sotto la legge. Andrea le cose esposte dall'Oratore aveva veduto prima di lui, ed altre parecchie che a lui erano sfuggite, onde in quella subita perturbazione dell'animo, e vinto altresì dalle istanze dei suoi settatori si lasciò andare per modo, da farsi intendere che alla fabbrica non si sarebbe mostrato contrario; allora questi, colta la palla al balzo, mandarono Adamo Centurione in Ispagna per negoziare il trattato.

Ma non si potendo le cose segretamente condurre, che in parte non trasparissero, il Comune di Genova, avuto odore del pericolo, si reca al Doria, e con preghiere la libertà della Patria gli raccomanda, che ormai in Italia non servire in tutto e per tutto gli stranieri appellavasi libertà, e lo supplica a rispettare la sua fama; pensi, a lui vecchio e senza figliuoli non potere concedere la fortuna maggiore onoranza quanto morire libero nella Patria per la sua virtù liberata, nè già sperasse che i cittadini di quieto sofferissero Genova ridotta alla odiosa servitù; che avrieno tolto innanzi mandarla a fuoco e a fiamme. Al Doria, rimosso alquanto il pericolo e rinfrancato l'animo, tornarono gli antichi concetti a galla, di porre sè, la sua famiglia, e i suoi tra Genova e Spagna; serva la Patria a Carlo ma di seconda mano; e forse, anco, io lo voglio credere. Andrea in quel punto maledì in cuore suo la colpa antica di avere screduto, che la Italia potesse rivendicarsi a libertà: breve, promise non avrebbe avuto Genova nè fortezza, nè Spagnuoli; e mandata ogni pratica a monte, dalla osservanza delle promesse fatte ai cittadini nè per minacce, nè per blandizie si remosse: con lui d'insidie maestro, le insidie tornarono corte; nè la congiura del Fiesco fa caso, che il giovane conte di simulazione e di dissimulazione fu miracolo.

E le insidie ci furono e potentissime, imperciocchè il duca di Alva, sotto colore di venire in Italia per cercarvi Massimiliano nipote di Carlo V e condurlo in Ispagna, avesse comandamento da questo Imperatore dabbene di concertarsi col vicerè di Milano Ferdinando Gonzaga, e con Cosimo duca di Firenze, di occupare Genova per sorpresa nella occasione della fermata che ci avrebbe fatto il principe don Filippo suo figliuolo nel prossimo viaggio per le terre d'Italia; questi personaggi, dopo essersi data la posta a Piacenza, reputarono opportuno convenirci mediante loro ministri per non mettere il campo a rumore; i quali difatti, adunatisi, vi fermarono quello che in breve esporrò. Il papa che, scottato già dall'acqua calda temeva la fredda, stando su l'avviso presentì primo la trama, e facendo dal governatore di Parma Carlo Orsino instituire sottile indagine, questi venne in cognizione come un certo, del consiglio segreto del Gonzaga, avesse svertato di cotali parole: tenere adesso le mani in pasta, la quale rimestata a dovere avrebbe dato bene altro pane, che quello di Piacenza; gli bucinarono altresì negli orecchi come alcuni colonnelli dello Imperatore avessero avuto ordine segreto di avvicinarsi verso i confini di Genova, e ne riferì a Roma, dove o per bontà di amico, o per commissione segreta della Corte, pigliatane lingua Lionardo Strata, gentiluomo genovese, questi fu a tempo di porgere consigli salutari alla Patria. Il Senato, o Comune di Genova, senza stare, visto il lupo a cercare l'orma, provvide secondo gli antichi ordinamenti, forse caduti in disuso, si deputassero quaranta nobili, i quali, descritte quaranta compagnie di duecento cinquanta uomini l'una, di buone armi le armassero, e le tenessero bene edificate per eseguire quanto venisse loro commesso di fare.

Andrea, come altrove dicemmo, sortito per sua rea fortuna ad essere soprassagliente, ed albergatore di principi stranieri in Italia, imbarcava a Rosas, altri afferma a Barcellona, ma erra, Filippo per Genova, dopo avere condotto Massimiliano in Ispagna; chi nota cinquantotto essere, chi sessanta le galee capitanate allora da Andrea, sicule la più parte, e napolitane, o spagnuole; due di Antonio Doria, del Grimaldo di Monaco due, due del visconte Cicala, diciannove di Andrea, fra cui la quinquereme in cotesti tempi reputata cosa stupenda: quaranta navi onerarie seguivano. Quale e quanto il corteo, gli arnesi preziosi, le vesti sfoggiate, gli arazzi, le bandiere, i suoni, altri racconti: hacci un volume e grosso che ricorda i minuti particolari di questo viaggio, chi ne ha voglia lo legga: lo scrisse l'Estrella spagnuolo[31]. A noi basti saperne tanto, che su le navi Filippo portava seco il vasellame della corte per comparire nei conviti onorevole, valutato un milione di oro[32]. Tuttavia notisi, ch'ei lo portava per farlo vedere, e quasi per richiamo, come costuma chi uccella, perchè a veruno donò, se togli femmine[33], da tutti prese, massime in Italia, e più gli Spagnuoli insaccavano, e meno pareva loro che gli dessero, che davvero l'avara crudeltà di Catalogna da nessuno fu vinta, se ne togli la odierna austriaca, la quale è pure consorte di quella.