Veleggiavano per le coste d'Italia su la medesima galera Andrea, il principe Filippo, il duca di Alva, il Madruzzo cardinale di Trento, don Luigi Davila commendatore di Alcantara, don Gomez Figuerroa, capitano della guardia, Guittierez Lopez di Padiglia maggiordomo ed altri personaggi preposti a tali e tante così svariate cariche, che troppo sarebbe lungo riferire: a vederli parevano sviscerati amici, tanto non rifinavano avvicendarsi oneste accoglienze e liete; più di tutti Filippo, il quale un dì arringava Andrea, rendendogli grazie non pure grandi, maravigliose, e nella sua orazione piena di concetti superlativi paragonò prima il padre Carlo a Giulio Cesare e a Filippo macedonio, poi più modestamente sè ad Alessandro magno. Gli Spagnuoli, tenendo ormai di aver agguindolato Andrea, comecchè urbanamente, lo proverbiavano, e lo davano a divedere, Andrea al contrario affatto sicuro della solerzia ligure lasciava dire mostrando di non addarsene.
Intanto chi di loro due si apponesse si chiariva da questo. Don Ferrante, giusto nel punto in che l'armata salpava da Rosas, aveva scritto al Senato: essere il principe Don Filippo partito di Spagna, ma siccome, venendo per mare, gli era tolto condurre seco accompagnatura dicevole alla grandezza sua, così dimandargli stanza per duemila cavalli e duemila fanti, co' quali egli si proponeva onorare in Genova la presenza del suo signore e padrone. Rispondeva il Senato: non la potere concedere, se non dopo informato del numero e della qualità degli uomini che traeva seco il principe Don Filippo; allora piglierebbe consiglio; replicava insistendo il Gonzaga: la guardia aversi a trovare sul posto appunto mentre il Principe scendeva a terra; gl'indugi sbandissero, ed i più tristi sospetti; ma il Senato pertinace ammoniva alla scoperta: dal poco fidarsi non essergliene capitato mai danno: venisse in compagnia di venti compagni e gli aprirebbero; se con più gli chiuderebbero le porte in faccia.
Allora la collera del Gonzaga, come colui che vedeva il male esito dei suoi tiri furbeschi, rotti gli argini dette di fuori e di rinfacci mandò giù un diluvio. Di qua e di là si avvicendarono proteste; all'ultimo il Senato, per non tirare di soverchio la corda, consentiva alloggiasse il Gonzaga a Sestri con duecento cavalli e trecento fanti.
Quanto a Cosimo ci occorre buona ragione per crederlo di voglie mutate, e lo argomentiamo da questo: premuroso di difendere e di crescere lo stato, egli aveva scritto allo Imperatore come Piombino, in mano di donna vedova e di garzone pupillo, male reggerebbe agli assalti nemici, e meno l'Elba per essere luogo aperto; desse a lui Piombino, spodestandone i signori vecchi, e gli consentisse fortificare la seconda, ed egli entrare mallevadore che sarieno entrambi rimasti illesi dagli sforzi dei Francesi. Piacque il partito allo Imperatore per molte cause, di cui non ultima, per non dire principale, quella di arruffare i principi italiani fra loro, e tenerseli come fili attaccati al dito. Gli Appiani pertanto si cacciarono via, e Piombino, consegnato a Cosimo, si munisce da lui con gagliardissimi baluardi; così eziandio l'Elba, e l'opere che ci furono fatte ammirò nel passato secolo il Vauban, ed anco nel nostro si tengono in pregio. I Genovesi, commossi per tale novità, come quelli che vivevano in inquietudine di Cosimo non meno ansiosa che dell'Imperatore, però che se questi superava quello in potenza, quegli vinceva questo di solerzia, e stando loro da canto poteva côrre a volo le occasioni, presero a levare infinite querimonie, e stette a un pelo che, saltati a tumulto su le galee, non uscissero a mettere sottosopra le muraglie fabbricate di fresco; ventura fu che Andrea, accorrendo, ordinasse le galee si sferrassero dal porto, e si discostassero in mare; allora il popolo, vistosi tronco il cammino, si placò alle promesse del Doria, il quale lo mallevava, che lo Imperatore informato gli avrebbe tolto cotesto spino dall'occhio. Cesare Pallavicino fu subito spedito a Corte, non si sa con quali argomenti (comecchè si sappia i Genovesi avere sempre fatto capitale su gli scudi di oro), tirarono dalla loro un certo frate domenicano Multedo confessore dello Imperatore; di cotanto più facile riesciva al Pallavicino cattivarsi il padre domenicano, quanto, che questi avesse ruggine contra Cosimo per la soppressione ch'ei fece dei Frati di san Marco in odio del culto da loro serbato pel Savonarola. Il Multedo non omise mettere a scrupolo di coscienza del suo imperiale penitente lo spoglio iniquo consumato in suo nome a danno della vedova e del pupillo; uno storico qui nota e bene, che il frate operò da quel valentuomo ch'egli era; per altro bisognava confessare, che avrebbe fatto meglio, dacchè era entrato su questo tasto, a mettergli a scrupolo di coscienza tutto il rimanente, ed era troppo più, che egli si teneva, come i cani cuccioli, con ingiustizia anco maggiore usurpato. A Cesare, cui bastava che Piombino fosse stato munito co' danari di Cosimo, non parve vero, sotto pretesto di giustizia, far sentire al tirannello fiorentino che aveva la rosa una stretta di mano; e poi trovò utile alla sua politica le gozzaie fra i principi a lui sottoposti inasprire speculando su la discordia per allungare gli ugnoli; quindi a Giovanni De Luna, e al Mendozza commetteva, che preso possesso di Piombino, con soldati spagnuoli lo presidiassero. Cosimo al quale sembrò, com'era difatti, essere giuntato, si risentiva; e Cesare all'opposto lo tassava d'ingratitudine, avendogli, secondochè gli rinfacciava, ottenuto dai Genovesi non senza molta fatica il quieto possesso delle fortezze della isola d'Elba ai Genovesi molestissime, perchè da loro temute minaccie e pericolo per la prossima Corsica; nondimanco Cosimo imbroncito non si mosse da Firenze per complire don Filippo al suo arrivo a Genova; dicono ch'ei mandasse il figliuolo Francesco in compagnia di un vescovo Ricasoli, scusandosi, narra Giambattista Cini nella vita di Cosimo, col travaglio, che gli davano le cose di Genova da lui vigilate pel servizio dello Imperatore, ma invece perchè lo smacco di Piombino gli si era fitto nel cuore, e però aveva seco stesso deliberato non volere tanto precipitare la sua reputazione, che ogni cenno dello Imperatore lo avesse sempre, e a qualunque sua voglia a movere: amando per sè e per la rimanente Italia l'amicizia di Cesare non la servitù, mentre a questa egli si mostrava piuttosto stupidamente cupido che a diritto sollecito ridurre; e queste sono le parole che possono parere generose, ma insomma le proverai inani, perchè come un duca di Fiorenza potesse pigliare queste arie con lo Imperatore non si capisce, se non che barcamenandosi con la Francia; ma allora, invece di vendicarsi in libertà, si sottometteva a due dipendenze; invece i Medici, e gli altri piccoli principi italiani, avendo sperimentato di tale ragione politica, trovarono che egli era come cacciarsi tra la incudine e il martello. Non senza cagione poi ho scritto dicono che andasse Francesco a complire il principe Filippo, però che simile novella venga smentita dal Cantini, altro spositore della vita di Cosimo, insieme con la giunta dei centomila scudi di oro portati dall'erede di Cosimo in dono a Filippo, non parendo verosimile, che il duca, tanto per natura e per abito sospettoso, volesse avventurare in cotesti tempi torbi il figliuolo unico, e fanciullino di sette anni, e per di più presentare di tante monete l'erede di colui, che con sì gravi ingiurie lo aveva di recente angustiato. Su di che, se da un lato è da dirsi, che gli scrittori contemporanei, e vissuti in Firenze, pei fatti che videro meritano fede su quelli che vissero ai tempi nostri, dall'altro poi bisogna persuaderci che lo inverosimile, e nè manco lo strano somministrano motivo plausibile per discredere le azioni degli uomini.
Se durante il viaggio, ovvero dopo toccato il lido accadesse questo altro caso che trovo scritto ed io riporto, non mi è noto; però sembrerebbe più certo che avvenisse in cammino. Avendo il principe spagnuolo richiesto Andrea del luogo dov'egli credeva ben fatto, ch'egli pigliasse stanza, quegli accorto rispose: in casa sua, che tale veramente doveva considerare il palazzo di Fassuolo, avendolo egli donato allo Imperatore Carlo, il quale benignamente accettatolo, glielo aveva restituito, affinchè lo custodisse e tenesse in punto per sè e suoi in occasione che si dovessero fermare a Genova; e siccome Filippo si avvide che volteggiando non si accostava, andò diritto col domandargli in qual modo gli venisse dissentito albergare nel palazzo della Signoria; alla quale recisa domanda Andrea rispose reciso: cotesta essere la sede del Governo, nè potere il Governo trasferirsi altrove senza scapito di reputazione. Mentre così le cose passavano tra pirata e corsaro, e gli Spagnuoli, sicuri dell'esito di cotesta scherma, ne pigliavano sollazzo, ecco appressarsi una galea sottile, spedita da Ferrante Gonzaga, annunziatrice essere le argute insidie andate all'aria; all'erta il Senato, l'ingresso della città alla gente in armi disdetto; guaste le insidie, se si potesse adoperarci la forza, si facesse; altrimenti mettessero l'animo in pace.
Filippo, il quale alle stupende qualità di fingere sortite dalla natura non aveva anco dato l'ultima mano col freno dell'arte, sdegnoso dichiara non volere più oltre andarsene a Genova; gitterebbe l'áncora a Savona; lo dissuadeva il duca di Alva; però mutato animo, accoglieva cortese quattro ambasciatori della repubblica a Ventimiglia, donde poi avendo con esso loro mosso a Savona, colà lo raggiunsero a complirlo altri otto oratori con a capo Agostino Lomellino; poi l'ospitava Benedetta Spinola, e n'ebbe fama di gentile e di magnifica; dopo due giorni pigliava stanza nel palazzo di Fassuolo: però prima di entrare, quasi ammonimento della Provvidenza, a due miglia dalla lanterna, la galea Lione di Napoli ruppe dentro uno scoglio a fior d'acqua aprendosi da cima in fondo: comecchè fossero prontamente soccorsi, a stento poterono salvarsi quelli che ci erano su. Don Alonzo Osorio ci perse tutte le sue robe, e don Luigi della Cerda le robe e quasi la vita, imperciocchè tanto restasse in mare che sebbene si reggesse a noto, per la spossatezza o pel freddo stava lì per dare gli ultimi tratti. Su questa galea andavano i fornimenti della cappella del Principe, di valore non lieve, e ne patirono gran danno. Della gente accorsa in frotta dalla universa Italia a far prova di abiezione, o per agonia di comodi da lungo sollecitati e non conseguiti mai, o per isperanza di ottenerne dei nuovi, o per paura di perdere quelli già avuti, si tace. Andrea superò in isplendidezza la stessa aspettativa degli Spagnuoli magnifici molto, e più che magnifici ostentatori di magnificenza, studioso com'era di abbondare nelle mostre, quanto più fermo di niente cedere nella sostanza.
Lo storico Bonfadio, cui io non saprei a che cosa paragonare, ove non fosse ai rei scrittori di diari che oggidì appellansi officiali, narra come, durante i quindici giorni passati da Filippo a Genova, ogni cosa procedesse quietissimamente (adesso direbbesi regnò l'ordine più perfetto) e dovunque con plauso infinito lo accogliessero; però nacque un tumulto; dunque le cose non passarono quietissimamente; di fatti non uno, due furono i tumulti. La notte del 3 dicembre, levatosi allo improvviso romore, si udì il grido: ammazza! ammazza! e il popolo traendo fuori imperversato irrompe al molo, dove per le taverne cerca gli Spagnuoli, gli sostiene prigioni, li minaccia, e trascorreva a peggio; se non che a comporre il disordine accorse prontissimo con gente armata il colonnello Spinola, e subito dopo il Doria stesso, i quali, riscattati non senza molta fatica gli Spagnuoli dalle mani del popolo, li fece scortare alle navi; troppo più grave fu il caso che avvenne tre giorni dopo.
Essendo giunto a notizia del Principe come si trovasse rifuggito a Genova don Antonio d'Arze gentiluomo spagnuolo, condannato a morte per avere affogato dentro la vasca del suo giardino il proprio nipote, fanciullo di otto anni, per iniqua ingordigia della sostanza di lui, mandò a mettergli le mani addosso il suo Auditore Migliacca o Minciacca, il quale chiese in grazia al Senato di pigliarlo in deposito nella torre del palazzo, cosa che gli venne di leggieri consentita: il giorno dopo il Migliacca, sotto pretesto di andarlo a levare per ispedirlo a Vagliadolidde, dove gli avevano a mozzare la testa, ci si condusse in compagnia di ottanta archibusieri, i quali portavano le micce accese. Forse l'Auditore cotale adoperò per sospetto che gli amici del gentiluomo non glielo cavassero di sotto, ma i Genovesi per natura acerbi, dal vecchio odio inviperiti, e tuttavia mareggianti per la fresca ingiuria, nonmenochè ombrosi di qualche nuova violenza, vista tanta gente, chiusero i rastrelli del palazzo e fecero sapere, che dentro non avrebbero messo che pochi, gli altri aspettassero alle porte; e avevano ragione: gli archibusieri, arrecandosene, si avvisarono fare impeto, e i Genovesi, non meno risoluti, aspramente li respinsero. Dapprima schiamazzi e minacce, poi, come suole, batoste, e per ultimo archibugiate con ferite e morte di parecchi Spagnuoli. In un attimo la terra andò sossopra: le strade asserragliansi, il popolo subito abbranca le armi allestite, queste mancate, quelle che il furore ministra. — La scattò proprio di un pelo che la città non corresse sangue; tuttavia anco questa volta i maggiorenti, versandosi per le strade con preghiere e con lacrime giunsero a placare il popolo. Furono visti avvolgersi fra la plebe il Doge e Andrea Doria, che inetto per la troppa età ai solleciti moti, si faceva trasportare in lettiga là dove il pericolo stringeva maggiore.
La mattina di poi il Senato fu sollecito di mandare una solenne ambasceria al Principe perchè scusasse l'accaduto, la quale dopo avere dato amplissimo torto al popolo, e alla guardia del palazzo, con promessa di cavarne quel castigo esemplare, che pur troppo meritavano, non mancò di riprendere i modi adoperati dagli archibusieri nel fare violenza al palazzo. Siccome da un lato e dall'altro a bisticciarsi la perdita era sicura, il negozio presto si accomodò. Dopo pochi giorni Filippo, con molta istanza supplicato, visitava Genova. Anco qui taccio gli arazzi, le donne, i drappi, i patrizii sciorinati, e i fiori, e le iscrizioni, e le statue, e i sonetti, proprio nel modo che si costuma anche oggi, perocchè la piaggeria come cosa goffa non sa inventare nulla di nuovo[34], e Dio, che volle senza confino la generosità del cuore, mise un termine all'abiezione. Solo però tornerà curioso ricordare come Filippo, appunto su la entratura della porta di Vacca, incontrasse poste in luogo eminente due statue, una delle quali rappresentava la Fede, e l'altra la Libertà, entrambe in atto di raccomandarsi a lui, ed erano bene raccomandate per Dio! Alla Fede ci provvide con la Inquisizione; alla Libertà troncando il capo alla Giustizia di Arragona[35]. Però se non lava, attenua la ignominia italiana il vituperio di Fiandra, imperciocchè delle terre di cotesto paese, che Filippo empì di ruina e di morte, quando egli prima le visitò, una, Arras, scrisse sopra la porta donde Filippo entrava: Clementia firmabitur thronus eius, ed un'altra, Dordrect, ci pose la seguente non meno strana: Te duce Libertas tranquilla pace beabit! — Filippo scortato da duegento archibusieri recossi in san Lorenzo a messa, carezzò le femmine, se le gratificò co' doni, e piacque; nè veramente ei fu a quei giorni di sgradevole aspetto: biondo, e pallido, con occhi cerulei, sopraccigli quasi uniti, il labbro inferiore tumido, e la mascella sporgente, entrambi segni, dicono, di superbia e di lascivia; di persona ottimamente formato, danzatore egregio, giostratore non imperito.
Andato a male il tiro della fortezza a Genova, non gli rimaneva a farci altro; però se ne partiva; e vuolsi credere che i Genovesi gli mandassero dietro un subbisso di benedizioni. Andrea ebbe merito, se non di avere ributtato sempre la proposta della fortezza e del presidio, certo poi di avere sconcio il disegno un po' con la resistenza aperta, e un po' coll'accortezza, conciossiachè se egli si sbracciava a sedare i tumulti, questo non significa mica che egli non gli avesse sottomano eccitati; il fare fuoco nell'orcio, tra le arti di governo, fu in ogni tempo giudicata facilmente la prima.