Poco dopo successe l'altro caso di Giovambattista Fornari ch'era stato doge, sostenuto per accusa di pratiche segrete con la Francia, allo scopo di ribellarla allo Imperatore. Don Ferrante Gonzaga, tenendole addirittura per provate perchè estorte per via di tormento di bocca ad un Clemente provenzale, frate francescano, e perchè gli tornava crederle, imponeva si decollasse il Fornari, e su la necessità di costruire la fortezza in Genova, e metterci dentro presidio spagnuolo, tornava più pertinace che mai. Contro la pertinacia del Gonzaga ostava quella del Doria, lima contro lima, il quale alla ricisa gli fece sapere, che insomma di fortezza e di presidio spagnuolo non ne voleva sapere, ed avesselo per inteso. Poco dianzi io giudicai avere mosso Andrea a cosiffatta risoluzione l'antico concetto, che mi parve norma delle sue azioni; voglio dire, tenere sì Genova sottoposta allo Impero, ma a mediazione dei suoi e sua: forse ci entrò rinterzato un po' di amore di non vedere la Patria del tutto serva, e forse in maggior copia l'odio contro gli Spagnuoli ladri, che già gliel'avevano manomessa; ma comunque di ciò fosse, io mi confermo nella opinione, che di questa corda il maggior filo era l'utile proprio. E qui mi occorre ammonire, che il Prescott, storico americano di virtù insigne, nella storia del regno di Ferdinando il cattolico e d'Isabella riprenda i politici italiani, massime quelli del secolo decimosesto, perchè inclinarono a riferire le cause degli atti umani piuttosto alle ree ed interessate, che alle generose passioni, donde ricava indizio infelice per la morale del nostro paese. Ciò parmi non retto, chè porre la utilità propria a principio delle nostre azioni è cosa naturale, e meno d'ogni altro l'arebbe a contrastare un americano, e questo non merita biasimo nè lode finchè lo studio della propria utilità così proceda, che alla utilità altrui non giovi nè noccia: merita all'opposto commendazione grandissima quando procura ed ottiene procedere congiunta con la utilità altrui; degna è di biasimo se la utilità dei terzi od offenda o distrugga. Nel secolo sedicesimo i costumi perversi persuadevano per ordinario, che un principe, di tanto si credesse avvantaggiato, di quanto danneggiava popoli e stati, sicchè i nostri storici e politici, quello che videro notarono: non creavano già essi la morale pubblica; solo ne porgevano testimonianza, pur deplorando che tanto la fosse scaduta, e molti adoperandosi a migliorarla.
Terminerò questo capitolo toccando della riforma introdotta per opera di Andrea Doria nelle leggi statuite da lui nel 1528: di cattive ei le rese pessime, e dall'aristocrazia tirò lo Stato all'oligarchico. Se ci avverrà di dettare la Vita di Ambrogio Spinola, ne chiariremo a parte a parte le colpe, e gli errori, imperciocchè, e lo avvertimmo di già, lo Spinola le avversasse con tutti i nervi nel 1575 contro i conati non meno estremi di Giovannandrea Doria a mantenerle. Lasciato stare il modo della composizione del Consiglio grande, e il numero dei componenti, il Doria gli tolse la facoltà di dare il Doge alla Repubblica secondo le forme consuete; il Consiglietto di ora in poi non estrassero più a sorte dal Consiglio grande, bensì elessero a voti fra i membri del medesimo, con l'arroto degli otto Priori del Banco di San Giorgio, dei Sette del Magistrato degli Straordinari, e dei cinque Sindacatori, o Censori supremi, ossia da quattrocentoventi cittadini. Il Consiglietto mandava a partito ventotto uomini fra i suoi componenti, e a questi davano balía di nominare il Doge e i Governatori. Tale la riforma nota col nome del Garibetto, perocchè Andrea costumasse servirsi di cotesta voce per significare come egli alle antiche leggi decretate da lui, o a sua insinuazione, egli avesse compartito garbo e grazia; e ad Andrea aristocratico fino alla cima dei capelli doveva parere così; ma noi, che torniamo sopra le orme della storia per emendare i giudizii che ci compaiono errati, ne caveremo argomento per confermarci nella sentenza che Andrea non si piacque mai della libertà, nè mai la largiva al suo popolo: Genova amò come l'accorto colono ama il podere.
CAPITOLO X.
Imprese di Andrea decrepito; ha bisogno di vivere, e vive. — Si parla di Dragut, e si mostra in qual concetto lo tenesse il Doria. — Dragutte vigila per ampliare nel Mediterraneo lo imperio di Solimano. — Casi di Affrica, città in Affrica. — Arti del Dragutte per impadronirsene; — capitate male le insidie ricorre alla forza, ed anco questa mescolata di frode, sicchè all'ultimo riesce, e se ne fa signore; nè però la regge improvvido o crudele. — Carlo V ordina la impresa dell'Affrica, e ci prepone Andrea per le cose di mare, e Giovanni della Vega vicerè di Sicilia per quelle di terra. — Ingiustizia degl'improperi degli storici anco moderni contra il Dragut. — Dragut nabissa le coste d'Italia; ruina di Rapallo, e caso dello innamorato Magiacco. — Gl'imperiali pigliano Monastir, prima la terra, poi la rôcca con la morte di tutti i difensori. — Il Dragutte infuria su le spiagge spagnuole per divertire la guerra dall'Affrica e invano. Assedio dell'Affrica, e sue difficoltà. — Battesi la cortina invano; scalata al rivellino respinta; pretesti inutili per onestare la disfatta. — Screzio tra il vicerè della Vega e don Garzia di Toledo. — Le milizie sconfortate, i capi si rimettono in Andrea, che manda a Genova e a Livorno a pigliarli; i quali celeremente portati sollevano le speranze degli assediati. — Disegni del Dragutte di assalire da due parti il campo; il della Vega avvisato lo previene, fazione contro il Dragut, che rotto ripara alle navi. — Osservazioni su gli scrittori di varie nazioni, che parlano di Andrea Doria. — Sortita degli assediati respinta. — Si delibera l'assalto della terra dal mare. — Il Doria inventa le batterie galleggianti e come le fabbrica. — S'è verosimile che inventasse queste batterie don Garzia di Toledo. — Gl'Italiani e i cavalieri di Rodi assaltano la terra e la pigliano con la morte di tutti i Turchi. — I cristiani fanno schiavi i cittadini e li vendono; — ma di ogni altra cosa si trova scarsa la preda. — L'armata imperiale al ritorno patisce fortuna di mare. — Il Dragutte va a Costantinopoli, dove propiziatosi Solimano è creato da lui Sangiacco di Barberia. — Il Dragutte alle Gerbe, va a chiudercelo il Doria; il quale muove all'ospite del Dragutte turpe proposta e n'è vergognosamente ributtato. — Il Dragutte gli sguizza di mano con lo stesso strattagemma che adoperò Annibale a Taranto. — Paolo Giovio attribuisce il medesimo trovato a Consalvo Fernandez. — Dove e quando morisse il Dragutte. — Fortuna e sua mutabilità. — Decadenza di Carlo V. — Guerra di Parma; il duca Ottavio si lega con Francia; papa e impero contra lui; non fanno frutto; il papa Giulio III perde in cotesta guerra reputazione, pecunia e la vita del nipote. — Guerra in Piemonte. — Guerra in Germania. — Fuga dello imperatore da Villaco descritta. — Guerra di Siena. — Cosimo dei Medici e Piero Strozzi. — Andrea soccorre languidamente Cosimo; alcuni dicono che salvasse, altri che perdesse navi cariche di grano: come si accorda la discrepanza. — Gesti gloriosi del Doria in Maremma. — Andrea fugge davanti Lione Strozzi. — Lione Strozzi va in Ispagna e per poco non piglia Barcellona. — Rotta di Ponza, dove Andrea Doria perde sette galee e non soccorre Napoli. — Commissione della Francia al Mormile; che per astio del principe di Salerno tradisce. — Il Doria tornando a Napoli libera Orbetello dallo assedio. — Lettere falsate dal Mormile per rimandare l'armata turca, e corruzioni. — Arimone oratore di Francia per troppo zelo dà nella pania. — La guerra si volta tutta in Corsica. — Genova perde tutta la isola tranne Calvi e San Bonifazio. — Mirabile difesa di San Bonifazio: si rende a patti: opinioni varie intorno alle cause della resa: i patti non si osservano. — I Francesi rendono la pariglia allo Imperatore co' falsi sigilli compensando le false lettere. — Francia offre rendere la Corsica al Senato di Genova, purchè si stacchi dallo Imperatore; il Senato e Andrea ne ragguagliano Cesare. — Gagliardi soccorsi di Carlo; anco Cosimo duca di Firenze sovviene la impresa; provvisioni di guerra e condotte di soldati che fa l'ufficio di San Giorgio. — Andrea eletto capitano generale riceve lo stendardo di san Lorenzo. — Cristofano Pallavicino precede Andrea e libera Calvi; — Agostino Spinola sbarca a Erbalunga e manda il paese a ferro e a fuoco. — Andrea sbarca nel golfo di San Fiorenzo, e assedia la terra che porta il medesimo nome; — poi percosso dalla infinita mortalità muta l'assedio in blocco. — Manda Angiolo Santo delle Vie ad assalire Bastia, e quegli piglia la città e la rôcca; volendo poi stravincere a Furiani è battuto due volte. — Il Thermes tenta offendere di fianco Agostino Spinola. — Bella azione di Giovanni da Torino che soccorre per forza San Fiorenzo, e poi n'esce alla scoperta e si salva combattendo. — Andrea si ostina a rimanere intorno San Fiorenzo in onta alla moría; — il Thermes e il Sampiero, tentato ogni verso invano per sorprendere la sua vigilanza, per disperati si ritirano a Corte. — San Fiorenzo viene a patti; Andrea ne propone dei crudeli: ributtansi; alle istanze dei suoi ricusa cedere in apparenza, ma in sostanza concede si salvino i fuorusciti côrsi e napolitani; ma poi si pente; e presi trentatrè côrsi gli mette al remo. — I Francesi abbandonano i Côrsi nella pace di Castello Cambrese. — Andrea ha da levarsi dalla impresa di Corsica per condurre soccorsi a Napoli; passando presso la torre di Spano, tratto in agguato, perde quattrocento e più uomini. — Giovannandrea perde una galea a Portoferraio investendo tra gli scogli; nove ne manda a traverso in prossimità di Portovecchio: quasi a conforto di tante trafitture di Andrea il suo nipote piglia poco dopo cinque fuste turche.
Quando i Romani videro Mario, il quale ormai vecchio di sessanta anni, desiderando di andare a combattere Archelao e Neottolemo satrapi del re Mitridate, industriavasi mantenersi gagliarde e bene disposte le membra esercitandosi nella palestra coi giovani a maneggiare cavalli ed a trattare armi, lo compassionavano come quello, che di povero diventato ricco, e di piccolo grandissimo, dopo tanti trionfi e dopo tante gioie godute non sapesse finire in pace la prospera ventura. Ciò che i Romani avrieno detto adesso, considerando Andrea Doria, ignoro; questo so, che come a me, ad altri deve riuscire stupendo contemplare un vecchio di ottantaquattro anni (che tanti ne contava Andrea in quel torno), condotto a quello estremo termine in cui la vita della più parte dei mortali è conchiusa, o se da taluni è toccata, a sè procaccia fastidio, in altrui mestizia per la ruina di animo e di corpo, che partorisce strappare, per così dire, al sepolcro gli anni che avrebbe dovuto vivere Giannettino, e correggendo l'errore della morte, aggiungerli alla propria vita, riempiendone lo spazio tra sè e il nepote Giovannandrea; la quale cosa avrebbe dovuto naturalmente fare il suo figliuolo adottivo Giannettino: certo la volontà, comunque indomata, dell'uomo tanto non può, e tuttavia, in parte, penso, che possa. Narriamo dunque le geste di Andrea decrepito, mentre i suoi coetanei tutti, e dei discendenti i più, da lunga stagione dormono il sonno eterno.
Chi fosse Dragutte narrammo, e come, caduto in podestà di Andrea, lo francasse non già per cupidigia di taglia eccessiva, secondochè parecchi fra gli antichi, e taluno moderno scrittore si ostina a rinfacciargli (avendo dimostrato che la fu piuttostochè discreta meschina); bensì perchè i Turchi si piegassero al costume di fare a buona guerra o almanco non incrudelissero. Che poi il Rais turco fosse uomo di guerra prestantissimo, veruno il seppe quanto Andrea, il quale così lo tenne in pregio che volle perpetuarne la immagine sopra le proprie medaglie dietro la sua: di fatti non si revoca in dubbio che ritragga il Dragutte la testa che vediamo nel rovescio di quella disegnata nelle monete, medaglie e sigilli dei principi Doria descritti ed illustrati da Antonio Olivieri, ed è la prima della Tavola II[36]. Costui pertanto, dopo la morte dell'ultimo Barbarossa, rimasto solo a vigilare le cose dell'Affrica, spiando diligentissimo le occasioni per confermare od ampliare il dominio del suo Signore, venne a sapere come nella città modernamente chiamata Affrica e Media, ed in antico Lepti, ovvero Afrodisio pel culto che dentro un solennissimo tempio vi professavano a Venere dea, alcuni, congiurati insieme per odio alla tirannide, o piuttosto, secondochè più spesso avviene, per voglia di farsi tiranni, spento il principe la ressero, e bene, almeno su i primordi, come suole, procurando metterla in fiore col ricoverarvi copia di Ebrei e di Arabi cacciati via dalla Spagna e dal Portogallo, i quali vi trasportarono le industrie loro e i commerci. Sembra che la città imperassero o tutti in una volta, o con alterna vece quattro principali cittadini, dacchè sappiamo che Dragut, essendosi propiziato co' doni uno fra essi chiamato Brambara, chiese accettassero in Affrica come cittadino, persuaso che volentieri glielo assentissero; e s'ingannò, imperciocchè quanto più si sbracciava il Brambara a caldeggiare il partito, tanto meglio gli altri si ostinavano a rigettarlo, conoscendo espresso che, entrato cittadino in piccola terra il comandante di sessanta tra galee, galeotte e legni minori, se dura un dì senza farsi tiranno gli è per miracolo. Andate male le arti astute, si pose mano alle violente. Dragutte incollerito bandiva, poichè compagni non avevano voluto diventargli, gli abitatori dell'Affrica si apparecchiassero ad obbedirlo servi; se sapevano si difendessero. Chiamato il Brambara in luogo segreto parecchie miglia lontano della città, gli commette quanto egli abbia da fare dopo consegnatigli cinquecento Turchi usi agli sbaragli; egli poi va con le navi ad attelarsi dinanzi la città, briccolandoci di tratto in tratto qualche palla, indi rinforza, all'ultimo piglia a bombardarla con ruinoso fracasso. I terrazzani non temendo assalti dalla parte di terra voltansi al mare, e nella zuffa si versano intensissimi, tanto più che pareva loro di cavarla a bene; per le quali cose il Brambara ebbe agio, sperto com'era dei luoghi, di accostarsi inosservato alle mura, scalarle, e correre co' Turchi la città. Così l'Affrica cadde in potere del Dragutte, che posto subito termine al saccheggio, la governò prudente, la costituì emporio delle sue prede, arsenale delle navi, arnese di guerra, così a difendere come ad offendere adattatissimo, giacendo ella sopra una estrema lingua di terra proprio di rimpetto alla Sicilia; donde però lo speculare continuo, lo spiccarsi istantaneo, e il ripararsi sicuro. Carlo V, non potendo patire cotesto stecco su gli occhi, mosso ancora dai prieghi dei popoli, ordinò a Giovanni della Vega vicerè di Sicilia, e al Doria, di condursi a fare cotesta impresa, preponendo il primo al comando della gente di terra, il secondo a quello dell'armata.
Era mente dei capi che gli apparecchi così in segreto si ammannissero, che nè anco un fumo ne traspirasse; comandi questi più facili a darsi che ad ottenersi; in vero, di ciò tosto ragguagliato il Dragutte irrompe a tempestare per le coste d'Italia; in ogni tempo per uscire in corso gli saria bastato anco meno, adesso poi lo moveva causa giusta, e ce n'era di avanzo, conciossiachè intendesse stornare la guerra dall'Affrica. Gli storici contemporanei, che diluviano vituperii sopra Dragutte, voglionsi compatire come quelli che trasporta la veemenza delle passioni del tempo, ma noi che conosciamo oggi come Turchi e Spagnuoli fossero belve pari, e del pari bramosi di preda, bene possiamo riprendere il modo di condurre la guerra nel Dragutte, ma, oltrechè dal modo col quale la conducevano gli Spagnuoli la sgarava di poco, dobbiamo confessare, che quanto al fine, i Turchi miravano conquistare la Italia su gli Spagnuoli, e gli Spagnuoli cacciare via i Turchi dall'Affrica; entrambi ladri di terre altrui; e se noi altri Italiani dovevamo scapitare o avvantaggiarci piuttosto con Maometto che con la Inquisizione, o con questa piuttosto che con quello, è cosa che renunzio a definire.
Dragutte pertanto, presa una nave genovese dei Caneti presso Trapani, la spoglia del carico; poi fa correre voce: che, lacero dalle tempeste, gli è forza rientrare nei porti. Il Doria tosto esce sul mare dove, cercato invano il Dragutte, torna indietro per torsi su la nave Muleasse re di Tunisi e traghettarlo per prezzo in Affrica: allora Dragutte sguizza fuori dai nascondigli, e mena ruina lungo le riviere. Rapallo ne andò sottosopra, e qui la tradizione racconta accadesse la strana avventura, che forse non fie grave di leggere a sollievo della mente affaticata dalla storia dei continui infortuni. Bartolommeo Magiocco, giovane rapallese, ama una giovane donna e non è amato: già si crede che formosissima ella fosse, ma bella o no piaceva al giovane e basta. Nel buio della notte irrompono i Turchi, la gente atterrita dagli urli, dai fuochi e dallo strepito delle armi, non fugge, vola: l'aspra cura di sè vince ogni affetto; nè a padre, nè a congiunti pensano, o se ci pensano non gli sovvengono; così lasciano in abbandono la ritrosa amata dal Magiocco, che desta al rumore trema come foglia, e si rannicchia nel buio; però al Magiocco bastò l'animo di volgere il viso colà dove tutti voltavano le spalle, nè gli preme morire, dacchè tanto vivere senza l'amor suo non pativa, e così sperimenta la fortuna cortese, che inosservato penetra nella casa della giovane, lei svenuta si reca sopra le spalle, e con esso seco si riduce a salvamento: affermano che a tanta prova di affetto il cuore della giovane si squagliasse, e l'amò, e forse lo amava anco prima, che in molte donne è natura mostrarsi superbe quanto più si mirano attorno gli amanti devoti: e se taluna viene per blandimenti propizia, ad altre all'opposto piace essere espugnata come rocca nemica: ma ciò agl'intendenti.
Queste ed altrettali accortezze giovarono poco al Dragut, imperciocchè Andrea, recatisi in nave nel golfo della Spezia mille Spagnuoli, quinci sferrando con ventidue galee, venti sue e due del Visconte Cicala, veleggia per Napoli e Sicilia, dove si aggiunge altre trentadue galee imperiali tutte, togline tre del Papa comandate dal Priore di Lombardia, e tre di Cosimo duca di Firenze cui era preposto Giordano Orsino; poi tocca Trapani dove si reca a Capobuono già promontorio Mercurio. — Data e ricevuta qualche batosta, su lo appressarsi della spiaggia fu consiglio dei capitani occupare innanzi tratto Monastir terricciuola prossima all'Affrica, la quale, per trovarsi povera di gente, Dragutte aveva presidiata con un buon polso di Turchi, e parve ottimo partito, essendo a temersi, che mentre essi si sarieno travagliati intorno all'Affrica, Dragutte, che se ne stava fuori, colà raccogliesse lo sforzo dei Turchi e degli Arabi dalla universa Barberia, e fatto impeto improvviso sturbasse e ruinasse la impresa. La terra cadde in mano dei nostri, e fu poca fatica: più duro intoppo oppose il castello, perchè prima non si ebbe se non se ne ammazzarono tutti i difensori: dei nostri ce ne rimase oltre sessanta, senza contare i feriti, e dei più prestanti, come suole; una galera per lo stianto di un cannone si sfasciò.
Dragutte, cruccioso per non avere potuto stornare le armi imperiali dall'Affrica, imbizzarrisce su i mari, e dopo le liguri manda a fuoco e a sacco le spiagge côrse, elbane, tosche, e poi si arrischia fino alle spagnuole; a Valenza fa danno, lo ributtarono a Maiorca, ma invano, chè Andrea fermo più che mai di starsi alla espugnazione di Media lo lascia sfogare.