E' fu solo sul finire del giugno che don Giovanni della Vega, il quale, dopo surrogato il figliuolo Alvaro a reggere come vicerè la Sicilia, si condusse all'assedio di Media recando seco quattromila Spagnuoli, e arnesi adatti per abbattere muraglie; compito in meno di due giorni lo sbarco così della gente, come di ogni altra cosa necessaria al campeggiare, manda don Garzia a mettere le tende su certo colle soprastante alla città, egli si accampa poco oltre in luogo dilettevole, postando due compagnie di Spagnuoli in certo ricetto fabbricato sul lido a guardia e difesa delle munizioni.
Sorge la città di Media in cima di una lingua di terra su la costa di Barberia a tramontana dalla Sicilia: dal lato di oriente guarda Malta e l'isola di Gerbe, a ponente Tunisi e la Goletta; gira all'intorno quattro miglia e più; da tre parti la circonda il mare, la quarta va esposta agli assalti di terra: però dal mare non temeva offese o poco, imperciocchè il basso fondo del mare, se togli in due anguste calanche, non desse luogo si accostassero navi grosse; delle piccole non era a farsi caso. Muraglie validissime, e rinforzate da cinque torri costruite a uguali intervalli, la difendevano dalla parte di terra con un rivellino più in alto sporgente in punta molto in fuori. Riconosciuta per la seconda volta la terra, parve impresa più ardua di quella che dapprima non comparisse, e giudicando impossibile batterla dal lato del mare, ventilarono sul modo di assalirla per terra. Alcuni volevano si battesse prima il rivellino, prevedendosi che i cannoni, di che appariva munito, arieno malconcio qualunque si fosse attentato battere la cortina: altri all'opposto opinavano si avesse a combattere addirittura la cortina schermendosi dai fuochi del rivellino, sia bersagliando con gli archibusieri chi stava attorno alle artiglierie, sia costruendo terrapieni e travate. Prevalse in Consulta il secondo partito, però che il buon costume di guerra persuadesse incominciare gli assalti dai luoghi più deboli; e di vero procedendo altramente si corre pericolo, che i soldati per la troppa resistenza si scorino, e più volte respinti perdano la speranza del vincere. Tutto il giorno durarono a battere la terra con ventitrè cannoni, ma le cortine furono rinvenute oltre l'aspettativa gagliarde: fecero miglior prova contro il rivellino, dove riusci agli archibusieri condurre tanto innanzi le trincee da bersagliare a man salva chiunque si affacciasse al parapetto. Poichè l'esito aveva mandato alla rovescia i presagi, per quel giorno si rimasono; nella notte presero la deliberazione, comecchè paresse ostica, di tentare la scalata al rivellino, e la tentarono sul fare del dì, che fu il secondo di luglio, gli Spagnuoli del Terzo di Sicilia: la fortuna non arrise al valore, o piuttosto gli Spagnuoli pari alla ferocia non possedevano la spigliatezza necessaria a costesta maniera di fazioni: fatto sta che dopo avere messo il piè su i parapetti ne furono ributtati. Gli storici parziali agli Spagnuoli, e Spagnuoli raccontano, che si trattennero spontanei da scendere giù dalle mura, avendoli per carità avvertiti un Moro dabbene, che nol facessero perchè sarebbero caduti dentro un fosso profondissimo tutto irto di acuti e di triboli, dove gli aspettava morte certa non menochè ingloriosa: novelle di cui gli uomini non patiscono penuria per onestare la disfatta, massime se questi uomini nascono o di Spagna o di Francia. Oltre la pesantezza delle milizie spagnuole, che fu la causa vera onde la scalata sinistrasse, vuolsi in parte attribuire la colpa all'astio che si portavano tra loro il Vega e il Toledo, il quale operò sì, che questi si movesse quando il giorno era chiaro, e tardi e inopportuno lo sovvenisse. Quantunque questa colpa del Toledo non sia facile a provarsi, su ciò mi occorre notare, che veramente la invidia, peccato assai comune negli uomini, è proprio vizio delle Corti, e poi lo screzio tra i due capitani ci viene così concordemente testimoniato dagli storici, che non si potrebbe con ragione mettere in dubbio.
Scemo il campo di combattenti, sconfortati i superstiti, le munizioni logore, la inopia delle vettovaglie, che poche ed a stento si avevano a cavare dalla Sicilia (dacchè il signor di Camorano, il quale doveva tenere provveduto il campo e fornire certe squadre di cavalli, fallì le promesse), le nuove del giorno, per gli apparecchi che si udiva allestire il Dragut formidabili, sempre più paurose, ebbero virtù di mettere il cervello dei capitani a partito, i quali fecero capo ad Andrea perchè trovasse modo di spuntare la impresa; e questi spedì senza frapporre indugio Marco Centurione con dieci galere a Genova a pigliarvi milleduegento Spagnuoli levati da Milano, nuove artiglierie, e munizioni provvedute dal Senato, e dall'Officio di San Giorgio: il duca di Firenze dette due mila palle di ferro, e copia di polvere, che il Centurione prese passando da Livorno. Questi rinforzi condotti al campo con diligente prestezza ebbero virtù di rinfrancare gli spiriti: certo essi capitarono in buon punto, perchè al Vega fu porto avviso da un moro di don Luigi Perez Vergas governatore della Goletta[37], il quale era stato chiamato per consiglio al campo, come Dragutte accorso in aiuto dell'Affrica con quattordici vascelli, dopo averli messi in sicuro dentro certo golfo lontano una trentina di miglia su quella costa, n'era sceso con settecento Turchi di provato valore, a cui avendo aggiunto molte bande di Arabi gratificatesi co' doni, ed anco con la fama della sua prodezza, mulinava percotere il campo con qualche improvvisa battitura da un lato, mentre dall'altro gli assediati, facendo impeto subitaneo fuori delle porte, lo arieno tolto in mezzo quasi sicuri di romperlo. Il Vergas da prudente capitano, non attese ad essere assalito sotto le mura, esperto che chi assalta ha sempre vantaggio così per l'animo concitato come per lo impeto che il corpo acquista col corpo: e poi il combattere in luogo e punto medesimo due nemici gli è come mettere tutto il suo sopra una posta sola: quindi, sotto pretesto di legnare, spedì due compagnie di archibusieri spagnuoli in certo bosco a ponente, e dopo breve intervallo seguitò egli con parecchie squadre, le quali, camminato che ebbero forse due miglia, occorsero nei Mori e nei Turchi affrettantisi allo assalto del campo: fu da una parte e dall'altra combattuto con la solita rabbia che nè dà, nè spera quartiere: prevalse al fine la virtù dei nostri, sicchè Dragutte, visti i suoi o spenti o laceri da non potere più reggere le armi, riparò alle navi, con le quali si ridusse alle Gerbe, e quivi stette ad aspettare la caduta del suo fidato asilo dell'Affrica, cruccioso per non poterla, come pure avrebbe voluto, sovvenire.
Gli assediati non avevano dal canto loro mancato al debito, e da tre punti, sortendo, assaltarono il campo; ma la furia turca si ruppe contro la costanza spagnuola, sicchè vennero aspramente respinti; ciò nonostante le cose dello assedio non accennavano a sollecita risoluzione, imperciocchè molta gente in tanti scontri di arme fosse andata perduta, ed i ricordi dei tempi lamentano, tra gli altri, morto un Ferdinando Toledo maestro del campo, cavaliere di molta prodezza; nè gli assediati facevano punto vista di balenare, anzi vie più nella difesa s'intoravano, animati da Hissè Rais nipote del Dragutte, giovane ferocissimo, preposto loro come capo; ed hassi inoltre a notare, che, sebbene per industria di Consalvo da Cordova, meritamente salutato col nome di Gran capitano, le fanterie spagnuole fossero diventate tali da reggere il paragone con le turche e superarle in campo aperto, per dare gli assalti stavano di sotto alle italiane. L'arte delle artiglierie, massime quella delle mine, aveva fatto con Piero Navarro notabili progressi, pure non tanti da sfasciare agevolmente muraglie costruite con sodezza e diligenza, e secondo il bisogno riparate: in ultimo, per difendere fortezze, i Turchi furono tenuti sempre, e anco ai dì nostri si reputano piuttosto singolari che rari. Già accostavasi settembre, e se la impresa non si vinceva nel corso del mese, era da prevedersi che la perversa stagione, repugnanti o volenti, avrebbe cacciati gl'imperiali di costà. Quando Andrea Doria, per fuggire danno e vergogna, propose in Consiglio: poichè le mine, le trincee, ed ogni altro sforzo erano riusciti invano dalla parte di terra, si tentasse l'assalto dal mare; a questo scopo egli mise fuori un suo nuovo trovato, il quale fu questo: alleggerite due galere di zavorra, e di attrezzi, le assicurò bene insieme con grosse catene, poi ci costruì sopra travate, riempiendo di terra pesta gli spazii rimasti vuoti tra l'uno e l'altro assito, e dietro a queste collocò i cannoni grossi da battere mura, non però più di quattro: forse avrà anco aggiunto intorno al corpo delle galee botti vuote, affinchè queste sporgessero più galleggianti su l'acqua, ma non lo trovo scritto, epperò senza iattanza parmi si possa dire, che quando don Barcelo, nel secolo passato, mise in opera nel famoso assedio di Gibilterra le barche cannoniere descritte dal Botta nel libro duodecimo della sua storia della Guerra Americana, non inventava, bensì ricordò, ed adattò all'uopo. Il Brantôme, sempre studioso di denigrare il Doria, tolto a questo il merito della invenzione delle batterie galleggianti, l'attribuisce al Toledo, ed è malignità francese, chè da lui in fuori veruno autore lo asserisce, e se di tali bisogne Andrea si avesse ad intendere un po' meglio di don Garzia lascio che giudichi ogni uomo di senno.
Il dieci di settembre pertanto, rimorchiate le batterie quanto meglio si potè presso le mura, cominciarono a bombardarle, e trovatele da questo lato deboli oltre l'aspettativa, che chi prima le fabbricò, non avendo immaginato che la terra da questa parte potesse ricevere offesa, trascurava di farle più forti, in breve n'ebbero abbattute per di molte braccia: e come fu per industria italiana che si fece la breccia, così per valore italiano si compì l'assalto: con gl'Italiani andarono i cavalieri di Rodi, non secondi mai ad alcuno nel cimentarsi alle più disperate fazioni, e ce ne rimase morti diciassette. Giordano Orsino ne rilevò un'archibugiata in un braccio, e assai ci si distinse Astorre Baglione, che poi fu generale dei Veneziani nella guerra di Cipro[38]. I Turchi non chiesero i patti, forse presaghi che non l'arieno ottenuti, ma contesero la terra palmo a palmo, e combatterono fintantochè caddero tutti morti; dei paesani menarono schiavi quanti poterono agguantare, di cui il numero giunse a ben diecimila, e gli menarono a vendere in Sicilia, dove, nota uno storico, le donne andavano, per così dire, a nulla, ed i fanciulli si davano per giunta; il saccheggio ci fu menato peggio che se le mani dell'uomo si fossero convertite in falci fienaie, e tuttavia l'avara crudeltà dei ladroni rimase delusa, o perchè i terrazzani avessero trovato modo di cansare altrove le robe, o perchè, come credo piuttosto, le industrie, quantunque ci avessero attecchito bene, non ci fossero anco venute in fiore. Se toccarono gravi al Dragut i danni del perdere, nè anco il Doria provò copiosi gli utili della vittoria; se quegli pianse il prode nipote miseramente ammazzato, questi pianse la morte della moglie Peretta, che giusto allora cessò di vivere, e tanto più amaro quanto che le rimaneva sola compagna delle antiche venture, e consigliera fidatissima: per modo che o tu consideri lo acquisto dei beni terreni, o le passioni dell'animo, qui pure trovò intera l'applicazione il dettato: che tra corsaro e pirata non ci corrono che i barili vuoti.
Rilevati i muri, messoci dentro presidio spagnuolo, e scarsamente fornitolo di munizioni e di viveri, gli assedianti tornano di malo umore in Italia; a crescerne la scontentezza li prese a travagliare la fortuna, onde per più di trabalzati su le onde stettero in dubbio della vita. Dragutte vassi a Costantinopoli non senza trepidazione, chè infelice capitano o colpevole fu un tempo la stessa cosa pei Turchi, nè pei Turchi soltanto; ma Solimano propiziato prima co' doni, e poi con parole accorte persuaso, crebbe di grazia al Dragutte, e lo promosse a Sangiacco di tutta la Barberia.
Adesso troviamo attestato da parecchi storici, che scrissero dei gesti di Andrea, com'egli avvertito del pericolo, che correva l'Affrica per gli assalti imminenti che il Dragutte stava allestendo a mezzo il verno, andasse dirittamente a rifornirla; la quale cosa per opinione mia non è vera, dacchè il Dragutte essendosi ridotto alla isola delle Gerbe per racconciarvi il naviglio, riusciva agevole con un po' di ricerca sapere, che fino a primavera non sarebbe stato in punto di tentare cose nuove, nè poteva supporsi, che il novello Sangiacco volesse imprendere fazioni zarose prima dei rinforzi che attendeva da Costantinopoli: certo è questo altro, che Andrea sul principio di marzo, studioso di opprimere il Dragutte prima dello arrivo degli aiuti, salpò da Genova con ventitrè galee remigando a golfo lanciato colà dove costui stava riparando le navi. Circondano l'isola delle Gerbe bassi fondi ond'ella poco sporge fuori dal mare; in sè non contiene colli: bensì lievi eminenze, e tutte terra; solo da un lato ci si accostano le navi entrando per mezzo di uno angusto canale dentro certo golfo poco anch'esso capace; il Dragutte, comecchè colto alla sprovvista, ritrasse sollecitamente dentro al golfo le navi; rinforzò di artiglierie una torre, che sorgeva alla bocca del golfo, e di qua e di là la munì di trincee da campagna condotte in fretta con la zappa, munendole di bersagliatori capaci a tenerne lontane le fregate, le saettie, ed altri legni minori, che delle galee, stante il molto immergersi di loro nell'acqua, egli non temeva. — Il Doria, riconosciuto per bene tutto il luogo dintorno, si persuase come fosse più agevole vedere, che pigliare il Dragutte; però si rivolse al signore dell'isola Solimano Schecchi, e con preghiere e profferte miste a minaccie assai lo stimolava perchè glielo consegnasse a man salva, e gli diceva non essere il Dragut soldato, sibbene ladrone di mari, infesto così ai Turchi come ai Cristiani; ma l'onesto Moro gli rispondeva: queste medesime cose il Dragutte dirgli per lo appunto di lui; ospite il Dragutte, sè non traditore; indegno sollecitare altrui di tradimento: aspettasse il suo nemico in alto mare, e con virtù lo vincesse: i prodi uomini desiderano vincere gli emuli in battaglia, non pretendono averli in mano come bestie da macello. Dura lezione e meritata. Allora Andrea, non potendo fare di meglio, si mise con sottile vigilanza a custodire l'uscita del porto, e sicuro che non gli potesse sguizzare di mano, attese ad averlo per fame.
Di fatti pareva non ci fosse proprio verso di sfuggire di sotto al Doria, molto più che il Moro signore della Isola aveva fatto conoscere al Dragutte tuttodì scemarsi la vittovaglia, e necessità non ha legge; pensasse pertanto ai casi suoi. Il Dragutte ci pensò, e la necessità, la quale come è suprema suaditrice di mali, così proviamo madre dei più stupendi trovati, gl'insegnò il modo di cavarsi dallo impaccio; quantunque sia più che verosimile, che il Dragutte non leggesse mai Tito Livio, anzi non lo udisse ricordare nè manco, immaginò lo stesso strattagemma, in virtù del quale Annibale tratte fuori dal porto, o seno di mare dei Tarentini, le navi sicule, e varatele in mare, le oppose alle Romane impedendo a quel modo, che la Rocca di Taranto venisse rifornita vie via di vettovaglia, e costringendola a rendersi per fame, che altrimenti se ne giudicava disperato l'acquisto[39]. Raccolti pertanto, quanti più potè, marraioli, ed allettatili con larghi salari, il Dragutte fece spianare sentieri, colmare valli, abbattere alberi, rendere insomma agevole la via; poi per forza di argani tirate le navi in terra, e accomodatole sopra cilindri, le spinse in mare dalla parte opposta del Golfo. Taluno racconta ch'egli ciò conseguisse non mica nel modo che ho esposto, bensì scavando un lungo canale fino all'altro lato della isola: troppo dura opera sarebbe stata questa e piena di difficoltà; però non ci sentiamo disposti a prestarci fede: anzi dubitiamo, che invece di trainare le navi per lo appunto su la contraria sponda della isola, siasi contentato di trasportarle in parte dove potesse andare inavvertito, anzi si avrebbe addirittura giudicare che la cosa stesse così, se dobbiamo credere quanto ne riporta il Campana nella vita di Filippo II, il quale attesta come le navi fossero trainate circa mezzo miglio più oltre dal luogo dove si trovavano prima; comunque però andasse, fatto sta che il Dragutte giunse a sguizzare di mano al Doria, che mentre, vigilata la bocca del porto, vive sicuro di pigliarlo da un momento all'altro, sel vede allo improvviso riuscirgli alle spalle e impadronirsi quasi su gli occhi suoi della buona galea la Galifa da lui poco dianzi spedita a Napoli ed in Sicilia per cavarne provvisioni. Per cotesto evento scemò la reputazione del Doria, il quale apprese, e veramente aveva atteso ad impararlo un po' tardi, come, quando si mette il nemico alla disperazione, bisogna stare parati ai partiti ed agli sforzi stupendi che consiglia la necessità; crebbe all'opposto la fama del Dragutte di accorto non meno che di valoroso capitano, il quale indi a poco congiuntosi al Sinam Bascià si volse a combattere Malta e non la potè pigliare; ma era nei fati che cotesta terra gli avesse a riuscire funesta, imperciocchè tornato ad assalirla, e adoperandocisi dintorno con la solita prodezza, colto da una scheggia di pietra nel capo cessò di vivere con infinita allegrezza della Cristianità, che per la morte di lui si sentì come sollevata, dimostrando così in quanto pregio ella avesse la prestanza di questo capitano: però questo accadde più tardi, nel 1564, e dopo ch'egli ebbe percosso la Cristianità di fiere battiture e sè onorato con nobili gesti di guerra.
Niccolò Macchiavello, nel libro terzo delle Storie, racconta come Piero degli Albizzi avendo messo convito a molti cittadini, taluno o suo amico per ammonirlo, o nemico per minacciarlo della istabilità della fortuna gli mandasse, dentro un nappo di confetti, un chiodo, volendo significargli che si provasse con quello a conficcarne la ruota. Di fatti la esperienza dimostra come tutte le umane cose, toccato che abbiano la cima, o con violenza o gradatamente, forza è che calino, e questo sanno tutti; ma poichè natura ci creava non contentabili mai, e noi non sappiamo o non vogliamo conoscere quando siamo giunti al colmo, e cerchiamo irrequieti di arrivare più in su, accade che veruno uomo, comecchè sapientissimo, trovi tempo opportuno per dire a sè stesso: basta! Però il tempo che non sa trovare egli, la provvidenza lo trova, cui poi serve ministra quella, che da noi si suole chiamare fortuna: allora i nemici che tenevi sotto i piedi, te li scottano come se fossero diventati carboni accesi, il senno diventa follía, la forza debolezza, gli amici stessi non sai se più ti nuocono abbandonandoti alla tua sorte, ovvero quando si affrettano a sovvenirti; insoliti mostri ti opprimono, il mare non avrà altro che tempeste per te, rigori la estate, il verno arsura. La comune degli uomini sotto il fascio dei mali presto si ripiega, e così in fondo, che incontrando qualche volta una creatura tutta peritosa, ombratile, piena di ambagi, di ogni più lieve contrarietà intollerante, tu non sai persuaderti com'ella sia quella dessa ch'ebbe fama un dì di risoluta nei consigli, di prestante nelle opere[40]: alcuno, ma raro, offre contrastando mirabile spettacolo di sè, tuttavia all'ultimo infranto anch'egli curva il capo e mormora fremendo: un Dio avverso mi opprime. Di questo ci dava testimonio solenne la nostra età; e nei tempi di cui favelliamo ce lo porse Carlo V ed invano: imperciocchè nonostante lo esempio e i moniti paterni, Filippo II rinnovò la prova con potenza ed ingegno molto minori di lui, epperò con esito più infelice.
Cominciava a dargli fastidio Parma quasi favilla accenditrice di alto incendio, che il cardinale del Monte promise, se fosse stato eletto pontefice, di rendere ad Ottavio Farnese, ed eletto principalmente per opera dei settatori di questa casa, quantunque prete, osservò la promessa, e non fu poco. Il Gonzaga, a cui l'aspra ragione delle ingiurie fatte imponeva l'obbligo di farne sempre di nuove, onestando l'odio e la paura sotto colore di pubblica utilità (ed in questo lo sovveniva con molto calore il Mendozza, oratore cesareo in corte di Roma, o per soverchio zelo pel suo signore, o per altra passione a noi ignota), esponeva allo Imperatore come consiglio di buona politica fosse i nemici offesi aversi a placare co' benefizii, ovvero opprimerli; però ad Ottavio o togliesse anco Piacenza o restituisse Parma: via di mezzo non sapere vederci, nè esserci; a Carlo austriaco piacque naturalmente dei due partiti il primo, nulla badando al vincolo di sangue; epperò commise al Gonzaga adoperasse la sua industria per ispogliare il genero. Ottavio, presentite le insidie, ricorre al Papa, perchè pigli in mano la difesa del feudo della Chiesa, senonchè il Papa aborriva spendere, e il danaro se lo teneva per sè; e poi dello Imperatore egli tremava a verga, per la quale cosa gli rispose: si aiutasse, lo aiuterebbe anco Dio; e siccome Ottavio gli faceva notare come Dio non lo potesse, secondo ogni verosimiglianza, sovvenire altramente, che con la lega di Francia, il Papa stringendosi nelle spalle non seppe dire altro: ci badasse due volte, avvertisse bene a quello che faceva. Ottavio reputando queste parole consenso, o per lo manco facoltà di provvedere al fatto suo come meglio gli paresse, si legò con la Francia. Di qui una guerra lunga e promiscua, dove all'ultimo prese parte anco il Papa, non già a difesa, bensì ad offesa di Parma, dove unite le sue alle armi imperiali, perse pecunia, reputazione, la pace dell'animo, e più di tutto amaro, la vita del nipote Giovambattista dal Monte, uomo chiaro per bontà e per valore.