Intanto che il Gonzaga, acceso da troppa voglia di ridurre a mal partito Parma, sprovvede di milizie la parte del Piemonte occupata dalle armi imperiali, il Brissac succeduto al principe di Melfi, nell'altra parte tenuta dai Francesi, procura alla sordina di far massa di gente traendone grossa mano di Francia a cui fece passare le Alpi alla sfilata, e raccoltane quanta gli parve bastevole al suo disegno, assaltava allo improvviso e prendeva Chieri e San Damiano, onde al Gonzaga, messo da parte ogni pensiero di Parma e della Mirandola, toccò tornare indietro più che di passo per impedire che i Francesi si allargassero.
Più fiero nembo si addensava in Germania, dove Enrico II di Francia, stretta lega co' principi protestanti sotto colore di rivendicare in libertà il Langravio, mosse contro Cesare tutto lo impero; e fu in questa guerra, che accadde la vergognosa fuga dello Imperatore e di Ferdinando re dei Romani suo fratello, imperciocchè standosi eglino ad Jnspruk a sicurezza con la corte e gli oratori dei principi stranieri, Maurizio duca di Sassonia, capo dei confederati alemanni, indettatosi segretissimamente co' soli Guglielmo di Assia primogenito del Langravio, e Giovanni Alberto duca di Mechlenburgo, così si spinse subitaneo contro cotesta terra, che fu gran ventura a tutti quei personaggi potersi salvare nel fitto della notte, per mezzo pioggie rovinose, fra sentieri fangosi, dove si procedeva appena a lume di torce. Principi di corona, duchi, e marchesi vedevansi a gran stento movere passi affondando le gambe fino al ginocchio nel pantano: per Carlo già guasto del male di gotte trovarono una lettiga, donde di tratto in tratto sporto il capo mostrava lieto sembiante, ed ai tristi che gli trottavano attorno diceva: non si sgomentassero, avrebbe, prima che fosse molto, saputo ben egli tirare solenne castigo da cotesto più pazzo che fellone, che con tanta temerarietà si era mosso contro di lui. — Parole inani con le quali ostentava simulare l'acerbità del cruccio per la patita umiliazione, e più di questo doloroso assai il senso della propria decadenza: riparò a Villaco, castello su la Drava, dove udendo che i Veneziani radunavano milizie, entrò in sospetto di avere fuggito l'acqua sotto le grondaie, senonchè avendogli inviato la Repubblica oratori per confortarlo a starsi di buona voglia, si sentì tutto ricreare.
E poichè, come suol dirsi, ad albero che casca, accetta, accetta, anche a Siena, tocca dal contagio, saltò in testa di ribellarsi, e cacciati via gli Spagnuoli, accolse in vece di quelli i Francesi, che il mutare basti (lo avvertii altrove e lo ripeto adesso) fu detto un tempo in Italia riacquistare libertà, e piaccia a Dio, che anche ora non sia così. Colà la guerra crebbe grossa e terribile, conciossiachè Cosimo dei Medici e Piero Strozzi se facessero quasi un campo chiuso per combattervi un duello a morte. Cosimo combattè con le industrie, le provvisioni, e i consigli accorti, l'altro con la prestanza del braccio, e le imprese arrisicate; prevalse il primo, e a dritto, perchè giudicarono ottimamente Piero Strozzi quelli che dissero di lui essere diligentissimo e valorosissimo capitano, celere a pigliare partiti, e più pronto altresì a mandarli in esecuzione; dei comandamenti altrui se buoni miglioratore, se tristi emendatore, però più fortunato a uscire e ad entrare dove voleva, e a camminare per piani, per monti, e per paesi nemici in ogni tempo, che in combattere.
In questa guerra di Siena, certo non per deliberazione dell'animo, Andrea anzichè combattere contro la libertà si travagliava in favore della tirannide, però che i Francesi e lo Strozzi il vivere libero conoscessero poco ed amassero meno, e in Siena tornasse con loro l'apparenza non la sostanza della libertà; solo procedeva sincero il popolo, come suole, e come suole non godè della libertà e patì per la tirannide; tuttavia Andrea vi andò di male gambe, e quando più tardi ebbe a levare di Corsica ottocento Spagnuoli per traghettarli sopra le coste sanesi, ei gli condusse a Livorno, scusandosi con la necessità di recarsi presto a Genova, ma Cosimo, sospettoso sempre, tenne per fermo che tale operasse in odio del suo incremento, o per vedersi scemato lo aiuto degl'imperiali nella guerra di Corsica; i quali sospetti crebbero a dismisura alloraquando Andrea, trovandosi a Portoferraio, non volle impedire che i Francesi soccorressero Portercole, e si lasciò pigliare quasi su gli occhi sette navi cariche di grano[41] protestando che con l'armata scema di diciannove galee spedite poco prima a Napoli egli era un giocare da disperati: più tardi, o cedendo alle istanze di Cosimo, o come credo piuttosto obbedendo ai comandi di Carlo, mandò il nipote Giovannandrea in compagnia di Bernardino Mendozza con venticinque galee al servizio degl'imperiali in Maremma, ma nè anco adesso Cosimo ebbe a sperimentarlo cedevole ai suoi desideri, però che avendo loro ordinato, che s'ingegnassero pigliare Castiglione della Pescaia per impedire che venisse a Grosseto l'aiuto dal mare, se ne tirarono indietro allegando che i soldati spagnuoli si ricusavano di fare la fazione se prima non si saldavano delle paghe; e poichè parendo, come infatti era, ostico a Cosimo avere a pagare i debiti altrui, propose che se gli Spagnuoli non volevano combattere, gli mettessero a terra, e invece loro imbarcassero altrettanti archibusieri dei suoi: essi lo fecero, ma in luogo di assalire Castiglione della Pescaia pigliarono Talamone, e non fu impresa degna di poema nè di storia, chè soli quaranta Francesi vi stavano di presidio.
Cosimo ordinò le fazioni, ma il Doria tirava l'acqua al suo mulino, perchè trovandosi con le ciurme scarse, quanti prigioni agguantava, tanti senza misericordia metteva al remo.
Non contenti i Francesi di tenere sollevate le cose di Siena, si volsero alla Corsica e quasi tutta la occuparono, levandola di sotto alla devozione di Genova; prima però di esporre cotesti successi mi occorre toccare di taluni rivolgimenti donde Andrea ebbe ad accorgersi che, satellite dell'astro imperiale, come lo aveva seguitato al meriggio così doveva accompagnarlo al tramonto. Lione Strozzi priore di Capua, ammiraglio peritissimo non menochè prode, il quale fu fratello a Piero Strozzi, e in questa guerra di Siena morì di un'archibugiata nel fianco a Scarlino, avendo sentito come Andrea sferrasse con l'armata da Genova per la Spagna, a levarne Massimiliano re di Boemia con la reina sua moglie e condurlo in Italia, donde restituirsi in Lamagna, deliberò andare ad incontrarlo e combatterlo: per la quale cosa uscito dal porto di Marsilia con ventitrè galee ed una galeotta, si pose ad aspettarlo verso le isole Jeres. Andavano con Andrea ventisette galee, ma, come taluno affermò, avendo scoperto l'armata nemica alla distanza di cinque miglia, o come tal altro assicura, essendo stato avvertito da un capitano nizzardo, non si attentò d'ingaggiare battaglia; all'opposto a furia di remi si riparava nel porto di Villafranca. Chi cerca per la storia, qualche volta ha motivo piuttosto di giocondarsi che no su la miseria umana, e adesso argomento di riso lo somministra il molto affaccendarsi che fanno i parziali del Doria, per iscusare cotesta fuga; e chi asserisce ch'egli a quel modo operasse a cagione del trovarsi le sue galee mal fornite, come se, dove ciò fosse stato, non gli si dovesse ascrivere a colpa, e meriti fede andando a levare personaggi di tanta importanza per traghettarli lungo coste e per mari infestati da' nemici: altri poi ci fa intendere, che Andrea, mancando di ordine per parte dello Imperatore, si astenne da combattere, come se le occasioni di menare le mani non fossero lasciate in arbitrio del Capitano; più bugiardo di tutti il Sigonio accerta che Andrea, arringati i suoi soldati, e confortatili a portarsi da valentuomini, mosse contro il Priore, senonchè il vento lo allargò nel mare, e rinforzando tutta notte lo spinse a Villafranca, mentre all'opposto il Cappelloni, più verecondo di ogni altro, passò in silenzio il caso.
Lione, poichè inseguito un tratto il Doria conobbe non lo potere agguantare, tornò a Marsilia dove artatamente fece correre voce volere condursi in Affrica contro i Pirati, ma trattosi in alto mare trasformò le sue galee, nell'alberatura, negli ornati, nelle bandiere come in ogni altra cosa, in guisa da parere anco agli occhi dei meglio esperti spagnuole, poi si volse risoluto a Barcellona, dove comparso allo improvviso nel dì di San Bartolomeo empì di confusione e di paura l'universale, e si tiene generalmente per certo, ch'egli se la sarebbe recata in mano, se i suoi fossero stati meno vaghi di gloria, che di bottino: di vero la preda che menarono si ricorda grandissima; sette navi cariche di merci, altri legni minori, ed una galea fornita di tutto punto vennero in potestà dei vincitori, e questa per curiosa vicenda, che scambiato Lione per Andrea si era condotta a salutarlo fuori del porto oltre un miglio; i cavalieri, le donne, e anco i borghesi che si trovarono sopra la galea, Lione lasciò andare assai cortesemente senza riscatto, il popolo no; lo mandò al remo. Andrea più tardi quando seppe libero il mare e rinforzato dalle tre galee del Duca di Firenze, andò in Ispagna, donde trasferito il Re di Boemia a Genova, quivi secondo il consueto nel proprio palazzo con regale magnificenza ospitò.
Ma più fiera battitura così nella roba come nella fama Andrea ebbe a rilevare nel disastro di Ponza, il quale meritando essere partitamente raccontato, innanzi tratto è mestieri avvertire come Enrico II di Francia, smanioso di appiccare lo incendio ai quattro canti del mondo per ardervi dentro l'odiato Imperatore, serpentasse Solimano perchè anco per quell'anno spedisse la sua flotta nel Mediterraneo, dove congiuntasi con la sua che allestiva a Tolone, arieno potuto nabissare il reame di Spagna non che Napoli e Sicilia; nè Solimano alle premurose istanze dell'oratore francese diede ripulsa, all'opposto promise mandare centocinquanta tra galee, e galeotte, e le mandò costituendone ammiraglio generale Rustan pascià, e capitano della vanguardia Dragutte. I primi doni questa armata recava alla Italia ardendo di colta la torre del faro di Messina, e la chiesa della Madonna della Grotta; procedendo oltre manda a ferro ed a fuoco Reggio, Policastro, Zainetto, insomma tutte le terre dove potè allungare le branche. E perchè lo incendio per difetto di alimento non avesse a illanguidire, o per crescerlo, la Corte di Francia commise a Cesare Mormile fuoruscito napolitano, di fazione popolare, si recasse in Italia a scrivere fanti e cavalli e concertarsi in tutto e per tutto coll'Arimon, che navigava su la flotta turchesca, fornendolo a questo uopo di danari in copia e di credenziali amplissime, quali appena si affidano ai più provati ministri, voglio dire, carte bianche col nome in fondo, testimonio di levità di cui le dava, non di merito per quello che le riceveva. Tanto struggimento poteva bastare, e sembrare anco troppo, ma non se ne contentarono, e come avviene sempre, il soverchio ruppe il coperchio, imperciocchè in Corte di Francia considerando come il Mormile, per essere popolesco, co' baroni di Napoli non avrebbe attecchito, pensarono affidare un carico in tutto pari al suo al Sanseverino principe di Salerno, di già chiaritosi ribello allo Imperatore, piuttosto spasimante che cupido di vendetta: di ciò informato il Mormile si fece a trovare l'oratore di Cesare, e il cardinale di Mendozza a Roma, ai quali profferse di rivelare la trama, che si ordiva a danno di Napoli, e d'impedirne per quanto stava in lui lo effetto: se costoro lo accogliessero con carezze a sgorgo, di leggieri si comprende, e tanto più gli sbraciavano promesse quanto già erano deliberati ad osservargliene meno. — Chiamava il Mormile in testimonio Dio e i Santi, come lo movessero a questo non già astio contro il Sanseverino deputato anch'egli a simile impresa, nè rancore contro la Francia (la quale in mal punto dopo avere messo in costui tanta fede, e tanto in mal punto gliela toglieva), nè manco voglia avara di avere in guiderdone tutti o parte i beni del ribelle principe, o cupidità di riacquistare i proprii, mai no; — ed ambi i Mendozza, l'oratore e il cardinale rispondevano: — non ci è mestieri sacramenti, capirsi da sè che lui infiammava unico il bel desío di tornarsi in grazia al suo signore e padrone; lo amore suo per la Patria essere tutt'oro di quaranta carati, e questo fargli desiderare di chiudere in pace gli occhi nella terra che cuopre le ossa dei suoi, e dove al sacro fonte fu redento cristiano: tuttavolta era certo, che lo Imperatore nella sua magnanimità l'avrebbe costretto a tornare al possesso dei suoi beni, e con la spoglia del servo traditore avrebbe vestito il servo fedele; oltre tutto questo lui aspettare la riconoscenza dei cittadini salvati, e la fama perenne della storia: questo gli mallevavano essi e ci mettevano pegno. Al Mormile veramente sarebbe bastato molto meno, ma quello che ebbe esporremo tra poco.
L'armata turca dopo le variate imprese surse a Ponza, ma non così da starsi ferma su le áncore, che ora si tirava a Procida, ora alla punta di Posilipo, ed altre volte altrove. Andrea per tenere ferme le cose di Napoli minacciate da tanto sforzo di guerra palese e segreto, ebbe ordine dallo Imperatore d'imbarcare duemila fanti tedeschi alla Spezia, e trasportarli a Napoli su ventinove galee, e come gli fu comandato così fece: poi si mise cauto a navigare costa costa, sperando in onta alla vigilanza nemica sbarcarli a Gaeta, o in altro luogo più destro della spiaggia napoletana: si fermò per fare acqua in foce di Tevere, e quivi, investigate sottilmente quante persone gli occorsero, non gli venne fatto di raccogliere novità alcuna, onde giudicando che il nemico stanziasse a Procida inteso ad impedire, che Napoli li sovvenisse, ordinava ai Comiti procedessero schivando monte Circello per tema d'insidie, e adagio perchè le ciurme non si affaticassero risoluto di scivolargli di sotto per le bocche di Capri. Però se le spie non servivano a dovere il Doria, buono ufficio rendevano al Dragutte, sia ch'egli ci adoperasse maggiore diligenza o più larghezza, sicchè costui dello appressarsi dell'armata imperiale ebbe avviso, giusto mentre se ne stava appiattato dietro monte Circello, e non gli parendo luogo adatto cotesto ad opprimerlo, nè reputando senza lo sforzo dell'armata di poterlo fare, quinci di cheto partissi, mandando innanzi un legno sparvierato per avvertire il Rustan bascià a starsi ammannito. Andrea finchè le forze gli valsero non si mosse di su il castello della galea a specolare, ma essendosi messo il buio fitto, nè per vegliare che facesse udendo attorno rumore alcuno, cedeva alla stanchezza raccomandando sempre ai Comiti si tenessero al largo: e questi è da credersi non trascurassero il debito, ma le correnti forse li trasportarono più, che non volevano vicino a Ponza; tuttavia, nè manco avrebbe loro approdato a starci discosto, imperciocchè l'armata turca si fosse distesa per modo da circuirli anco in mare più aperto. La più parte degli storici narra come Andrea, chiamato dal pericolo in coperta, non sapesse trovare altro rimedio al subitaneo caso, eccetto quello di ordinare la fuga, ma havvi tale che afferma avere Andrea mostrato buon viso alla fortuna, fermo in tutto di combattere quantunque più di due volte inferiore al nemico, al quale intento commise, le galee quanto meglio potevano si stringessero, ad ora ad ora levassero i remi per aspettare le tarde, affinchè o tutte si salvassero o si perdessero tutte. I Turchi pronti con le miccie accese avere cominciato allora a balestrare un turbine di ferro e di fuoco, in questa un gruppo di palle traversando lo spazio tra la Capitana di Andrea e la Spagnuola, rasenta da vicino questa ultima, onde gli Spagnuoli domandano con gran voce, che cosa si avessero a fare, e Andrea instando sempre rispondeva: una galea facesse spalla, e remi ci adoperassero e vela. — Di queste parole o non intesero o non vollero intendere che l'ultima, per la quale cosa subito si levò, e si diffuse il grido: vela! vela!
Comincia la fuga; Andrea visto andare tutto a rifascio, attende come gli altri a salvarsi; gli tenne dietro la Capitana spagnuola con due altre; i Turchi dettero la caccia, ma durante la notte non giunsero a mettere mano se non sopra una galera sola; però continuandola con inestimabile ardore fino alle cinque pomeridiane, arrivarono ad agguantarne alla spicciolata fino a sette con entrovi settecento circa Tedeschi, i quali furono dai Turchi, come quelli che pativano difetto di ciurma, immediate messi al remo: vi cadde eziandio prigione il nipote del Cardinale di Trento Colonnello Giorgio Madruzzi, giovane assai reputato nell'arme, il quale condotto a Costantinopoli fu poi riscattato con larga taglia dallo zio, adoperandosi molto alla liberazione di lui anco Monsignore di Cognac oratore francese presso Solimano. Però non è affatto vero, che riuscisse al Doria di passare co' rimanenti navigli, e ormeggiatili alla costa napolitana mettere a terra le altre bande dei Tedeschi, egli al contrario ebbe a tornare indietro, anzi, spinto da fortuna di mare, andò fino in Sardegna, donde si ridusse a Genova, e quivi risarciti i legni ripigliò da capo il cammino per Napoli. E' fu in questa occasione, che rasentando le spiagge toscane, avvisato come i Sanesi assediando Orbetello ci avessero ridotto a mal termine alcuni Spagnuoli lasciati di presidio là dentro, sbarcò due compagnie di Spagnuoli che si era recati a bordo in Genova a fine di completare il soccorso scemato dalla cattura dei Tedeschi, e fece agevolmente risolvere l'assedio.