Ma Napoli oggimai non aveva più mestieri di soccorso, imperciocchè quando sembrava inevitabile la ruina minacciata dai Turchi, e la gente sbigottita non sapeva più a qual santo votarsi, di un tratto corse voce che i Turchi se ne andavano, ed invero con maraviglia pari al contento di tutti furono visti in breve dare le vele ai venti e allontanarsi: questo avvenne per la industria del Mormile, il quale, valendosi fellonescamente di uno dei fogli segnati in bianco, scrisse all'Arimone, oratore, come fu detto, sopra l'armata turchesca per la parte di Francia, che Sua Maestà cristianissima gli faceva sapere che fino ad un altro anno alla impresa di Napoli non poteva più attendere, perciò provvedesse ai casi suoi, negoziando destramente perchè l'armata turca tornasse a Costantinopoli senza che Solimano avesse a inalberare; e perchè il Rustano senza ciondolìo acconsentisse la partita, mandarongli in dono duegentomila scudi per compensare lui e i compagni della perdita delle prede, che si auguravano radunare se la guerra avesse tirato in lungo. L'Arimone dette nella pania, non si potendo mai immaginare che il Mormile ci volesse o potesse mettere duegento mila scudi di suo; difatti, ce li mise, non però di suo, che gli furono dati cavandoli dal donativo degli ottocentomila scudi largito dalla città di Napoli allo Imperatore. Così il francese Arimone venne giuntato, e rese irremediabile il danno a cagione dello zelo irrequieto, che ei pose a disservire il Re, secondochè costumano quelli i quali si appellano diplomatici, massime francesi, facendo e disfacendo senza darsi un pensiero al mondo del bene dello stato, pure di aggradire chi in quel momento fa da padrone, e paga. Al Mormile quando chiese il premio della fellonia, dopo agguardatolo un pezzo a squarciasacco, dissero: si votasse a Dio se gli lasciavano la testa sopra le spalle, e va bene. Il Principe di Salerno, dopo alcuni giorni (il Costo scrive otto) che si fu partita l'armata turca, giunse ad Ischia con la sua di ventisei galee ottimamente provveduta di archibusieri guasconi, e se rimanesse trasognato di non ci trovare i Turchi, pensatelo voi: avvertito della frode, fece forza di remi per agguantarli, ed in vero gli raggiunse alla Prevesa; ma, per quanto dicesse e pregasse, non persuase il Rustano a tornare in dietro, sicchè per disperato lo seguitò fino a Costantinopoli. —
Non tutta però l'armata turca se ne andava col Rustano; rimasero nel Mediterraneo sessanta galee comandate dal Dragutte, il quale le condusse a Scio, facendo le viste di volerci svernare: colà gli si congiunsero le ventisei francesi venute col Principe di Salerno, e parve volessero concedere almanco per qualche mese requie alle fortune afflitte d'Italia, ma la natura del Dragutte non era di quelle, che nella pace riposino; e Andrea Doria, che conosceva per prova di che pelo costui portava chiazzata la coda, non rifiniva di avvisare la Signoria di Genova perchè facesse intendere allo ufficio di San Giorgio, in cotesto tempo principe di Corsica, tenesse di occhio le marine dell'isola, principalmente Calvi e Bonifazio; si legge altresì che conformi avvisi mandasse Cosimo di Firenze, principe quanto altri mai benissimo informato; ma i Governatori del Banco di San Giorgio, inetti o avari, non dettero mente, e il guaio accadde presto e più grave di quello avesse presagito il Doria. Di fatti il Dragutte e il Pelino ammiraglio delle galee francesi usciti di Scio, dopo avere messo a sacco la Elba e tastato Portoferraio, si volsero alle coste di Siena, dove toltisi in nave Monsignore di Thermes, il Duca di Somma, Giovanni di Torino, Giordano Orsino, Aurelio Fregoso, Vincenzo Taddei con altri elettissimi capitani, e duemilacinquecento fanti, li traghettò in Corsica; andava con esso loro assieme con molti fuorusciti côrsi, quel sì famoso Sampiero di Ornano, nemico mortale al nome genovese, e per virtù militare da anteporsi ai più illustri dell'antichità che da paragonarsi ai moderni; questi in breve capovolsero la isola così, che ai Genovesi non rimasero altro che Bonifazio nelle parti meridionali, e Calvi nelle occidentali della isola. Bonifazio, assalito con ferocia, virtuosamente si difese: ben diciotto giorni resisterono le mura allo indefesso fulminare delle batterie del Dragutte, e aperta la trincea, sebbene con gara, io dirò piuttosto di ferocia che di onore, ci si avventassero Francesi e Turchi, non la poterono spuntare: dicono, che la strenua perseveranza in tutti i Bonafazini (e dico tutti perchè vecchi e giovani, donne ed uomini, laici e chierici combatterono, non curati gli anni, e nè anco le malattie) fosse mantenuta dalla fede di miracoli, e sarà, che la religione può molto nei petti dei mortali, pure anco l'amore della libertà è per sè solo capace di partorire miracoli; e le storie narrano con bella lode Antonio Caneto commissario di Genova preposto alle difese. Pure alla fine Bonifazio calò a patti, alcuni dicono perchè ridotti allo estremo, altri perchè abbindolati: con parole parche riferirò l'una opinione e l'altra. Affermano i primi, che il Caneto facesse sapere all'Ufficio di San Giorgio come, venuto oggimai allo stremo di ogni cosa, non avrebbe potuto resistere se nol sovvenivano sollecitamente e gagliardamente, nè a questo, per vero dire, l'Ufficio mancò, inviando costà Domenico Caraccioli con di parecchia pecunia; e' sembra che la pecunia in coteste angustie a niente potesse approdare, bensì ci fosse mestiero di vettovaglie, e di munizioni; ma i Genovesi erano di quelli, che giudicano con la pecunia assettarsi ogni cosa; di fatti il Colombo stesso, il quale fu sì pio, non dubitò lasciare scritto, che per virtù di bei contanti si andava anco in paradiso; il guaio fu che il danaro non giunse a salvamento; i Côrsi colsero il Caraccioli per la via, e gli tolsero vita e moneta. Ciò gli assedianti fecero sapere agli assediati per levarli di speranza, e al punto stesso col mezzo di Altobello da Brando proposero loro di rendersi a patti; avrebbono salve le robe e la vita, e se volessero condursi ad abitare fuori della isola non troverebbero impedimento. Accettarono, ma la capitolazione fu rotta o per avarizia dei Turchi, o per vendetta dei Côrsi, o piuttosto per ambedue, che tremendissime passioni furono allora e sono. Nè si rimasero al saccheggio, che messa mano nel sangue ammazzarono duegento di cotesti valorosi uomini, gli altri mandarono al remo, tra loro il pro-commissario Caneto. — Quelli che inclinano alla diversa opinione raccontano, che il Banco di San Giorgio, avendo spedito in diligenza un côrso, di cui tacciono il nome, al commissario Caneto, con lettere ortatorie perchè s'ingegnasse quanto meglio per lui si potesse tener fermo, stando in procinto di partire in suo aiuto il rinforzo, costui cadde in potestà dei nemici, o sia che lo pigliassero, ovvero tradisse. I Francesi subito pensarono di rendere allo Imperatore, e a cui parteggiava per lui, la pariglia del Mormile, trovando modo di falsificare le lettere, e in quella guisa alterate presentarle al Commissario, il quale tanto meno le piglierebbe in sospetto se ci vedesse apposto sopra il sigillo della repubblica, e questo argutamente fu fatto togliendolo dalle lettere vere. Il Commissario, aggiungono, avendo letto l'ordine di consegnare la terra cessando ogni resistenza, e con quei patti che alla sua sagacia fosse riuscito ottenere men gravi, si strinse nelle spalle, e capitolò; i Francesi, quando intesero che il presidio domandava rendersi, circa a patti non istettero su lo spilluzzico, e così cadde la terra in potestà di loro. Da simili prosperi casi inanimato il Re di Francia mandava copia di vettovaglia e di munizione da guerra, massime artiglierie a fornire i luoghi acquistati; per suo comandamento fortificaronsi Ajaccio, e San Fiorenzo, dove Giordano Orsino rimase a compire le opere e difenderle.
Certo le cose di Genova sopra la Corsica sembravano ormai del tutto spacciate, ma come accadde, non le potendo più rimanere depresse, era necessità che dovessero tornare in fiore. Di vero avendo i Francesi con assai mal consiglio mandato oratori al Senato per chiarirlo, che volentieri l'avrebbono nella potestà della Corsica restituito, quante volte con la Francia si legasse, aprisse alle armate regie i suoi porti, facesse insomma gli uffici, che tra nazioni amiche costumansi, esso, in ciò sbracciandosi sopra tutto Andrea Doria, ragguagliò punto per punto lo Imperatore di ogni cosa, spedendogli a tale effetto ambasciatori a posta, e Andrea, nel suo particolare, gli mandò l'abate di Negro, prete svelto e sottile; i quali tutti in sostanza avevano commissione di rendere capace Cesare, come i francesi si fossero impadroniti della Corsica col solo fine di staccare Genova dalla lega della Spagna, e tornare come un tempo signori del Mediterraneo: avere i Genovesi deliberato resistere finchè le forze gli aiutassero, ma soli non potere lungamente sostenere lo impegno; mosso da questi sospetti l'Imperatore concesse sul momento duemila Spagnuoli e duemila Tedeschi, ai quali prepose per condurli maestro di campo Lorenzo Figheroa: e intanto che allestirebbe soccorsi maggiori, ordinava al Doria sovvenisse con le galee la Patria. Cosimo duca di Fiorenza, non si potendo dare pace finchè non avesse allontanato cotesto incendio da casa sua, promise il soccorso di duegento cavalleggeri e archibusieri a cavallo capitanati da Carlotto Orsini, e da tre suoi luogotenenti venuti in fama di valorosi soldati, che furono il conte Troilo dei Rossi, Greco da Rodi, e Paolo Cerato, più le sue quattro galee pagate per quattro mesi, e tutti i comodi che dal suo stato si potessero cavare: per simile conforto ripreso animo i Genovesi assoldarono seimila fanti la più parte in Toscana, a mille dei quali preposero Chiappino Vitelli, per servizi resi al principato, promosso da Cosimo marchese di Cetona, cinquecento erano Côrsi (che maledizione dei Côrsi fu non trovarsi mai in pace tra loro) e li conduceva il Colonnello Angelo Santo delle Vie. Il carico di tutta la impresa ebbe Andrea Doria a cui fu consegnato con solenne rito lo stendardo grande della Repubblica in San Lorenzo. Precederono in Corsica Andrea Doria, Cristofano Pallavicino, che con quattro galee e due compagnie di eletti soldati andò a sovvenire Calvi perchè nella devozione della Repubblica si mantenesse, ed Agostino Spinola, il quale, trasportati sopra ventisette navi i quattromila fanti dell'Imperatore ad Erbalunga, prese a devastare il paese disertando col ferro e col fuoco case, colli e oliveti; gli Spagnuoli e i Tedeschi per ciò commettere non avevano mestieri eccitamenti; pure i Genovesi gli eccitavano, tanto in loro potendo la rabbia di vendetta da non conoscere che con mani barbare si laceravano le proprie viscere; Andrea tiene dietro loro con quindici navi onerarie e trentasei galee: andarono con lui Ludovico Vistarino di Lodi maestro del campo, e commissari per le paghe Cattaneo Pinello e Paolo Casanuova; Agostino Spinola ebbe titolo e grado di tenente generale. Nelle storie è ricordo, come Andrea uscito la prima volta dal porto, colto da furiosissima bufera, la quale durò senza intromissione per bene diciotto giorni, tenne per ventura potercisi riparare da capo; salpato poi l'otto novembre, dette fondo nel golfo di San Fiorenzo il quindici del medesimo mese. Un dì stette specolando alla Mortella il luogo acconcio per iscalare, poi varò il naviglio a Olchini e quivi attese a mettere le milizie a terra, contrastanti invano gli archibusieri francesi arripa, e pone il campo presso il convento di San Francesco; colà avendolo raggiunto Agostino Spinola s'incominciò ad assediare San Fiorenzo. — Stavano dentro la piazza Giordano Orsini, Bernardino di Ornano parente di Sampiero, e Teramo di San Fiorenzo con una mano di fuorusciti côrsi e napoletani, gente tutta di cuore; sufficiente il presidio; scarso il fodero. Qui non occorre raccontare i casi di cotesto assedio; ci furono opere del continuo disfatte dagli assedianti, e con pari pertinacia dagli assediati rifatte, sortite sanguinose e senza pro', guerra varia, promiscua, non interrotta mai, sperpero così di uomini come di cose: più feroci accadevano le zuffe presso la Chiesa di Santa Maria dove stavano trincerati gli Spagnuoli. Andrea esaminando con diligenza tutte queste cose non menochè il terreno pantanoso, e la difficoltà degli approcci, deliberò miglior consiglio essere assicurare i passi e convertire l'assedio in blocco: a questo scopo, ricinta la torre della Mortella di spaldi e spianate, fece disperato lo appressarsi al golfo delle navi nemiche; rinforzò i presidii agli sbocchi delle vie, con ispessi fortini li riparò, il paese dintorno fece deserto: in certo modo strinse lega con la fame e con la febbre: ciò fatto spicca dodici galee e dodici fuste con soldati parte côrsi e parte spagnuoli ad assaltare Bastia; le conduceva Angelo Santo delle Vie, il quale celere e animoso espugna prima la città, poi la rocca; Andrea mandò a reggere la terra riacquistata un Luciano Spinola, se mite non so, certo astuto, e capacissimo ad assonnare gli animi crucciosi con le blandizie, e gli animi arrendevoli ammansire a servitù. Il presidio côrso e francese di Bastia si ritirò a Furiani, donde volendo snidarli la gente del Doria, baldanzosa oltre il dovere per la riportata vittoria, viene due volte aspramente respinta. Il Thermes, costretto a partirsi dallo assedio di Calvi sovvenuto a tempo, cammina cauto e difilato a percotere di fianco Agostino Spinola, perchè Andrea sia costretto di levare a sua posta l'assedio da San Fiorenzo: in questa fazione si crebbe fama quel Giovanni da Torino, che anco allo assedio di Firenze tante belle prove di valore operò in vantaggio della Repubblica, perocchè, traversando terre pantanose, riuscì a entrare di straforo nella città assediata portandoci alcune provvisioni, e mulini a braccia, e poi ne sortiva alla scoperta, nè circondato volle posare le armi, all'opposto sempre menando virtuosamente le mani si ridusse incolume tra i suoi: nè questo fu l'unico assalto al campo genovese, bensì ogni giorno Sampiero e il Thermes tribolavano il Doria; il quale, piuttosto ostinato che costante, si era fitto in cuore di volere ad ogni modo domare l'Orsino con la fame: dall'una parte e dall'altra non requie mai nè posa, gli uni ad offendere, gli altri a prevenire le offese, ma quel perpetuo aggirarsi di Sampiero e del Thermes non partorendo frutto alcuno, l'Orsino ebbe a sgomentarsi, e poi cessare del tutto come rifinito pel soverchio della fatica. Ritiraronsi a Corte perchè Carlotto Orsini scorrazzava il paese dintorno co' suoi cavalleggieri, ed essi non avevano da opporgli cavalleria, sicchè correvano pericolo di vedersi scemi ora di questa, ora dell'altra banda tagliata fuori dal grosso della gente. In quel torno comparve in Corsica Piero Strozzi con diciassette galee, ma sovvenne poco le parti dei Côrsi e dei Francesi, essendo la sua commissione per Siena; bensì vi lasciò una compagnia di Côrsi, compagni del Sampiero nel Piemonte, e al tempo stesso consegnava a questo côrso, di stupendo valore, le regie patenti, che lo creavano maestro di campo generale degl'Italiani nella isola: prima di partire si strinse a segreto colloquio col Thermes; quello che gli dicesse ignoriamo, nè da veruno storico si accenna: forse, chi sa, che fin d'allora non lo ammonisse ad allestirsi piano piano a lasciare l'isola in balía di sè: usanza vecchia dei Francesi, i quali, a mo' degli antichi sacerdoti, dorano le corna ed ornano di fettucce la fronte della vittima, prima di darle della scure sul capo.
A San Fiorenzo quello che non seppe fare il valore, la fame potè; non riuscirono a sovvenirlo gli amici, quando gli stavano attorno vigili a cogliere la occasione; pensiamo, se adesso lontani; pane solo e poco cibavano senza distinzione capitani e soldati: di acqua pativano doloroso stremo: ma se le sorti volgevano agli assediati lacrimose, nè anco gli assedianti le provavano liete: ai nostri giorni eziandio l'aere intorno a San Fiorenzo si spande grave e maligno, allora poi molto più, massime che le sconcie piogge, durate un mese, avevano ridotto la stanza di cattiva pessima: le compagnie del Doria comparivano più che mezzo scemate: le vendemmiava la morte. Il Sampiero di questi casi ragguagliato, instava presso il Thermes perchè sortiti alla campagna con subito impeto si assalisse il campo, che a lui, non uso a diffidare mai della vittoria, pareva sicuro di romperlo, ma il Thermes, al quale non garbava il partito, andavasi schermendo, e come suole dirsi gli girava nel manico. Dall'altra parte i capitani della Repubblica non tempestavano meno Andrea a levare il campo, se pure non volesse vedere sepolti tutti sotto San Fiorenzo, ma egli vie più irrigidiva: lì vincere o lì morire: taluni siffatta risoluzione lodano come testimonio di costanza in Andrea, altri e sono i più lo accusano di caparbietà senile; certo per ultimo gli venne in mano San Fiorenzo, ma e' parve si aguzzasse il piolo sul ginocchio, imperciocchè si stima, che la perdita delle vite sommasse a diecimila nel campo dei Genovesi, e quasi tutti morti d'infermità: morironvi Imperiale Doria, Giustiniano Cicala, Domenico dei Franchi, e Vincenzo Negrone, e comecchè Luciano Spinola e Cattaneo Spinello si facessero di Corsica trasportare a Genova per curarsi della febbre maligna, a nulla approdarono, che il morbo attaccato loro nelle ossa li precipitò nel sepolcro. Sicchè, tutto bene avvertito, la carne non valse il giunco, molto più, che oltre la prima andata ci si ebbe a sciupare altra gente, e non poca. Genova mandò compagnie di nuova leva, la Spagna quattromila fanti, e copia di munizioni o vuoi da bocca o vuoi da guerra: anco la Francia non si rimase da inviarci il Polino con la flotta, ma o sperimentasse la fortuna contraria, o procedesse di male gambe, non fece frutto, e San Fiorenzo ebbe a calare a patti.
Andrea li propose infami e crudeli; pretendeva nientemeno libera facoltà per dare alle forche quanti fuorusciti côrsi avrebbe trovato dentro a difendere San Fiorenzo; i Napolitani gli premevano meno; per questi si sarebbe contentato mandarli in galera a vita. Gli ributtò con parole gravi Giordano Orsino, le quali, quanto procurarono onoranza al prode gentiluomo, altrettanto avvilirono il rancoroso vecchio; e alle parole l'Orsino aggiunse magnanimi fatti, imperciocchè raccolti i soldati, gli fece giurare di morire tutti con le armi alla mano, prima di abbandonare i compagni al fato che loro si minacciava, e i soldati giurarono. — I capitani genovesi, a cui mal seppe la intempestiva ferocia di Andrea, e piuttosto mostruosa che insolita tra gente presso la quale il mutuo combattersi con prestanza, posate le armi, è argomento di lode non di odio, con preghiere accesissime istarono, e comecchè reluttante, condussero il fiero vecchio a più miti consigli: piega, ma in modo che non aveva a comparire: tanto allo accostarsi del sepolcro piacque al Doria la ferocia, che renunziata a forza la sostanza, volle conservarne l'apparenza: però ordinava che nella convenzione si stipulasse i Côrsi dovessero rimettersi impreteribilmente in sua potestà: solo assenti, che prima di pigliare possesso di San Fiorenzo si cansassero; egli, facendo le viste di non accorgersene, gli avrebbe lasciati passare: veramente che il Doria volesse delle sue parole fare fango non era da temersi, o poco; tuttavia i profughi, finchè non si conobbero in salvo, di tratto in tratto si tastavano il collo; e non senza ragione, perchè Andrea, parola o non parola, tanto a trentatrè di loro volle mettere le mani addosso; però non li mandò a morte, bensì al remo; nell'animo del genovese la ferocia venuta a contrasto con lo interesse, vinse lo interesse, e non nocque, perchè dal remo si scampa, e si torna alla vendetta. Tra perdonare e opprimere il nemico, meglio è il perdono, però come perniciosissimo rigetta il partito che non opprime affatto, nè affatto perdona il nemico.
Non cade qui in acconcio narrare i molteplici casi e pieni o di grandezza o di furore, anzi di bestialità, che avvennero in cotesta guerra; nella vita di Sampiero Ornano troveranno luogo opportuno; ora basti avvertire come i Côrsi mentre agognano francarsi da un padrone antico e domestico ce ne chiamano altri quattro nuovi, e forestieri i più, francesi, turchi, spagnuoli e toscani, e dopo avere gustato le dolcezze di tutti, dai Francesi, perpetui sommovitori di ribellioni in casa altrui e in casa propria, dai Francesi che spedirono da Parigi al Sampiero in Corsica la bandiera col motto ricamato a lettere di oro: — pugna pro Patria — furono restituiti accaprettati in virtù della pace di Castello Cambrese nelle mani della offesa padrona; però profondo si educarono in cuore gli antichi Côrsi l'odio contro lo straniero, e contro chiunque parteggiasse per lui: anch'oggi, cessate le cause dell'odio, gli amano poco: la passione nel cuore umano, come la navicella sul lago, sebbene taccia la forza che prima la mise in moto, quella dura, e questa corre più lungo e funesto, che non si penserebbe o vorrebbe.
Andrea si levò di Corsica, dopo averla distrutta tutta e riconquistata in parte. La lasciava, cruccioso di avere, in obbedienza agli ordini dello Imperatore, a trasportare duemila Spagnuoli a Napoli, i quali Cosimo duca di Firenze, prima chiese a Carlo per guardare le sue coste dai Turchi e dai Francesi, e gli ottenne, ma ammonito dal cardinale di Seguenza, che pericoli pari correvano i suoi stati della Italia meridionale, glieli disdisse. A crescergli l'ira si aggiunse questo, che veleggiando egli verso Calvi, quei delle Pievi circostanti alla torre di Spano mandarongli a dire, che se avesse messo in terra un polso di gente ci sarebbe stato verso d'impadronirsi della torre, imperciocchè il paese vicino assai si professasse devoto alla Repubblica, ed anco si era aperto un trattato con taluno del presidio della Torre per esservi messi dentro a mano salva. Andrea abboccò l'amo, e s'indusse a sbarcare un seicento fanti, ai quali ordinava s'inoltrassero nel cuore del paese, scansassero gl'incontri, e cauti e coperti procedessero verso la torre; ciò male gl'incolse, imperciocchè Giordano Orsino, che gli attendeva alla posta con duegento Côrsi disperati, piombò loro addosso sgominandoli a un tratto mentre non potevano avvisare Andrea dello agguato, nè questi soccorrerli. Le Pievi circostanti si levarono pur troppo, ma per cercare a morte i traditi, che presi dal terrore, gittate le armi, non fuggono, volano alla spiaggia; la quale cosa contemplando il Doria, o per la stizza che lo pigliasse o perchè in altra guisa non potesse soccorrere fulminando il mucchio degl'inseguiti e dei persecutori, giunse a ricovrare solo duegento dei suoi su le galee, e conci così che mettevano pietà a vederli. Però è da credersi che da tutte queste contrarietà inasprita la sua natura, abbastanza immansueta, lo trasportasse oltre i suoi stessi confini, allorchè, costeggiando le spiagge sanesi, udito che Cosimo duca di Firenze aveva preso Ottobuono Fiesco, con focose istanze lo supplicò che a lui lo consegnasse: fu già detto in altra parte di questa storia, che dopo chiuso dentro un sacco lo fece senza misericordia mazzerare, e per giudicio degli uomini prudenti cotesto caso è tale da deturpare nome anco più illustre di quello che di Andrea Doria non sia.
Esponemmo già con modo sicuramente più figurato che a stile storico non convenga, come Andrea si facesse quasi per forza erede degli anni del suo figliuolo Giannettino per empirne la lacuna tra il suo nepote e sè, ma aggiuntando la sua alla vita di Giovannandrea per continuare la fortuna dei Doria, ebbe a patire il danno della sua troppa vecchiezza e della troppa gioventù di lui. Di fatti conducendo il giovane nipote in Corsica dodici galee con più spavalderia che prudenza, investì con una nell'Elba, e vi perse anime e beni; proseguendo poi notte tempo con gran vento, invece di entrare in Portovecchio sopra la costa orientale della Corsica, dà a traverso con nove galee dentro una calanca, dov'essendosegli sdrucite ebbe a patire inestimabile danno di uomini e di cose. Se Andrea percosso da così duri e spessi colpi di fortuna esclamasse come Carlo di Angiò: — Sire Dio, deh! fa che il mio calare sia a piccoli passi — ignoro; ma certo deve avere sentito che il braccio di Dio gli diventava grave sul capo; però dopo tanti infortunii un conforto gli venne, e fu carezza della fortuna, la quale, per tribolarci meglio, ci accende e ci agghiaccia con perpetua vicenda di speranza e di paura: il nipote Giovannandrea, sul finire del medesimo anno 1556 andando con otto galee in Sicilia, incontrò sette fuste turche, e si pose immantinente a combatterle: certo non fu grande sforzo cotesto, cinque ne prese, gliene fuggirono due, tuttavia il cuore del vecchio si sollevò nel presagio di cose maggiori.
CAPITOLO XI.
Misera condizione di salute dello Imperatore Carlo V. — Prognostici della sua morte vicina. — Minacce di un frate e fantasimi della sua mente agitata. — Renunzia a Filippo i suoi stati, meno lo impero; sua diceria in cotesta occasione solenne. — Differenza tra la renunzia di Carlo V e quella del Washington: magnanimità delle cause che mossero quest'ultimo. — Lettera dello Imperatore al principe Doria; gli raccomanda il figliuolo. — Andrea manda in dono a Carlo V una carta marina. — Incertezza storica: affermano che Carlo, prima di partire per la Spagna, renunziasse lo impero al fratello e non è vero: — affermano che risegnasse gli altri stati a Filippo il 16 gennaio 1556, e non è vero; che chiuso in San Giusto si staccasse affatto dalle cose mondane, e non è vero; che il figlio gli facesse stentare il danaro pel suo sostentamento, e non è vero; che celebrasse l'esequie a sè vivo, e non è certo; che non potendo accordare due orologi insieme irridesse la sua presunzione di volere che tutti i suoi sudditi pensassero ad un modo su le cose di religione, e non è certo: certo il pentimento di non avere ammazzato Lutero contro la fede del salvocondotto, e certo avere posto la sua ultima benedizione al figliuolo a patto che sterminasse gli eretici, e proteggesse la Inquisizione. — Si accenna alla guerra di Roma contro Paolo IV, e a quella di Francia. — Andrea raccomanda a Filippo II non sottoscriva la pace di Castello Cambrese, se i Francesi non si obbligano a restituire la Corsica; e si tenga San Quintino in pegno dello adempimento del patto, ed è esaudito: — grave di 92 anni si ritira dal comando, e Filippo accetta per suo luogotenente Giovannandrea figliuolo di Giannettino. — Andrea i senili ozii svaga ornando la chiesa gentilizia di San Matteo. — Il granmaestro di Malta propone la guerra contro ai Turchi di Barberia, lo seconda il Duca di Medinaceli vicerè di Sicilia, e il re Filippo accoglie la proposta: diligenze e provvedimenti suoi. — Il duca di Medinaceli è creato capitano della impresa; Andrea Doria approva la impresa purchè si faccia presto; il Re lo mette a capo di tutta la flotta; solerzia sua, e del nipote Giovannandrea: ostacoli per la parte del Vicerè di Napoli, e per quella del vicerè di Milano. Giovannandrea prega il Mendozza ammiraglio di rimanere con le galee di Spagna, ma non lo può svolgere. — A Genova prima mancano i soldati alle navi, poi le navi ai soldati; raccolti gli uni e gli altri mancano le paghe: ammottinamento sedato; disastri sul principio del viaggio: la nave Spinola rompe sul lito con perdita di uomini e di robe. — Quanta fosse l'armata, e quanto l'esercito. — Ospitale militare in questa guerra ordinato come non lo fu mai prima di ora; e ci prepongono un vescovo. — Munizioni di pessima qualità e ne danno colpa ai Genovesi. — Armata raccolta nel porto di Siracusa tenta uscire ed è respinta; naufragio di una galea del Doria; va a Malta, poi ne parte e torna indietro a rimorchiare le navi; ribellioni su le navi, e fatti gravi che ne avvengono. L'armata giunta alle Gerbe preda navi mercantili; come le prede spartiscansi, ma non osservati gli ordini si fa un raffa arraffa: non si attenta assalire due galeotte turche su le quali andavano i doni del Dragutte a Solimano, ed Uccialy a sollecitare lo invio dell'armata turca. — I Mori della isola, che ai cristiani alla larga si professavano amici, vicini gli avversano; così per fare acqua bisogna andarci con lo esercito ordinato: — altre galee sopraggiunte dopo, volendo fare acqua con manco riguardo, ne rilevano una dolorosa sconfitta. — Il mare e il vento procellosi respingono l'armata da Tripoli; — moría fra i soldati e le ciurme; dopo molte consulte l'armata dal Secco del Palo torna alle Gerbe. — Battaglia aperta coi Mori, e subito dopo gli accordi, i quali così increscono agli Spagnuoli, che taluno per rovello si ammazza. — Si dà mano alla fabbrica del forte; e ordine che vi si tiene; si provvede a fornire di acqua le cisterne, ma per l'avarizia dei mercanti non si fa frutto. — Granmaestro di Malta avvertito della prossima venuta della flotta turca richiama i suoi legni dalle Gerbe; ma vergognando poi ne rimanda taluni. — Mentre il Duca attende a sollecitare il compimento del forte, accade tumulto tra Mori e Spagnuoli, con morte e ferite di una parte e dell'altra; si riconciliano; cerimonie e patti della dedizione dell'isola al re Filippo. Si sollecita lo imbarco ma è troppo tardi. — Avvisi spaventosi da Malta. — Giovannandrea intima la Consulta sopra la sua galea; il Duca prima di lasciare la terra impegna la sua fede ai rimasti, tornerebbe a pigliarli. — Tra il Duca e Giovannandrea corrono parole acerbe; proposti da questo parecchi partiti non vengono accettati. — Ordini funesti; disdette continue; Scipione Doria, commesso a speculare la notte, per paura non si allarga, sicchè al far del giorno la flotta turca prima che vista casca addosso ai Cristiani. — Soldati e marinai cercano scampo col buttarsi in mare, ma i Barbareschi mutata fede arrivati al lido gli ammazzano; il re del Carvan, e lo infante di Tunisi mandano avvisi al Duca si guardi dal Xeco. — Rotta dell'armata. — Giovannandrea investe con la sua galea in terra; per un momento se ne impadroniscono i forzati, poi casca in potestà dei Turchi. — Perdita di galee e di navi. — Molte galee si salvano per virtù dei commendatore Maldonato: — parole egregie di questo valentuomo. — Morte di Flaminio dell'Anguillara. — Virtù del suo buon paggio innominato. — Al duca di Medinaceli vanno tutte le cose alla rovescia. — La notizia dello infortunio arriva ad Andrea Doria; sue terribili ansietà. — Giovannandrea si salva in terra; adunati a consulta i rimasti propone partiti estremi; il Duca si piega a dargli retta. — Si decide passare durante la notte su di una fregata la flotta nemica; ma in molti sorge veementissima l'agonia di seguirli; nobiltà di animo di Don Alvaro Sandè, che sceglie restare co' compagni. I nostri su nove fregate tentano una notte il passaggio, e non riescono; sono più avventurati la seconda volta e riparano a Malta. — Considerazioni di Alfonso Ulloa scrittore della monografia di questa impresa. — Stato di Andrea Doria: arriva un corriero, vuole leggere da se le lettere e non gli riesce: saputo lo scampo del nipote si leva maravigliosamente in piedi, e ringrazia Dio. — Cade sfinito; si acconcia dell'anima; consigli che manda a Giovannandrea; sue ultime parole; ordina essere trasportato alla sepoltura senza pompa. — Funerali magnifici decretati dalla Repubblica. — Sue qualità fisiche e morali: costume di vita. — Ultime considerazioni.