Quando l'ammiraglio di Sciatillon, oratore di Enrico II a Carlo V, gli presentò le sue lettere di credenza, questi, versando dagli occhi fuori alcuna stilla di amaro pianto, ebbe a dirgli: — Messere ammiraglio, deh! vogliatemi in cortesia aprire coteste lettere, imperciocchè, mirate, queste mie mani le quali pure, tante e tanto grandi cose hanno impreso e compito, non conservano balía per rompere un suggello; ecco il frutto che ho ricavato dai lunghi travagli per acquistare fama di glorioso e di potente Imperatore! — E più volte fu udito con pari ambascia esclamare: — Ah! La fortuna come donna vaga s'innamora dei giovani. — La quale sentenza viene ad altri eziandio attribuita, massime al magno Trivulzio, allorchè Francesco di Francia lo rimproverava di non aver vinto. Certo con mani a stato così misero ridotte, volente o no, male si potevano reggere in tempi ordinarii imperi sì vasti, così vari, ed in sè stessi divisi; e tuttavia egli non gli lasciò volenteroso, anzi non depose mai intera la regia potestà, come noi chiariremo in breve, onde non sembra, che il Bryon potesse dirittamente mettere lo esempio di lui a contrasto di Napoleone, cui fu strappata a forza la male conseguita potenza, che gli faceva sfolgorare i pensieri a modo di fulmini.

Anco Andrea Vesalio medico ipocratico, e secondo il costume che correva a quei tempi, astrologo di temuta dottrina, gli aveva prognosticato il termine della vita prossima, e quasi tutti questi spaventi fossero pochi, eccoti un predicatore andargli ogni dì a tempestare negli orecchi: — Vicini pendergli sul capo l'ora della morte e il giudizio di Dio, al quale avrebbe dovuto rendere conto di due maniere sangue; sangue versato su tanti campi per sete di ambizione, e sangue risparmiato dai roghi e dalle mannaie in pro' della santissima religione. — Anco per un'anima sana dentro corpo sano ce ne sarebbe stato d'avanzo; pensiamo se con uomo infermo di malattie proprie, e delle eredate dalla madre! sicchè fantasimi strani e paurosi gli angosciavano non pure i sonni, ma lui sveglio sconvolgevano la mente, e di tratto in tratto gli pareva udire distinta la voce materna che per nome l'appellasse, per la quale cosa egli, ad un punto intenerito e spaurito, rispondeva: — Signora madre, vengo. — Statuiva pertanto risegnare lo scettro, e poichè per la invitta repugnanza del fratello Ferdinando, ch'eletto re dei Romani non volle consentire che egli lo deponesse nelle mani del figliuolo intero, l'ebbe a spezzare, cedendo a Ferdinando lo impero, e al figliuolo gli altri dominii della monarchia spagnuola.

Il dì venticinque ottobre millecinquecentocinquantacinque, nella grande sala del palazzo regio di Brusselle, Carlo V, di cinquantasei anni nato, sorreggendosi con la mano destra ad un bastone, e con la manca appoggiato alla spalla di Guglielmo d'Orange, giovanissimo allora, e sortito dai cieli a diventare più tardi il flagello della casa di Austria, circondandolo i congiunti più prossimi, i cavalieri del Tosone di oro, i grandi ufficiali della Corona, i consiglieri, e i principali baroni così di Germania come di Fiandra, di Spagna e d'Italia, parlò di sè parole umili ad un punto e superbe, ma più superbe, onde le prime o non parvero sincere, o parvero strappate dal senso prepotente dei mali, conchiudendo: — La crudele infermità, la quale avevalo percosso, torgli ogni forza per durare alla fatica del regno, e già da molto tempo lui essere deciso a renunziarlo, e lo avria fatto, se non contribuivano a dissuaderlo, da una parte, lo stato infelice della madre sua, dall'altra la giovanile inesperienza del figliuolo: remossi ormai da qualche tempo questi ostacoli, non avanzargli scusa presso gli uomini nè verso Dio, per tenere tale ufficio a cui di ora in ora diventava più inetto; e confessati liberamente errori e colpe li buttava tutti su le spalle della sua ignoranza, come se la sua ignoranza fosse stata qualità distinta da lui, domandando di tutto perdono agli offesi, però che egli non lo avesse fatto proprio a posta; di ristorare però i danni patiti non accennava nè anco per ombra; per ultimo voltatosi a Filippo soggiungeva: «Se i vasti dominii, che oggi nelle vostre mani commetto, voi aveste raccolto per via di eredità, voi pure avreste a professarvene profondamente grato, quanto dunque non ha da crescere l'obbligo vostro venendovi, me sempre vivo, e per dono? Tuttavolta, per quanto a me paia grande il debito vostro, io lo giudicherò saldato, solo che pigliate a cuore il bene dei sudditi vostri. Regnate dunque in guisa da meritarvi la benevolenza loro; come avete incominciato, proseguite; temete Dio, siate giusto, osservate la legge, anteponete a tutto la religione, e possa l'Onnipotente gratificarvi di un figliuolo, al quale voi, quando vi sentirete sazio di giorni e dalle fatiche stanco, confidiate il regno col medesimo animo col quale adesso io vi commetto il mio.» Qui il figlio piegò il ginocchio dinanzi a lui, il padre lo benedisse, piansero essi, e con loro gli astanti; forse erano sinceri, imperciocchè vi abbiano corde dentro di noi, le quali, quantunque alterate dalle ree passioni, vibrino sempre; forse anco no, che il pianto e il riso ponno essere mossi da cause affatto materiali, e come lo sbadiglio e lo starnuto, proviamo contagiosi; i cortigiani poi, per ogni rappresentazione di corte tengono ammannite le sembianze diverse, anco le lacrime come sul teatro le scene. Washington nel deporre la presidenza chiedeva perdono delle colpe involontarie e degli errori, e di corpo sano e di mente, pieno di vita, tornava ai campi, perchè il troppo durare nel magistrato non educasse sè alla tirannide, altrui alla servitù; tutti ne rimasero commossi, ed anco adesso, leggendo le memorabili parole, a noi l'anima trema; gli Americani non pensarono a piangere, nè ci pensiamo noi, conciossiachè là dove lo esempio eccelso e l'ammirazione della virtù comprendano il nostro spirito, la pietà non entri a inumidirci il ciglio con le lacrime dovute alla miseria umana.

Carlo scrisse, nel diciasette gennaio millecinquecentocinquantacinque, lettere al Doria, con le quali, dopo avergli annunziato che la sua partenza per la Spagna non avrebbe luogo prima della primavera, a cagione della malattia che lo tartassava, e dei molti negozii, che doveva mettere in sesto, finiva così: «Quanto a quello mi dite, circa al desiderio di venirmi a trovare se la età e la salute nostre non si opponessero, prima della mia partenza, ciò mi tornerebbe lietissimo, sapendo la devozione vostra. Il piacere di conferire con voi mi riuscirebbe così grande, che se la malattia me lo concedesse, vorrei movermi io alla volta vostra. In difetto di che posso assicurarvi, che come io ho causa profonda di essere soddisfatto della devozione vostra, vigilanza e zelo co' quali vi adoperaste a servirmi, così vogliate continuarli a fare verso il Serenissimo mio figliuolo: per questo modo si conserverà in ambedue la memoria vivente di quello che meritate, e non cessate meritare da noi per tanti rispetti. Desidero, che il Nostro Signore vi colmi di felicità, e vi prolunghi la vita. Mi sarà di letizia ricevere di tratto in tratto le vostre nuove.»

Di vero e' sembra, che la corrispondenza di Andrea con Carlo, anco quando questi si fu ridotto a San Giusto, non rimanesse punto ricisa, dacchè gli scrittori, che molti e minuti ci ragguagliano degli ultimi giorni della vita di Carlo V, ci hanno tramandato la notizia che Andrea gli spedisse in dono un'ampissima carta marina, ottimamente disegnata, della quale lo Imperatore pigliava inestimabile diletto.

Al nostro argomento non fa più mestieri cotesto Imperatore e noi possiamo buttarlo da canto; tuttavia per mostrare al lettore quanta tribolazione incolga allo storiografo per bene chiarire i casi che racconta, basti esporre le varie opinioni che corrono intorno agli ultimi giorni di lui; dove non fosse altro, questo ci frutterà, speriamo, venia, se dopo avere messo ogni fatica per appurare un fatto, siamo costretti poi, nel riferirlo, ad usare forme dubitative assai più spesso che non vorremmo. Corre la opinione comune che lo Imperatore Carlo, innanzi di partire per la Spagna, renunziasse lo impero al fratello Ferdinando, e questo non è vero, avendolo al contrario ad istanza di lui ritenuto finchè non avesse disposto gli animi degli elettori e dei popoli a consentire il trapasso. Ancora, sembra certo, che il tempo del rito solenne della renunzia degli altri stati a Filippo fosse quello avvertito da noi, cioè il venticinque ottobre 1555, e quello della stipulazione dell'atto il sedici gennaio 1556, e tuttavia da parecchi si sostengono queste due date erronee: vi ha chi dice, che una volta ridottosi al suo romitorio di San Giusto tutto ei si chiudesse in Dio spogliandosi di ogni cura mondana, mentre al contrario si trova che di consigli continui sovvenisse al figliuolo, sollecito di consultarlo nelle faccende di grave momento, e dei minimi particolari del governo di lui egli desiderasse essere informato; sul quale proposito narrano come, al Corriero che gli recò la novella della giornata di San Quintino, domandasse: — Il Re è già entrato a Parigi? — E poichè quegli gli rispose di no, aborrendo leggere il dispaccio lo scaraventava sul fuoco. Inoltre affermano in obrobrio di Filippo II, come dai centomila ducati riserbatisi da Carlo per provvedere al proprio sostentamento, prima ne levasse i due terzi, e l'altro gli facesse stentare così, che spesso ebbe a patire penuria. Ora da carte autentiche si ricava come lo Imperatore da prima si assegnasse sedicimila ducati, i quali trovando poi scarsi se gli accrebbe fino a ventimila; ed è di più manifesto che, invece di cavare danari da Filippo, egli con premurosa sollecitudine gliene procurava, in ciò molto valendosi della Camera di commercio di Siviglia. Il Robertson ed altri, prima e dopo di lui, raccontano la strana avventura dell'esequie ch'ei fece celebrare a sè vivo, dello essersi steso dentro la bara nel mezzo della chiesa, e quinci avere risposto alle antifone dell'ufficio dei morti; e tuttavia non mancano scrittori, i quali negano alla recisa cotesto funerale spettacoloso. Per ultimo in tutto il mondo corre famoso l'aneddoto, che pigliando egli mirabile diletto nel fabbricare e tenere orologi, ogni dì al mezzogiorno gli rimetteva, e poichè conobbe nel rimetterli, che uno non accordava coll'altro, egli ebbe ad irridere la sua prosunzione di avere voluto che tutti i suoi sudditi, in fatto di fede, credessero ad un modo, mentre nel nove settembre, e così soli dodici giorni innanzi di morire, aggiunse un codicillo al suo testamento col quale supplicava il suo figliuolo, in virtù della obbedienza che gli doveva, di estirpare gli eretici senza rispetto alcuno, raccomandandogli come rimedio efficacissimo all'uopo la santa Inquisizione; a questo patto gl'impartiva la paterna benedizione, e gli prometteva l'aiuto divino; di una cosa sola pentendosi, e chiedendo perdono a Dio; ed era essersi lasciato scappare di mano Lutero, osservandogli la fede del salvocondotto[42]. Ma forse questi due fatti possono accordarsi insieme, che altro è l'uomo digiuno, ed altro sazio di cibo e di bevanda, e la mente nostra non alterata dai dolori del corpo accoglie volonterosa la luce della filosofia, mentre si abbuia nell'ombra della morte resa più fitta dall'avara crudeltà dei sacerdoti. Ad ogni modo la certezza storica hassi a reputare una arduissima cosa.

Occorrerebbe qui tenere discorso della guerra che imprese Filippo II contro la Chiesa di Roma, che morto Giulio III, retta per pochi giorni da Marcello II, cadde in potestà di Paolo IV, il quale fu cardinale Caraffa, o teatino, avendo con un Gaetano da Tiene fondato certo ordine di religiosi, che si appellò dei Teatini; ma poichè Andrea Doria non prese parte in cotesta guerra, eccettochè col mandare le sue galee nel regno di Napoli alla custodia delle coste, e per trasporto delle milizie o dei foderi dove ne appariva il bisogno, così me ne passo, che meglio forse ci cadrà in acconcio raccontarla altrove, come meglio altrove la guerra di Francia, e la celebre rotta di San Quintino, onde salì in tanta fama Emanuele Filiberto duca di Savoia. Quello che a noi preme riferire si è, che mentre si negoziava la pace del Castello Cambrese, Andrea Doria scrisse a Filippo II fervidissime istanze, supplicandolo a non accordarsi co' Francesi se questi prima non si obbligavano a restituire a Genova la isola di Corsica e mettere per patto, che non si sarebbe reso San Quintino finchè per loro la Corsica non si consegnasse. Non ci era pericolo che Andrea facesse a fidarsi troppo! Come il Doria volle, così fu fatto; seguíta la pace, Andrea, sentendosi grave di quasi novantadue anni, mandò in Ispagna il nipote Giovannandrea affinchè si profferisse al re Filippo come luogotenente dell'avo, e a farlo persuaso che lo avria servito con la medesima devozione di lui. Accolto con benigna fronte dal Re, venne assai agevolmente confermato nell'ufficio, che per tanti anni esercitò Andrea, e col medesimo grado di lui, non senza adoperarvi di quelle parole, che la interessosa cortesia dei re sa mettere in bocca loro, quando hanno bisogno.

Andrea, dopo che ebbe dato a tutte queste faccende ricapito, i senili ozii andava svagando coll'adornare la chiesa di San Matteo, dimora ultima della sua gente e di sè: oggimai egli si reputava ridotto in porto, dove procella di fortuna non lo potesse toccare, e s'ingannava, imperciocchè ella gli apparecchiasse un'altra batosta, ultima è vero, ma forse la più fiera ed affannosa di tutte.

Per la pace di Castello Cambrese essendo stata fatta abilità a Filippo II di reprimere, e se gli fosse riuscito, stiantare le barbare scorrerie con le quali i Turchi desolavano quotidianamente la Cristianità, Fra Giovanni Della Valletta, granmaestro dell'ordine Gerosolimitano, mise pratica con Don Giovanni Bellalerda, duca di Medinaceli e vicerè di Sicilia, per non lasciarsi fuggire di mano la prospera occasione, nel quale parere con grande animo correndo il Duca, aggiunse le sue alle lettere ortatorie inviate dal Granmaestro al re Filippo, affinchè fosse contento di pigliarsi il carico di cotesta impresa, tanto dalla Cristianità tutta desiderata; e nè anco a determinare il Re ci furono mestieri troppi conforti, imperciocchè per lunghissimo tratto il mare Mediterraneo bagnasse i suoi stati, e questi abbisognassero di continua difesa, onde i mercanti di ogni nazione gli stavano attorno con perpetua ressa, molto più ora, che avevano sentito trovarsi il Dragutte a Tripoli di Barberia con cinquecento o pochi più Turchi, e però facile opprimerlo; e gli Arabi del Re del Carvan, se non amici ai Cristiani, certo infelloniti contro Turchi in guisa, che con qualche carezza e qualche dono si sarebbero potuti ottenere efficaci aiutatori della impresa. Dalle quali cose mosso il re Filippo, mandava attorno lettere circolari ai governatori dei suoi stati, perchè le forze raccogliessero ed ordinassero; costituì il duca di Medinaceli capitano generale della impresa, e al Granmaestro di Malta concesse grande balía, commettendosi nella esperienza e prestanza sue; ordinò al governatore di Milano spedisse duemila uomini del Terzo di Lombardia in Sicilia, al vicerè di Napoli del pari provvedesse duemila Spagnuoli; a Don Sancio da Leiva si recasse a militare in Affrica, e con esso lui si partisse il pro capitano Don Alvaro di Sandè, il quale doveva essere capo degli Spagnuoli tratti da Milano. Andrea Doria, il quale consultato in tempo approvava la impresa, a patto però che postergate le lungaggini spagnuole, con solerte diligenza si conducesse, volle preposto all'armata intera, conferendogli eziandio facoltà di dare il suo parere su le mosse dello esercito, e Andrea, al consiglio aggiungendo lo esempio, inviò celerissimo lettere al nipote Giovannandrea, affinchè si mettesse senza indugio al servizio del Generale, e questo Giovannandrea fece, appena gli giunsero le lettere dell'avo a Messina; dove conferito il tenore di quelle col Duca, questi, per avvantaggiarsi di tempo, lo persuase a mettersi di mezzo sollecitatore di Don Giovanni Mendozza, ammiraglio delle galee di Spagna stanziate in quel torno a Napoli, affinchè anch'egli si riducesse a Messina, e sovvenisse la impresa; e Giovannandrea, a cui parve ottimo partito, ci si adoperò con tutti i nervi, ma invano, perocchè avendo l'ammiraglio ricevuti ordini pressantissimi di tornarsene in Ispagna per la parte del Re, a cui sembrava che le galee di Italia avessero a bastare, gli toccò a obbedire. Un altro ostacolo venne dal lato del governatore di Milano, il quale, per la morte a quei giorni accaduta di Enrico II re di Francia, temendo non si avessero ad arruffare le faccende, negò i duemila Spagnuoli, e solo s'indusse a consentirli più tardi quando fu chiaro che nonostante la morte del Re, la Francia repugnasse avventurarsi in nuova guerra. Intanto il Figuerroa, oratore di Spagna a Genova, per isgravarsi di spesa, licenziava le navi noleggiate a trasportare il Terzo degli Spagnuoli di Lombardia, dacchè il Governatore non riputava sicuro mandarli: quando poi gli mandò, mancarono le navi: onde e' fu mestieri alloggiarli per diverse terre della riviera. Alla fine altre navi si poterono avere, e allora mancarono le paghe, nè ci era verso, senza la moneta, d'indurre le milizie a salire in nave; di qui confusione e tafferuglio; al commissario Meruto, entrato pei mezzi a sedare la cosa, dettero di una labarda sul capo: poi ritta su una bandiera ripigliano insieme il cammino di Lombardia: erano potute andare innanzi forse una diecina di miglia, quando vennero raggiunte da Don Alvaro Sandè e da Lorenzo di Figuerroa, i quali con buone parole, e meglio col saldarle di presente di quattro paghe, e promettendo prossimo il pagamento del resto, le abbonirono, sicchè ricondottele a Genova, le imbarcarono. Bisogna però avvertire, che oltre i duemila Spagnuoli del Terzo di Lombardia, erano stati, per la diligenza di Don Alvaro Sandè, arrolate alcune bande di Germani e d'Italiani, che s'imbarcarono ultime sopra una grossa nave vocata Spinola, con funesti presagi, imperciocchè, appena uscita di porto, sbattuta dal temporale, dava di traverso in terra; parecchi, atterriti, si tuffarono in mare, e, per paura di morire, persero la vita, molte armi andarono a fondo nè si poterono più ripescare, le robe guastaronsi tutte, onde bisognò tornare a rifarsi da capo con gli allestimenti, e logorare un tempo prezioso a risarcire il naviglio.

Anche da Napoli mossero le difficoltà, imperciocchè essendo stato riferito (e non era vero) al Vicerè, come l'armata Turca stanziata alla Vallona facesse le viste di venir via, e le terre di Puglia fossero mal fornite di presidio, puntava i piedi perchè gli Spagnuoli non lasciassero Napoli, affermandoli necessari alla difesa del Regno. Così tra impedimenti infiniti, i quali ci chiariscono della stupenda imperfezione dell'ordinamento degli eserciti, quantunque corressero tempi famosi per guerre, e per battaglie memorabili nelle storie, la malavoglia degli uomini, l'emulazione e i dispetti, essendosi raccolte tardi le genti e le provviste, l'armata si trovò in punto a Messina sul finire dell'ottobre.