Fatta la generale rassegna furono contati quattordicimila uomini da combattere, e chiunque li vide ebbe a giudicarli fior di gente, e messa benissimo in ordine; quarantasette bandiere erano di Spagnuoli, trentacinque d'Italiani, e quattro di Tedeschi. L'armata sommò a centoventidue legni, ventotto navi grosse, due galeoni, dodici scorcapini e grippi, sette brigantini, e sedici fregate. Delle galee tredici spettavano al principe Andrea Doria: sette a Don Sancio da Leiva; a Scipion Doria cinque; dieci alla Sicilia, comprese due del marchese di Terranuova; al Giustiniano di Monaco due: due al Cigala; al Papa tre; quattro al duca di Firenze; alla Religione di Malta cinque, e più una galeotta; due al Bandinello Sauli; due al capitano generale duca di Medinaceli, e per ultimo una a Don Luigi Osoni, ed una a Federigo Staite.
Merita particolare attenzione uno istituto, nelle precedenti guerre negletto affatto, o mediocremente curato, e fu l'ospedale abbastanza copioso di cerusichi, di arnesi e di farmachi, e ci preposero il vescovo eletto di Maiorca, nobile ufficio, e veramente adattato a cui fa professione del sacerdozio. Le munizioni pareva avessero a bastare, perchè ammannite per trentamila uomini, e per la durata di quattro mesi; e nondimanco la gente ebbe a patire lo strazio della fame, e a cui si cibò incolse peggio, conciossiachè occorra scritto nell'Adriani, che essendo stato commesso il carico delle più importanti bisogne dello esercito ai ministri genovesi, «gente naturalmente avara e crudele, i quali oltre i molti danari, che si toglievano, avevano fatto buona parte di biscotto di sì cattiva materia, ed in tal modo mischiatolo, che in breve di ora si era muffato, e corrottosi convenne gittarne in mare una buona quantità.» E queste affermazioni io per me giudico maligne o intristite assai, però che il fodero fosse cavato per la più parte di Sicilia e di Napoli, come luoghi meglio copiosi di viveri, e pei trasporti destrissimi. Convenuta l'universa armata nel seno di Siracusa, si provò, come si narra, più volte a uscire dal porto, e sempre invano, respingendola indietro i tempi burrascosi e contrarii, per modo che una delle galee del Doria si perse anime e corpi; e fu danno doloroso, ma lo auspicio peggio; finalmente come piacque a Dio le galee, passato Capo Passero, di voga stanca arrivarono a Malta; con verun profitto però, che fu mestieri rimandarle in dietro parte per rimorchiare le navi, che andando a vela co' venti contrari non potevano fare cammino, e parte per rifornirsi di biscotto a Siracusa. Nè su le navi le faccende procederono di quieto. I Siciliani sul galeone del Cigala ammottinaronsi, e ucciso il sergente loro, rubarono le robe, le artiglierie inchiodarono, poi buttatisi nelle barche salvaronsi a terra; — però, non si trovando le barche capaci di contenerli tutti, ne lasciarono sul legno trenta con giuramento che, tosto scesi alla spiaggia, avrieno mandato indietro le barche a levarli, e non lo attennero; onde ai rimasti cascò il cuore, e i marinari, ripreso animo, saltarono addosso a quei trenta, che forse erano i meno rei, e pagarono, come succede, per tutti; tre impiccarono, gli altri misero al remo: lo stesso accadde in altra nave con migliore fortuna degli ammottinati; i quali pure erano Siciliani, imperciocchè dopo messo il capitano in camicia, e rubato il legno scamparono tutti; men peggio in una terza nave, dove i soldati vollero bensì che il capitano li conducesse in Calabria, ma posti a terra andaronsi con Dio, astenendosi da qualsivoglia altro peccato. Non era agevole cosa guidare gente siffatta a cotesti tempi, e mirabile a dirsi, non si poteva anco affermare cominciata la impresa, e rinnovata la rassegna a Malta dei quattordicimila soldati, che furono annoverati a Messina, ormai se ne rinvennero ottomila appena, essendo in parte fuggiti, e in parte morti.
Declinando il febbraio, le galee arrivarono alla Isola delle Gerbe, dove di colta sorpresero due navi turchesce, che venivano, di Alessandria, le quali postergato ogni pensiero di pubblica utilità, i nostri corsero a predare; la prima sorgeva alla bocca della Cantara dentro il Canale, dove, paurosi di dare in secco, peritavansi tutti ad inoltrarsi, eccetto Don Sancio di Leiva, che avendo a bordo pilota turco pratichissimo dei luoghi, lo condusse per un sentiero fondo; dell'altra, che aveva gittata l'áncora presso la Rocchetta, s'impadronì Scipione Doria. Costume, per generale consentimento dai marini osservato, era, che quale galea di armata prendesse legno nemico, su questo la propria bandiera inalzasse per fare intendere alle altre, che dovevano starsene lontane; dopo si spartiva la preda con questa ragione; al Capitano Generale assegnavansi due parti con una gioia per giunta; alla galea che era stata la prima a mettere la mano addosso al nemico, oltre la parte le si dà la mancia; ogni restante si divide a rate uguali fra tutte le galee della flotta: in questa occasione non furono osservati regola nè modo, chi araffò araffò, onde contese infinite, e talvolta sanguinose. Nel fondo del Canale, ormeggiato su le ancore, in prossimità del Ponte pel quale l'isola delle Gerbe si unisce con la terra ferma, stavano due galeotte turche, e queste il Capitano Generale ordinò pigliassero e ardessersi, ma Giovannandrea, che si giaceva infermo sopra la Capitana, non potendo adoperarsi con la persona, ne commise lo incarico altrui, e lo servirono tardi e male, intantochè i Turchi sbarcata l'artiglieria, e riparatala dietro certa trincea di terra ammannita in fretta, si posero in istato di difenderle in guisa, che i nostri giudicarono spediente lasciarli stare. Da ciò nacque danno inestimabile, e forse la ruina di tutta la impresa, perchè, non tenuto conto come in esse si trovassero danari, e gioie, i quali il Dragutte mandava in presente a Solimano, ed ai principali Bascià; non badando, che le conduceva quell'Uccialy, ora temuto corsale, e più tardi famoso ammiraglio, il quale o sarebbe caduto in potere dei Cristiani o lo avrieno potuto spengere, e' fu per esse, che a Costantinopoli si portò lo avviso del nuovo sforzo di Spagna contro la Barberia, e le accesissime istanze del Dragutte al Solimano, affinchè, con lo immediato invio della flotta nel Mediterraneo, le fortune turche pericolanti nell'Affrica sovvenisse.
I Mori dell'isola, che quando i nostri erano lontani si profferirono amici, adesso, vedendoseli in casa, si scopersero avversi, tantochè per fare acqua i nostri ebbero a mettere tutto l'esercito in terra ed ordinarlo come a giornata campale. Di fatti e' fu mestieri combattere tutto il giorno, e se male peggiore non incolse, se ne deve merito alla solerte prudenza del Duca. Poichè si furono partiti i nostri dalla isola per girsene al Secco del Palo, ecco sopraggiungervi altre otto galee rimaste indietro, le quali volendo pure fare acqua, e non temendo guai od avendoci manco riguardo, ne rilevarono una dolorosa sconfitta con oltre a duegento morti senza contare i prigioni e i feriti. Così, poichè con tanto travaglio si fu la nostra armata riunita al Secco del Palo, mentre sta per isferrare alla volta di Tripoli, il vento e il mare ridivengono tempestosi, non rimettendo lo impeto loro notte nè giorno, per modo che, arrivato ormai il mezzo del mese, nè facendo punto le viste di smettere, il Duca se ne stava di pessima voglia, molto più, che pei disegni della navigazione, il cibo pessimo e l'acqua poca e salmastrosa, vedeva raddoppiare le febbri, alle quali non sovvenendo riparo che approdasse, pigliavano indole affatto pestifera; e i molti morti che ogni dì si avevano a buttare in mare, come intristivano dei casi presenti, sgomentavano dei futuri.
Il Capitano Generale pertanto, siccome sempre accade quando le cose vanno per la peggio, intimò la Consulta dei capitani minori, a cui non potendo, a cagione d'infermità, Giovannandrea assistere, ci mandò in sua vece messere Plinio Tommacello bolognese, col consiglio del quale molto si governava; molti i pareri e diversi; conclusione veruna. Rinnovossi la Consulta il giorno di poi, e fu deliberato, se il tempo si mettesse al buono, si andasse a Tripoli, se no si stornasse alle Gerbe; ma poichè la stagione, invece di calmarsi, diventò sempre più rea, e le sventure, per essere state alcune navi cariche di vettovaglie respinte indietro, crebbero, e la Imperiale capitana delle navi ruppe con la perdita delle robe tutte e di non pochi marinari, fu preso partito di tornare alle Gerbe.
Qui gli aspettavano gli estremi infortunii, che i Mori, diventati alla scoperta nemici, intimarono ai nostri sgombrassero dalla isola, guastarono i pozzi, con infiniti tranelli insidiaronli; per ultimo ruppero a manifesta battaglia. Prevalse la virtù dei nostri, ma il danno parve troppo maggiore del benefizio, sicchè il Generale se ne stava tutto maninconoso, quando cominciarono a comparire alla lontana certi Mori, i quali, dopo avere piantate in terra talune banderuole, si dileguarono: curioso di sapere che cosa questi atti significassero, taluno si avventurò di andarne a pigliare, e presele ci trovarono scritto, che i Mori conosciuto l'errore commesso, avevano del tutto deliberato posare le armi, sariensi ridotti a devozione di Spagna, a cui promettevano tributo annuo, e intantochè si accordassero i patti, avrebbono dato ostaggi e messo presidio spagnuolo dentro il castello; non parve vera la offerta, e dopo qualche lustra per non parere, si accettò a braccia quadre. Era proprio provvidenza cotesta, e pure così l'avarizia acceca, che a parecchi febbricitanti nella cupidità della rapina, che ormai si facevano sicura, sembrò l'accordo tradimento espresso; anzi uno spagnuolo (e qui nota la matta fortuna, la quale mentre tanti uomini illustri per bontà e per dottrina precipita interi nell'oblio, di questo ribaldo ci conserva il nome) chiamato Ordenez ne venne in tanto furore, che non potendo far peggio, con le proprie mani si ammazzò. Le leggi allora mandavano alla forca chi rubava, costui per non potere rubare s'impiccò.
Venuto in podestà dei nostri il castello della Isola, il Duca, considerando la importanza di bene assicurare nella podestà del Re un luogo così atto alle difese come alle offese, deliberò rinforzarlo e accrescerlo: a questo scopo commise il disegno ad Antonio Conti, a cui in qualità di consultori aggiunse Don Sancio da Leiva, e Don Bernardo di Aldana; fatto ed approvato il disegno, si pensò a metterlo senza indugio in esecuzione, e per sollecitarlo meglio, venne quasi a istituirsi una gara fra le diverse nazioni del campo per costruire i lavori; gli Alemanni, dacchè si conobbe che dopo un po' di terra si saria trovato masso, presero ad aprire il fosso co' picconi, Don Alvaro di Sandè si accollò la cura di una cortina, dei quattro cavalieri uno tolsero a fare gli Italiani, uno il Capitano Generale, uno il Commendatore Guimerano di Malta, il quarto Giovannandrea, che, sempre infermo, prepose all'opera Quirico Spinola suo colonnello: il Capitano Duca come l'esterno del castello provvide di cavalieri, e di cortine, e di altre opere di arte, così corredava il di dentro con magazzini, quartieri e cisterne, dove raccomandava mettessero copia di fodero, ed acqua raccolta nell'isola, e in parte da raccattarsi dalle navi mercantili, che pei loro traffici capitavano nell'isola, se nonchè poco vantaggio se n'ebbe a cavare, a cagione, scrive lo autore della Monografia della Impresa di Tripoli[43] (donde in gran parte estraggo questi particolari), — dell'avarizia dei mercanti, i quali attendevano più a caricare lane et oglio et altre mercantie, che in mettere acqua dentro le cisterne. —
Intanto il Granmaestro di Malta, essendo stato in diligenza avvertito come a Costantinopoli si apparecchiasse la flotta per venire nel Mediterraneo ai danni della Cristianità, spedì lettere al Capitano Generale perchè fosse contento di dare licenza alle galee ed al galeone dell'Ordine, affinchè tornassero a custodire le faccende di casa; alle quali lettere il Duca non diede risposta; solo, mostrandole al Commendatore, disse per lui non istava se remanessero o partissero, e partirono, e poichè per la loro andata restava in asso il cavaliere commesso al Commendatore Guimerano, Don Pietro d'Urias si tolse il carico di compirlo per conto di lui. Tuttavia il Granmaestro, quando si vide comparire le galee e il galeone a casa, senza nè anco un motto per la parte del Duca, temendo che dal ritirarsi affatto da una impresa, la quale era stata principalmente promossa da lui, gliene avesse a venire biasimo grande, rimandò indietro tre galee col Commendatore Maldonato, affinchè stessero a posta del Capitano Generale.
Spesseggiando da ogni parte le nuove dello appressarsi dei Turchi, il Duca si dava dintorno a tutto uomo perchè il forte si conducesse a termine, con intenzione, compito ch'ei fosse, di prendere il giuramento dal signore del luogo, e ripararsi con la flotta in Sicilia; se non che le cose nostre in gran parte governa il fato, il quale sforza in virtù di contingenze che non si possono prevedere nè prevenire; di vero, a cagione di un aspro, che vale quanto presso noi un quattrino, un moro ed uno spagnuolo vennero a contesa, dato di piglio all'arme rimase morto lo spagnuolo, di qui andava a rumore tutta la terra, rubarono il Bazar, o vogliamo dire il mercato dei Mori, con uccisione di parecchi tra loro, e fu causa che lo imbarco si ritardasse: alla fine, blanditi gli animi, reso il mal tolto, e per soddisfazione scambievole lo Xeco (o Sciac, che si deva dire) della Isola, fatto giustiziare il moro, causa prima della rissa, e il Duca un soldato, che doveva morire per altre colpe, ma fu sparsa voce per omicidio dei Mori, si venne alla cerimonia del giuramento, la quale il Duca volle seguisse con molta solennità credendo forse che la pompa dei riti valesse a cementare più forte la fede degli Affricani; ma troppo maggiore legame ci vuole per tenersi stretta quella stirpe infedele. Lo Xeco giurò, stesa la destra sul Corano, poi se la pose al cuore, all'ultimo preso lo stendardo del Re cattolico, lo sollevò tre volte: i patti non furono imposti gravi, epperò si sperava gli avrebbero osservati; pagherebbero quei delle Gerbe, per ogni capo dell'anno, al re Filippo seimila scudi di oro, quattro struzzi, quattro gazzelle, quattro falconi, ed un cammello. Terminato il rito, sparsa la moneta di oro e di argento in copia al popolo, il Duca mandò un bando dintorno, perchè ogni uomo più presto che fosse possibile attendesse ad imbarcarsi; gli schifi alle navi niente altro trasportassero salvo che uomini.
Ma da un lato per non temersi il pericolo tanto vicino, e dall'altro l'avarizia tirando un velo su lo intelletto, si attese a trasportare mercanzie molte, uomini pochi; tuttavia, anco operando dirittamente, non eravamo più a tempo. Ai dieci di maggio, due ore prima che tramontasse il sole, arrivò a voga arrancata una sottile saettía, con lettere del Granmaestro di Malta al Duca Medinaceli, annunziatrice della partita dal Gozzo dell'armata Turchesca sei ore prima di lei in quel medesimo dì; ponesse cura a badarsi, imperciocchè col mezzo di fidatissime spie avesse saputo come il Piali bascià, ultimamente informato del numero delle galee cristiane che si trovavano intorno alle Gerbe, delle condizioni in cui si erano ridotte, non menochè dell'essere o con poco o con verun presidio a cagione della milizia rimasta in terra, aveva risoluto di ferire un gran colpo, e il cavaliere Capones apportatore del dispaccio aggiunse: che passando presso la galea reale, ne aveva porto avviso a Giovannandrea, il quale senza mettere tempo tra mezzo aveva bandito il Consiglio dei capitani sopra la galea stessa, e per lui mandava ferventemente a pregarlo ci si recasse difilato anch'egli. Al Duca parendo che lo indugio pigliasse vizio, stava per moversi, quando gli sembrò vedere, e vide certo contristarsi in volto i capitani che lo circondavano, e ciò pel dubbio ch'egli partito una volta non fosse per tornare indietro, per la quale cosa il Duca, che fu cortese non menochè altero gentiluomo, su la fede di cavaliere cristiano promise loro sarebbe tornato a torgli seco. Nella Consulta, come sempre nelle angustie succede, infiniti i consigli e procellosi, e discordi. Dicesi che in cotesta consulta Giovannandrea, quantunque giovane, senza barbazzale rampognasse il Duca averlo a voce ammonito più volte, che se la flotta turca, uscita da Costantinopoli con quaranta galee, avesse preso seco il navilio dei Corsali sparso per l'Egeo, e l'altro del Dragutte, potevano tenersi per giudicati, ed egli all'opposto averlo spedito con parte delle galee in Sicilia ora a rimorchiare le navi cariche di materiali per costruire il forte, ed ora a far provvista di fodero; e sebbene ci avesse adoperato persone pratiche e di molta autorità, non essere mai giunto ad ottenere credito presso di lui, uso a disprezzare i consigli dei giovani; che se gli anni facessero bontà, il miglior consigliere che uomo sapesse desiderare sarebbe di cerro, il quale quanto più invecchia meglio prova fa; questo poi rammemorargli adesso, non mica per causa di querimonia, bensì perchè in cotesto frangente gli desse retta; e quindi assai lo confortava a non tornare in terra, le milizie lasciate nell'isola potersi ottimamente difendere, massime sostenute dal forte; eglino, solo che sapessero resistere ai vulgari lamenti, tornerebbero in breve cresciuti di forze a più giusta battaglia, salvando ad un punto la impresa, e quei dessi che ora avrebbero dato loro fama di tradimento. Ma il Duca non la voleva intendere, come quello, che avendo impegnato la sua fede di andare a torre i Capitani alemanni, per cosa al mondo non pativa parere di fare a fanciullo; onde Giovannandrea rincalzava, che per ciò non istesse, però che egli sarebbe ito con due galee delle più sparvierate ad imbarcarli, mentre il Duca con la rimanente armata trattosi al largo o si sarebbe ridotto a golfo lanciato ai porti di Sicilia, ovvero gli avrebbe attesi fermo su i remi, finchè fosse comparsa o no la squadra nemica; ed anco a quel modo non ci era verso di farne restare capace il Duca, imperciocchè da quel fiore di cavalleria, e da quel pessimo capitano ch'ei fu, sosteneva che la fede data ai capitani era del pari impegnata ai soldati, e sofisticare con cavilli appartenere a Farisei non già a cavalieri; però stesse Giovannandrea contento di non si scostare con l'armata, e procurando avacciarsi ammannisse gli schifi per essere in punto la mattina su l'alba a pigliare la gente a bordo.