Giovannandrea, costretto ad obbedire, e confidando sempre di provvedere in tempo, ordinò alle navi senza indugio partissero; il che fecero, e con danno, che, quando la fortuna ti si volta contro, la sapienza diventa follia, ed i prudenti consigli mucchi di cenere; di fatto i pratichi delle fazioni marinaresche giudicano, che se si fosse trovato con la massa di trenta navi e di tre galeoni, armate com'erano di gente e di artiglierie dintorno a sè, avrebbe potuto forse vincere, e certo resistere all'urto dei nemici. Il Duca sudava acqua e sangue per istrigarsi, ma secondo il solito più annaspa e più arruffa: fino all'ultimo ebbe disdetta, conciossiachè essendosi indettato col commendatore Guimerano di andare con la galera di lui, salì nella fregata, quivi aspettandolo oltre lo spazio di un'ora, ma il Guimerano tra il buio e la confusione non trovando la fregata, si recò su di un'altra barca alla galea: intanto si mise giorno, e col giorno si scoperse precipitare di abbrivo la flotta turca; allora il Guimerano scorta la fregata del Duca, affacciatosi alla paratia della galea, con gran voce lo avvisava tornasse a terra, ruinare addosso il nemico. Di cosiffatta sorpresa assai ne accagionarono Scipione Doria, il quale, in cotesta notte, mandato fuori a speculare, si peritò di scostarsi troppo dal grosso della flotta, sicchè nè poteva scoprire nè avvisare in tempo, e i Turchi furono quasi al punto medesimo addosso a lui ed ai compagni suoi.
Qui incomincia una dolente storia; le galee di Scipione Doria prime a fuggire; non però salvaronsi, che anzi nella disonesta fuga malamente implicandosi si persero tutte. Dei soldati in parte imbarcati su le galee, vinti dal terrore, rimase veruno saldo, e gittatisi in mare cercarono salute alla spiaggia: senonchè i Mori delle Gerbe, col cessare della fortuna cessarono l'amicizia, anzi avendo ripreso il sopravvento su l'animo loro l'avarizia e l'odio, su quanti cristiani ponevano le mani addosso tanti ammazzavano e spogliavano; bene fu sollecito ad accorrere Don Alvaro Sandè con molti archibugieri, ma se potè mettere fine alla strage non ebbe del pari facoltà per impedire, che molta e luttuosa se ne menasse. Parve al Duca savio partito spedire in diligenza il Re del Carvan e lo infante di Tunisi a dolersi col Xeco della fede tradita, e con minacce orribili spaventarlo perchè raffrenasse i suoi, ma questi ebbero a ventura salvarsi dandosela a gambe, e per via di persona fidata mandarono avvisi al Duca si badasse dal Xeco, e lo tenesse come il suo più mortale nemico. Intanto i superstiti al naufragio, e alle scimitarre dei Turchi, nudi, intirizziti dal freddo, dallo spavento sbigottiti si raccoglievano dentro il forte, argomento al presidio non pure di pietà ma di terrore. L'armata correva correva senza governo in rotta, Giovannandrea, non si fidando nella galea reale per essere vecchia e grave, la spinse a investire sopra la spiaggia, poi si gittò dentro una barchetta; i forzati e gli schiavi, rotta la catena, s'impadronirono della galea, ma per poco: prima ordinarono a quattro galeotte delle nostre le si accostassero per buttarci dentro fuoco ed arderla, ma non si attentando farlo, cascò nelle mani ai Turchi. Sette sole galee per ventura si spinsero sotto il forte, ma così poco le ciurme si pensavano salve, che vivevano come se si sentissero il taglio della scimitarra sul collo. Il bascià Piali, tempestando sul mare, prese quella mattina diciannove galee, quattro del Doria, cinque di Napoli, due di Sicilia, una di Monaco, del marchese di Terranuova una, due del Papa, e due del Duca di Firenze chiamate l'Elbigina e la Toscana, una di Antonio Doria, ed una finalmente dei Mari; un'altra del marchese di Terranuova dette in secco sul lito, e i nostri ci appiccarono le fiamme perchè non cascasse in mano ai Turchi. Delle navi ne furono combattute in caccia e catturate venticinque.
Le altre galee, che si voltarono al mare, scamparono per la virtù del Commendatore Antonio Maldonato capo delle galee di Malta, il quale essendo conquiso dal suo pilota a ripararsi con le altre galee, passando per lo canale, sotto il forte rispose: «Questo io non farò, perchè, oltre allo essere codardo, parmi mal sicuro partito. Dio non ha mai permesso, che la nostra bandiera cascasse in mano ai Turchi, e confido nella sua bontà che non abbia voluto serbarmi in vita per contemplare un tanto infortunio: ad ogni modo, se pure è fisso che ci abbia a cascare, sta in noi valentuomini, che rimanga lunga e terribile presso i Turchi la memoria del fatto.» Onde le galee che lo seguivano, a lui accostandosi e obbedendolo e dietro al suo esempio governandosi, non senza molta fatica si ridussero in salvo.
Un altro caso avvenne, ma questo pieno di pietà, il quale come mi riuscì grato di raccogliere, così non mi sarà grave raccontare. Sopra la galea capitana del Papa governata da Flaminio dell'Anguillara, capitano eccellente e di molto giudizio nelle faccende navali, mentre la ciurma invasa dal fernetico tira con supremo sforzo il sartiame, rompe l'albero e l'antenna, i quali, cadendo con rovinoso fracasso, molti rematori e molti remi infransero; a questo modo la galea impedita nel corso sarebbe riuscito arduo salvare, e tuttavia, a renderne disperata la condizione, fortuna volle che, tagliate le funi all'antenna per lasciarla in balía del mare, ella venisse a invilupparsi nel timone, sicchè non si potendo più governare, in breve fu sopraggiunta e presa dai nemici, i quali saltativi su con le coltella in mano, la più parte misero in pezzi, e fra i primi il misero Flaminio che, di colto ferito nella testa e nel collo, rimase orribilmente calpestato; pochi serbarono in vita, e di questi si rammenta Galeazzo Farnese nobile giovanetto, che prode fu, ma non operò atti eroici, mentre la storia più che altri non crede, e a lei stessa non paia, piaggiatrice, lascia innominato un paggio dell'Anguillara, da lui con singolare benevolenza proseguito; visto egli pertanto il suo diletto signore estinto, e sentendosi minacciato da uno schiavo, che tra feroce e bestiale esclamava essere pur venuto il tempo, che ridottolo in poter suo lo avrebbe straziato a suo libito: «ciò a Dio non piaccia, rispose il paggio, che io venga in potestà di sì vile uomo, e poichè il mio signore se n'è andato, io volentieri nella morte lo seguito;» poi gittatosi capo volto nel mare vi rimase annegato.
Difficilmente occorre nelle storie capitano da paragonarsi nella sventura al duca di Medinaceli, dacchè nè sapienza, nè diligenza gli valsero, tutto doveva tornargli in capo funesto, perfino la pietà, perfino la fede. Strana ventura di taluni uomini, cui una Nemesi avversa pose negli occhi la morte, il guasto nelle dita. Contemplando egli dall'alto del castello lo strazio dei suoi, poichè impedirlo non poteva, gli venne voglia, se pure avesse potuto, di cavarne alcuna vendetta: al quale scopo ordinò, che caricata una mezza colubrina si tirasse sopra le più prossime galee del nemico, messoci fuoco, il pezzo schiantò con tanta violenza, che le schegge ammazzarono dieci persone, fra le quali tre famigliari del Duca, quanto a lui e' la scattò di un pelo, che un frammento più grosso gli portasse via netto la testa.
La nuova della sconfitta dolorosa giunse con la celerità delle triste novelle, e venne a percotere Andrea, mentre un filo sottilissimo di vita lo attaccava appena alle cose del mondo. Un mal fato pareva gli avesse tenuto così a lungo gli occhi aperti per vedere la mina dei suoi ingenerosi disegni: dubitò Giovannandrea caduto in potestà dei Turchi: forse gli corse un brivido per le ossa, temendo di sorte più funesta: tuttavolta anco ridotto in ischiavitù, egli era come perduto, dacchè Solimano costumasse dinegare il riscatto di persone di alto conto, e ormai in casa non gli avanzava altro fiato da Pagano in fuori, giovanetto incapace a schermirsi dalle insidie dei nemici, e ahimè! pur troppo dalla non meno acerba cupidità degli amici; e poi la potenza, interrotta nel quotidiano esercizio, tracolla; ventura sarebbe stata, e grande, se renunziata ogni speranza di augumento, la casa sua così com'era restasse. Quali pensieri, forse rimorsi, lo ingombrassero, a noi non è dato conoscere. Certo ogni fondamento degli umani concetti vacilla quaggiù, che tutte le cose nostre hanno lor morte siccome noi, ma lo individuo proviamo troppo più caduco della famiglia e della città; però l'uomo deve soltanto augurarsi di fabbricare eterno, o almanco durevole per quanto viene concesso alle sue facoltà, edificando per la Patria e per la Umanità. Lo spasimo supremo di Andrea durò tre giorni.
Per buona fortuna Giovannandrea non era perito nè caduto nelle mani ai Turchi: dopo essersi salvo su la barchetta a terra, si strinse a parlamento col Duca, don Alvaro Sandè, e il Commendatore Guimerano. Il Vicerè ondeggiava tra il senso dei patiti infortuni e la superbia spagnuola, la quale gli aveva persuaso di ributtare i consigli di Giovannandrea non poco a lui dispari di grado, moltissimo di anni; tuttavia adesso, comecchè riluttante, ci si piegava. Giovannandrea pertanto disse, che al punto in cui essi si trovavano condotti, prudenza suprema era non averne alcuna, doversi commettere in balía del caso per tentare di uscire ad ogni modo di costà, e questo avere divisato di fare col buttarsi dentro una sottile saettía, e cacciarsi in mezzo ai nemici; non gli opponessero essere cotesto arrisicato partito; saperselo egli primo; però non disperato, ed una via di salute lasciarla, mentre restando lì chiusi, ed ogni giorno stremando, tornava lo stesso che darsi per morti. Dove la fortuna secondasse il disegno di condurli incolumi traverso l'armata turca, si saria dato d'intorno a raccogliere le galee salvate, armarne due di suo rimaste a Malta, avvertire del successo l'avo Andrea, perchè non istesse più in pensiero, e quante galee erangli rimaste a Genova gli spedisse; parergli spediente, che il Duca si studiasse di fare altrettanto in Sicilia, senza turbarsi dello accaduto, perchè ogni diritto ha sempre il suo rovescio, e viceversa: così l'audacia rimette in bilico la bilancia se pencola: dunque la migliore delle consulte adesso stare in questo, che, tronco ogni consultarsi, si gittasse il dado: o asso o sei. Don Alvaro Sandè, riputatissimo uomo di guerra, pigliando a parlare dopo Giovannandrea, disse con parole succinte, che il giovane principe aveva ragione da vendere, per la quale cosa, buttati lì i ciondolii, si attese ad ammannire la fregata e i rematori di maggiore lena.
Appena si sparse la fama di cosiffatta deliberazione, ecco una frotta di uomini, non mica dei vulgari, bensì cavalieri di alto lignaggio e di bella fama acquistatasi nella milizia, accalcarsi intorno al Duca, smaniando per volere essere con lui: ci adoperavano umili preci, ma così focose e smanianti, che bene si conosceva se respinte sariensi mutate in minacce; solo stava in disparte don Alvaro senza far motto, e quando il Vicerè gli ebbe domandato se anch'egli si volesse partire, il valentuomo rispose queste nobilissime parole: «anzi, se così piace alla Eccellenza vostra qui rimarrommi in servizio di Dio e del Re, e per non separarmi dai compagni, i quali in questa come in altre imprese con tanta fede mi hanno seguitato: fo voto a Dio, che mi parrebbe atto da marrano non già da cavaliere lasciarli soli, senza guida in mezzo a pericoli così manifesti: comuni avemmo sul cominciare della guerra le speranze, comuni dobbiamo avere i rischi nel terminarla; pari fortuna ci salvi, o pari fortuna ci spenga: però voi, mio signore, pensate, che dalla salute vostra molto dipende che ci possiamo salvare anco noi.»
Queste parole, in altra occasione pronunziate, arieno senza fallo avuta virtù di avvampare la faccia dei cavalieri spagnuoli, per costume spavaldi piuttostochè alteri, ma in quel punto paura vinceva vergogna, che l'uomo va decoroso per varia maniera di coraggi, nè quegli che più si mostra avventato nelle zuffe, possiede maggior copia di cuore, e molto in costui col raffreddarsi del sangue svapora l'animo.
L'effetto di questi tramestii fu, che invece di allestire una fregata se n'ebbe ad apprestare nove, e quando nella notte si mise il buio fitto si avventurarono alla rischiosa navigazione: procedevano cauti scansando dalla lontana qualunque oggetto desse loro ombra, così dopo lungo avvolgersi speculando dintorno, e poi riunendosi per avanzare di conserva vennero a perdere gran parte della notte, per la quale cosa Giovannandrea, misurando prossima l'alba, ordinava stornassero, e, come a Dio piacque, afferrarono il lido due ore innanzi al dì: non per questo egli si mostrava rimesso nell'animo: al contrario pieno di speranze lietissime, perchè nel primo tentativo non gli si fosse parato dinanzi ostacolo di sorte alcuna. La sera seguente nella medesima ora del giorno prima tornarono ad imbarcarsi, e provando adesso la fortuna benigna poterono, senza incontrare cosa molesta, ridursi a salvamento in Malta. Lo scrittore della Monografia di questa sventurata impresa conchiude il capitolo diciottesimo della sua narrativa con le seguenti considerazioni, le quali non potendo io rinvenire più accomodate all'uopo, nè sapendo con migliori parole significare, riporterò quasi a capello: «qui si possono considerare quanto sieno instabili le cose della fortuna, vedendo poco innanzi due Generali, uno di esercito di terra, l'altro di un'armata di mare, essersi partiti dalla cristianità con tante pompe, e poi essere giunti nel paese nemico, aver posto di colta tanto terrore, che Re, e capi di provincie, et genti vennero, et altri mandarono loro ambasciatori a sottomettersi a loro nome. Et adesso in una piccola barchetta essere forzati a fuggirsene in pericolo di annegarsi nel mare, et in pericolo di essere presi e fatti schiavi, non solo dall'armata turchesca, che ivi era, ma da ogni piccolo corsaro, ch'essi avessero incontrato per cammino.»