Mentre Andrea Doria a Genova, aggomitolato dentro un seggiolone a bracciuoli, col capo chino sul petto, e gli occhi chiusi, pativa la crudele battaglia, che gli toglieva le forze estreme della vita, nè per altro sembrava vivo, che per un rado sollevarsi del seno, ed un respirare a lunghi tratti affannoso, ecco fulminare dalla lontana un corriero, che al portamento, e agli atti si accenna annunziatore di liete novelle: i servi non attesero altro e si cacciano su difilati per le scale, gli precorre un Antonio Piscina familiarissimo di Andrea, il quale gli si accosta in punta di piedi, e toccandolo lieve lieve sopra la spalla, gli susurra nell'orecchio: «un corriero...» Andrea sollevato il capo spalanca gli occhi e domanda: «che nuove?» E il Piscina «per la Dio grazia, buone.» Intanto sopraggiunto il corriero mette le lettere in mano ad Andrea, da per sè egli le volle leggere, ma non gli bastando la vista, le prese il Piscina, che in fretta gliene disse il contenuto: allora gli astanti, attoniti per la maraviglia, mirarono Andrea levarsi in piedi senza aiuto di persona, e udironlo, che alzate le mani al cielo esclamava: «O Dio! O Dio! gran mercè!»
Poi ricadde sfinito. Il ventidue di novembre, non si trovando balía da sorgere da letto, si volle acconciare delle cose, che si dicono dell'anima: verso la mezzanotte del giorno ventiquattro, che fu domenica, chiamato a sè dappresso il Piscina, gli mormorò con piccola voce: «sentirsi venire manco, ed ormai non nutrire fiducia di rivedere il nipote come avrebbe pur troppo desiderato, però egli da parte sua come novissimo avvertimento tanto gli raccomandasse: non si partisse mai dal servizio di sua maestà cattolica: avesse a cuore la Patria, ed in qualunque tempo con ogni sua possa la servisse: il piccolo tosone di oro gli ponesse accanto nella sepoltura, il grande poi riportasse in Ispagna, così parendogli ben fatto.» Dopo queste parole tacque, e di minuto in minuto venendo meno proprio come lampada cui l'olio manca, si spense il lunedì venticinque novembre 1560 di novantatrè anni, undici mesi e venticinque giorni.
Leggo nel Sigonio, come Andrea udisse quotidianamente la messa, e recitasse l'ufficio della Madonna, e i sette salmi penitenziali; ed altresì leggo nel medesimo scrittore, come le parole ultime bisbigliate da lui fossero: «super aspidem et basiliscum ambulabis et conculcabis leonem et draconem.» Quelle desse, che papa Alessandro III si dice che pronunziasse mettendo il piè sul collo a Federigo Barbarossa. Se così fu, ipocrite erano le pratiche religiose, perchè persuase dalla volontà, mentre l'anima presso a morte, ormai in balía di sè stessa, mulinava concetti di superbia o feroci.
Il commendatore Figuerroa oratore di Spagna presso la Repubblica di Genova, e Adamo Centurione, fecero aprire il testamento per sapere in che modo gli avessero ad ordinare l'esequie, e trovarono sua volontà essere, che di notte in san Matteo lo trasportassero, e senza pompa lo seppellissero, e così eseguirono. Dopo tornato Giovannandrea a Genova, la Signoria, con pubblico decreto, gli statuì funerali magnifici, dei quali, se te ne piglia vaghezza, troverai la descrizione negli storici dei tempi.
Costume di cui dettava vite fin qui, fu di mettere in fondo la notizia delle qualità dell'uomo così fisiche come spirituali, e i detti o arguti sentenziosi dei personaggi argomento delle loro scritture. Di Andrea Doria, nel corso della presente storia, ne riportammo parecchi, cosicchè noi ci possiamo passare di questo carico, senza tema di venirne appuntati. Delle sue sembianze meglio delle parole assai ragguaglierà la immagine, che, diligentemente incisa, verrà posta, mi giova crederlo, a principio del libro; pure ricordo che fu alto, complesso e forte di membra, di carne piuttosto scarso, e nello andare degli anni più segaligno che mai: faccia ebbe pensosa, e mesta, e forse anco un po' sinistra: aggrondate le sopracciglia, la bocca stretta, i labbri sottili: favellava rado; le più volte breve, e se talora il suo modo di ragionare più largo, nondimanco usciva sempre stringato, senza troppo, come senza vano: della sua pretesa dottrina parlammo di già; fu vago di arti a mo' di tutti i principi vissuti in quei tempi, ma non in guisa da reggere il paragone co' Medici, co' D'Este, nè co' Farnesi: prodezza ebbe molta, ma più che prodezza callidità, e s'intende, solo che tu pensi, com'egli, facendo la guerra, ci mettesse galee di suo: però vuolsi confessare che, dopo la tarda deliberazione, si mostrò sempre nello eseguire prontissimo e audacissimo. Della sua sobrietà fanno testimonianza i novantaquattro anni di vita vissuti senza quasi malattia, virtù anco adesso tanto più notabile, quantochè i beneficati dalla fortuna reputino lo stravizio quasi privilegio della loro condizione, a quei tempi poi rarissimo e con esizio della propria salute posero esempio d'intemperanza, oltre a Carlo V, il figliuol suo Filippo II, a cui il sangue s'infracidò per maniera che morì di ftiriasi, male pedicolare, e, per dirla più alla casalinga, i pidocchi se lo mangiarono vivo; don Pietro da Toledo, quel desso che presumeva piantare a Napoli la inquisizione di Spagna, venuto a Firenze in corte del duca Cosimo suo genero, vi morì per indigestione di beccafichi, e lo stesso Emanuele Filiberto, mangiando a macco, e bevendo vini fumosi di Spagna, di tanto inaspriva la malattia di fegato ereditaria nella famiglia di Savoia, che cessava di vivere a cinquantadue anni. Della pertinacia sua non parlo, però che sia dote antica dei liguri; insomma gli arnesi per diventare personaggio supremo, e liberatore della Patria, anzi redentore della Italia, egli possedè tutti; gli mancò il concetto: scuse alla mancanza forse gli sono, piuttosto gli possono essere, la gioventù logorata nel servizio dei Principi, la mala opinione che nelle Corti si acquista degli uomini e della umanità, la cura mordace non meno che vulgare dello stato suo se non povero, assai prossimo alla povertà, in che nacque: e quel doversi sempre appoggiare su gli altri per sostenersi o per crescere. Quando poteva fare da sè, egli, come si dice, aveva messo il tetto, che nel ventotto contava ormai sessantadue anni, e nel ventinove, compiendo il suo palazzo in Fassuolo, si confessava (facendolo incidere nella fasciatura marmorea, che tuttavia si vede traverso la facciata di quello) dalle fatiche affranto: forse e senza forse questo non era vero; vero piuttosto questo altro, che nè anco allora era padrone di sè, e gli bisognava andare a' versi fuori di casa con Carlo V, e in casa con la Signoria, e i Nobili potenti quanto lui, se non più di lui.
A Genova basti che Andrea Doria fu tale uomo, di cui ogni città potrebbe meritamente gloriarsi, siccome andarne altero qualunque lignaggio, ma non si dica Padre della Patria, nè restauratore della Libertà: questa laude divina è dovuta a pochi, per lo più infelici nei magnanimi conati; i quali pagarono l'alto ardimento con la vita, e, dolore troppo più acerbo! con la lunga infamia dal secolo servile imprecata alla loro memoria. Carità pertanto non che giustizia vogliono, che questo lauro con religioso zelo si educhi unicamente sopra la tomba di quelli. Ospite grato a Genova, non penso demeritare di lei, togliendo, giusta la mia estimativa, quello che ad Andrea Doria non si deve, e largamente consentendogli il dovuto. Troppo oggi i Liguri intendono libertà che sia, e sanno insegnare altrui com'essa consista principalmente, dentro, nello esercizio dei diritti civili comuni a tutti i cittadini, e fuori, nella potenza della Italia unita sotto un governo solo senza pure ombra di miscuglio di signoria straniera, perchè piglino in mala parte il niego che faccio di liberatore della Patria ad Andrea Doria, che Genova mise in mano all'aristocrazia, e nè manco a tutta, e la rese, se non serva, vassalla di Austria e di Spagna, per sovvenirle, pagato, a mantenere in servitù popoli e stati così italiani come fuori d'Italia. Toccarono ad Andrea i premi della vita, dovizie, gaudio del comando, sorriso dei padroni, piaggerie di servi, vendette su i nemici; giusto è che non usurpi agl'infelici più magnanimi di lui i premii della morte.
FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.
NOTE:
[1.] Il Sagro fu un pezzo di artiglieria da campo; gittava da otto a dodici libbre di palla; chiamavasi ancora quarto di cannone, e il nome, siccome alla più parte delle artiglierie di allora, gli veniva da un uccello di rapina.
[2.] Brantôme, Vie d'André Doria: — «Jeannetin Doria qui de son temps feut le plus diligent capitaine de mer que on eust sceu voir.» —