[3.] Ho reputato spediente sopprimere le citazioni della più parte degli scrittori e delle carte donde ricavo i fatti per tessere questa storia; ma, venendo ora la lode della virtù del Doria da persona certo non ligia nè dipendente, mi sembra bene riportarla.
Alfonso Ulloa nella Storia di Carlo V e de' suoi tempi così racconta: — Nel che si vide chiaro il valore e la fede di quel principe, il quale havrebbe potuto salvare tutti i suoi legni, senza perderne pure uno; anzi, se bene vide la fortuna, non volle mai che le sue galee si movessero da cotesta spiaggia, acciocchè lo Imperatore non fosse abbandonato in terra e così commise a Giannettino Doria, che per niente non si movesse da quel luogo, sebben sapesse perirvi con tutte le galee, ma che stesse saldo mentrechè lo Imperatore era in terra; epperò gli toccò quel gran danno, essendosi potuto rimediare, andando alla volta di Busia come fecero molti. — Venezia, 1606, p. 117 retro.
[4.] Siccome io scrivo pel popolo, così mi sembra fare opera meritoria strappare di dosso ai superbi l'ammanto di gloria di cui i viventi codardi, e la storia mentitrice anch'essa gli hanno coperti per mostrarli nella loro meschina nudità. Già altrove notai come questo magno imperatore tremasse alla vista di un topo; ed anco ho detto come lo agguindolasse l'astrologo Cornelio Agrippa; ora udiamo della sua ghiottornia: — Nel mangiare ha S. Maestà sempre eccesso.... la mattina svegliata ella pigliava una scodella di cappone pesto col latte, zucchero e speziarie, poi tornava a riposare. A mezzogiorno desinava molte varietà di vivande, et poco presso vespero merendava, et all'hora di notte se ne andava alla cena mangiando cose tutte da generare humori grossi et viscosi. — Badovaro, Notizie delli Stati e Corti di Carlo V imperatore et del re cattolico ms.; e altrove: — disse una volta al maggiordomo Monfalconetto con sdegno, che aveva corrotto il giudizio con dare ordine a' cuochi perchè tutti i cibi erano insipidi, dal quale le fu risposto: — Non so come dovere trovare più modi da compiacere alla Maestà vostra, se io non fo prova di farle una nuova vivanda di potaggio di rilogi (minestra di orologi), il che la mosse a quel maggiore et più lungo riso che mai sia stato veduto in lei. — Badovaro, loc. cit. — Ho detto eziandio che l'abuso della cioccolata, rara cosa a quei tempi per guisa che la chiamassero teobroma o bevanda degli Dei, valse non poco ad affrettare la demenza malinconica che lo sorprese negli ultimi anni della sua vita, ingenita in lui per gli umori di sua madre Giovanna la matta. — Invano il cardinale Loaysa, con onorevole franchezza, assai lo riprendeva in confessione di questa sua ghiottoneria, affermandogli che gioverebbe troppo più alla salute dell'anima astenendosi da questo peccato, che col darsi la disciplina. Miseranda cosa era vedere come Carlo, in onta a questo maligno appetito, ottenesse agevolmente la dispensa di digiunare; e non si sforzasse di risparmiare più alle sue spalle castigando da vantaggio lo stomaco; innocenti quelle; questo peccatore. Avido di alici, di pasticci di ranocchi e di anguille, ne mangiava a sazietà sotto gli occhi del medico. — Così il Prescott nella vita di Filippo II al cap. Ultimi giorni di Carlo V. Emularono i Borboni questa gloria di casa di Austria e la superarono. Luigi XIV teneva cibi da divorare in ogni stanza del suo palazzo, ed eziandio nelle camere da letto delle sue regie baldracche: il suo en cas non differiva dalla colazione di Carlo V, dacchè dopo cena ei si facesse apparecchiare una ciotola di brodo ristretto, un cappone, ed una boccia di vino accanto il letto, caso mai nella notte lo pigliasse un po' di languore.
[5.] Si fa testimonianza eziandio di un terzo assalto; qui fu, che venne in fama Segurana, donna del popolo, per le sue mirabili prove di valore; era di età matura; 37 anni ella contava, forte di corpo, ma brutta, sicchè l'appellavano donna maufacia; ciò non vieta che poeti e pittori la possano anzi la devano abbellire. Ella di mano propria presa una insegna francese la piantò a ritroso su le mura; tanto fece una donna italiana, e appena si rammenta: trecento diciassette anni dopo un conte piemontese, Cammillo Cavour, di mano propria piantava sopra le medesime mura pel suo verso la medesima insegna; e lo invidiavano tutti: e questo si chiamò rigenerare l'Italia. Ahi Dio! Il Monfort non capitolò, bensì si chiuse nel castello col Simeoni scansando armi, munizioni, e perfino le campane dalla città.
[6.] Egli si trovava nel 1535 a Tunisi, e fu tra i principali a impadronirsi del Castello, e a ributtarne il Barbarossa; onde rimase agevolata la vittoria dello Imperatore.
[7.] Di qui si conosce quanto sia falsa l'accusa che mette innanzi il Brantôme quando afferma che il Barbarossa non volle assalire Andrea quando con quattro galee andò a traverso su la spiaggia di Villafranca, nonostante le supplicazioni del Polino, allegando non si potere a cagione dello scilocco contrario, e ciò per rendergli la pariglia per avergli Andrea fatto spalla alla Prevesa.
[8.] Questo afferma unico il Sigonio nella vita di Andrea, ed aggiunge che ne accattò dagli amici genovesi.
[9.] Cariatidi sono le figure, che si pongono sotto gli architravi; di queste narra Vitruvio come Caria città dei Peloponneso per essersi collegata co' barbari contro i Greci, questi per vendetta la espugnassero, e trucidati gli uomini menarono le donne in servitù. Gli architetti del tempo per eternarne la infamia posero le immagini delle medesime nei pubblici edifizii a sostenere architravi o simili in atteggiamento di cui si tribola sotto un peso soverchio.
[10.] Gli scrittori parziali al Doria, per attribuire alla congiura di Gianluigi cause prave, lo assicurano povero. Lo Scarabelli dice aver letto nello archivio mediceo una lettera di B. Buoninsegni del 16 Giugno 1547 donde resulta, che la casa Fiesca non godesse di rendita annua oltre agli ottomila scudi di oro: le sono fandonie; ebbe dominio su trentatrè castella, e la madre massaia, vissuta durante la minorità dei figliuoli a Montobbio, con gli avanzi fatti pagò i debiti creati dal marito per menare larga vita, tra gli altri quello di dodicimila scudi d'oro pagati al duca Francesco Maria Sforza per la investitura di Pontremoli.
[11.] Lettere stampate dal signore A. Olivieri bibliotecario della Università di Genova in appendice alla congiura di Gianluigi Fiesco dettata da Lorenzo Cappelloni; la quale insomma è frammento della vita scritta dal medesimo autore di Andrea Doria: le si hanno meritamente in molto pregio, e più l'avrebbero se fossero ridotte a buona lezione. Questo il tratto a cui si allude. Lettera di Raffaello Sacco al magnifico messere Pierfrancesco Robio Grimaldo del 9 luglio 1547, 3 giorni prima il supplizio del conte Girolamo, del Verrina, e del Cangialancia: — ho inteso che Verrina vuol persuadere, ch'io sia stato l'autore del disordine seguito, e non lui, parendogli che per la comune inclinazione si ha contro i Savonesi gli sarà facile, giusto che vede esser morto Vincenzo Calcagno qual poteva ben chiarire la verità, e che io sono assente. — E qui si offre mostrare la innocenza sua, e la colpa del Verrina.