«Una botte di vin sia data al Tasso,

«E mangi e beva e dorma e vada a spasso.»

E bene stà: i poeti di corte non hanno a fare altro, e ringrazino Dio se non li mettono in gabbia a cantare. Anco in Inghilterra il salario del poeta di corte fu ed è una botte di malvagìa all'anno.

[17]. Nella relazione di questo caso mandata dall'oratore Veneto residente a Roma al senato si legge: «Furono i rei diecisette, dei quali quindici abiurati, restando condannati, chi serrati in perpetuo fra due muri, chi in prigion perpetua, chi in galea perpetua o per tempo, ed alcuni appresso in certa somma di danari per la fabbrica che si ha da far....»

[18]. Il Laderchio annalista papalino desidera che il Tuano referendo la condanna del Carnesecchi avesse dichiarato s'ei fu arso vivo o morto, e poi afferma come la Chiesa non abbia mai condannato persona a perire vivo fra le fiamme; però egli stesso nel volume seguente XXIII, pag. 200, emenda l'error suo su questo particolare. Il buon Cantù, che tante cose sa, questa finge ignorare, e ciò a profitto di quella scellerata curia di cui si costituiva campione: nec tali auxilio, nec defensoribus istis tempus eget.

[19]. In certa oda ad Petrum Carnesecchum del Flaminio soppressa per cautela del Mancurti occorrono questi versi:

Non loci tamen ulla temporisve

Intervalla, tuos mihi lepores,

Non mors ipsa adiment. Manebo tecum,

Tecum semper ero tibique semper