— È strano! esclamava Maurizio, affissando al suolo lo sguardo con leggiero inarcamento di ciglia, e in sembiante di gran concentrazione mentale. È strano, ma è pur tal cosa da rafforzare i nostri sospetti. La malvagità umana scava profondamente nelle tenebre le sue male opere, e cova i più neri disegni. Da quanto voi mi dite, mistress Horms, e da quanto io mi accingo a dirvi, avremo forse da poggiare solidamente le nostre congetture, e potremo forse arrivare a discoprire un attentato dei più infernali. Indarno il perverso annoda le sue fila nel buio e nel mistero; la Giustizia, che veglia dall’alto a punire le colpe, fa lampeggiare alcuni fatti particolari che menano in sul cammino del vero. Quel che mi avete accennato, o Lucia, sulla prima visita del Lennois in questo albergo mi ha aperta la mente... Ascoltatemi bene.
Maurizio trasse la sua poltrona più dappresso al sofà, su cui eran sedute le due dame, e si chinò verso di loro, quasi per far velo del suo corpo alle sue parole, a fin di non esser udito dal crocchio di donne e di fanciulli poco discosto. La curiosità e la brama di scoprire qualche cosa che avesse potuto salvare Eduardo si leggeano sulle belle sembianze di Lucia e di Emma.
Marietta era su i carboni ardenti; non sapea che contegno prendere; bruciavala una voglia grandissima di andare a sentire quel che si diceva da Maurizio; era distratta, alienata, di pessimo umore; e, se non fosse stata trattenuta dal pensiero di dispiacere alla sorella, avrebbe piantato lì le vicine di albergo, i fratelli e la noiosa conversazione, e sarebbe andata a sedersi in terzo sul sofà che l’attirava. Ella dava gli occhi alle dame presso cui era seduta, e gli orecchi spingeva, appuntava dalla banda del sofà, per carpire almeno un brano di quei parlari, che le importavano molto più di tutte le frivolezze le quali formavano il subbietto dei discorsi del crocchio in cui si trovava.
— Quando io fui incaricato, diceva Maurizio, dal mio signore il Conte di Sierra Blonda a pormi sulle tracce del suo figliuol naturale Federico Lennois, cominciai, come dovete supporre, le mie visite dal sito ove questi era nato in povera culla: trassi però a Auteuil, fornito di tutte quelle indicazioni, datemi dal Conte, e che doveano servirmi a ritrovare il giovinetto. Quando io giunsi ad Auteuil, la madre di Federico non vi era più, nè si sapea di lei altro, tranne che la era sparita da quel circondario, dopo la morte della vecchia sua madre che l’avea maledetta. Nulla si sapea del giovinetto Lennois, e, per quante ricerche avessi fatte, non mi era riuscito di conoscere, se non che da vari anni egli era fuggito una notte dal tetto materno, menando seco un sacchetto di denaro che apparteneva alla madre. Questi indizi erano un niente per farmi rinvenire le orme del figliuolo del Conte; però pensai di fare una visita al Castello d’Orbeil, sapendo che la Zenaide era stata la nutrice del bambino Augusto d’Orbeil, figlio del Visconte. La famiglia d’Orbeil era a Parigi, perocchè essa non dimorava a Auteuil che nel tempo della bella stagione; ed allora eravamo nel mese di marzo. Ciò nondimeno la mia gita al castello non fu infruttuosa; dappoichè dalla gente ivi rimasta seppi che il monello Federico Lennois, fratello di latte del signorino Augusto d’Orbeil, era stato arrestato a Parigi come ladro e menato in una prigione di quella città. Ciò era quanto mi bisognava: non posi tempo in mezzo: animato dal piacere di compiere la mia dilicata incombenza, e di rendere più lieve il peso dei rimorsi al mio signore, volai di botto a Parigi, trassi a tutte le prigioni, dimandai di Federico Lennois, e, dopo non pochi stenti e indagini, giunsi a sapere che il nominato Lennois era fuggito dalla prigione dopo alquanti mesi, mercè un abile travestimento, e mercè l’aiuto di un suo compagno di carcere, cui si era accresciuta la durata della pena per una simile cooperazione ad isventare il castigo della giustizia.
Mi venne un pensiero; chiesi di parlare a questo delinquente; gittai dell’oro e tosto fui introdotto nella specie di tomba ove giacea questo sciagurato a nome Paolo Dumourier. È incredibile l’ostinazione che costui pose per molto tempo nel non voler rispondermi: le più larghe promesse e le offerte più generose non valevano a fargli rompere un silenzio che distruggea tutte le mie speranze di riuscita. Benchè da molti anni il Lennois fosse fuggito da quella prigione, quell’uomo straordinario, temendo forse non saprei quali pericoli pel giovinetto da lui salvato, si tenea chiuso nella sua taciturnità; sicchè io disperava di piegarlo giammai al mio volere. Quel giorno e molti altri appresso io spesi in visite infruttuose al Dumourier; il quale, per altro, sebbene ostinato a tacersi su quanto concernevasi al Lennois, parea non mi guardasse più col sospetto di prima e collo stesso grugno. Credetti necessario rivelargli la mia incumbenza, tacendo sempre il nome del Baronetto. Sembrò non dubitare di quanto io diceva; mi diresse varie interrogazioni, come per iscandagliare l’animo mio; mi affissava sempre con certi occhi che pareano volessero iscavare nel fondo della mia coscienza; e, alla fine, un bel giorno, mi ebbi il piacere di sentir da lui raccontata filo per filo la storia della fuga del giovinetto. Allora egli non credè dover porre più limite alla sua confidenza, e, stimandomi uomo sincero e leale, mi disse che Federico Lennois avea tolto in appresso il nome di Ferdinando Ducastel; aver saputo, da una lettera di lui, essere egli in Italia al servigio di un nobile Inglese. Questi ragguagli erano più che bastanti per darmi nelle mani il filo del laberinto; e col fatto, mercè di essi, io pervenni a ritrovare in Roma il figlio del Conte nell’artista Ferdinando Ducastel, che oggi ha ripiena la Francia col suo nome. Ma quello che ora serve grandemente a noi, sono le confidenze che il giovinetto Lennois facea nella carcere a Paolo Dumourier, e che questi mi comunicava fedelmente, ispirato forse da Dio, il quale sa così bene far servire le azioni e le parole degli uomini al compimento dei suoi imprescrutabili disegni. Il Dumourier mi disse adunque che Federico Lennois gli avea rivelata la storia de’ suoi primi anni passati a Auteuil, delle sue sofferenze fanciullesche, de’ tormenti fattigli patire da una madre snaturata, e della guerra dichiarata tra lui, Augusto d’Orbeil e Giustino Victor.
A questo nome Lucia mise un piccol grido di sorpresa: i suoi occhi scintillarono; il cuore le batteva con estrema violenza. Maurizio parea sempre concentrato nelle sue reminiscenze. Emma sembrava prendere viva premura al discorso del marito, ed aveva appoggiato il suo braccio al collo della diletta amica.
— Sì, me ne ricordo perfettamente; questi erano i nomi pronunziati da Paolo Dumourier; i nomi de’ due nemici del fanciullo Lennois. Uditemi, uditemi attentamente. Giustino Victor ammazzava un giorno per mera libidine di odio verso il Lennois, il costui cane, sola creatura che erasi mostrata con visceri umane verso quel misero fanciullo. Giustino Victor ammazzava quella cara bestia nel momento in cui Federico, ligato ad un albero, non potea sottrarlo a que’ barbari colpi. Il Lennois, siccome egli stesso confessò a Dumourier, vergava sulla tomba del suo cane un terribile giuramento di vendetta contro Giustino Victor.
Il volto di Lucia era divenuto ardente brace; il piacere di poter salvare l’amato consorte e smascherare l’iniqua trama del Lennois, le davano sussulti di gioia irrefrenabile.
— Basta, basta, esclamava ella, or tutto è chiaro; ben lo diceva il mio cuore no, non m’inganno: Federico Lennois è il reo: le sue parole, le sue occhiate, tutto conferma quello che ora voi avete palesato. E voi, Maurizio, voi siete sempre il mio salvatore, l’amico che la Provvidenza mi ha dato a conforto di tutte le mie sciagure. Io lo diceva alla sorella: Scriveremo a Maurizio Barkley, ed egli salverà Eduardo, salverà noi scoprirà il colpevole autore della lettera anonima diretta a mio marito. Sì, io lo diceva che voi Maurizio, giungete sempre in tempo nelle grandi sventure; non è vero, Marietta?
A questo nome la giovinetta balzò dal sito ove era, e, contentissima di essere interpellata e tolta alla noia di una conversazione che la teneva su gli spinai, volò presso la sorella maggiore, e si sedè al fianco di Emma.