Giungeva intanto il tempo in cui Parigi, zeppa di forestieri e dei suoi più prelibati abitanti di ritorno dalla villeggiatura, sembra più che in ogni altra stagione dell’anno, compresa dal delirio del divertimento. Dal dì delle strenne a quello delle Ceneri è una continuazione di balli, di concerti, di mattinate musicali, di veglie; di mascherate, di feste pubbliche e private, di berlingamenti d’ogni maniera. Tutte le più serie faccende si differiscono a quaresima.
Gli uomini più gravi per età, per senno e per cariche si mettono nel carro dei piaceri e si lasciano strascinare con faciltà e con garbo; la contradanza invade il regno della politica e dei negozi. Insomma, in fatto di divertimenti, Parigi non si fa pregar due volte.
Carnevale aveva annunziata la sua ricomparsa. Le petites maitresses, le grisettes e le lorettes si accingevano a far valere il loro impero. L’Opéra, la Renaissance, Mabil, Renelagh, Musard, Grignon, Deffieux, Sévres, ed altri cento luoghi pubblici aprivano le loro sale alla matta allegria.
In questo tempo dell’anno Parigi non conta poveri; tutti hanno da spendere per divertirsi; il piacere mette a contribuzione volontaria il milione di abitanti di questa capitale. Nel carnevale, Parigi non si dà tanto pensiero di dettare le solite sue leggi a tutta Europa su le giubbe e sulle cuffie; essa ne lascia la cura ai direttori di giornali di mode, e non s’incarica neanche di far valere la sua supremazia... in materia di pasticci.
Lo sciampagna, di cui la Francia va superba e con ragione (perciocchè è una delle pochissime cose di cui può andar superba) inonda le mense dei ricchi e non isdegna di mostrarsi in su quelle de’ modesti borghesi. Carcerato a piccole frazioni, in milioni di bottiglie, esso rompe i suoi ferrei ceppi, manda ai palchi delle stanze i suoi turaccioli, e caccia fremendo la bianca sua spuma che vien raccolta con delizia dalle labbra delle galanti parigine.
I balli pubblici si aprono alla brillante gioventù francese, che vi accorre in isvariate fogge di travestimenti da maschere, a capo dei quali signoreggia quello prediletto di tutte le prostitute di Parigi, il débardeur[6].
Non sì tosto il clarinetto o il violoncello fanno udire le prime battute delle quadriglie carnovalesche al Vauxball e al Prado, il débardeur si abbandona con frenesia alle tante mattezze che lo han renduto sì celebre. La passione della danza è personificata da questo tipo della maschera francese.
Tutti gli stabilimenti pubblici, dove si balla sotto l’ispezione di un sergente di città, sono ingombri da tutti quei che non passano i trent’anni. Due franchi non mancano a nessun parigino di venti anni. A Parigi, un uomo che ha venti anni e una buona salute trova sempre i mezzi di divertirsi; anzi la sua giocondità cresce a ragione inversa del suo denaro. Possedere venti anni a Parigi è lo stesso che possedere ventimila franchi di rendita: gli è vero che i primi, al contrario di ogni altra proprietà, perdono di valore accrescendosi; ma nel momento in cui si posseggono, la felicità non è men positiva e inebbriante di quella che deriva per alcuni dal possedimento di grandi ricchezze.
Nel carnevale, i teatri di Parigi sono assiepati di gente a segno che si vendono a carissimi prezzi i posti nelle quinte; sicchè veggonsi gli uomini della più alta sfera respirare la stessa aria che respirano le cantanti, i mimi, le ballerine e le ratus[7].
Sono più di centoquarantasette anni dacchè a Parigi si balla pubblicamente; e ogni anno si è accresciuto il numero dei ballanti e de’ luoghi dove si balla. Nell’anno 1830, a cui siam giunti colla nostra narrazione, Parigi contava all’incirca duecento sale da ballo dove si poteva essere ammesso, pagando.