Il giorno 2 febbraio 1716, per la prima volta il pubblico parigino fu invitato al ballo dell’Opéra. Da quel giorno in poi Parigi ha ballato ogni anno senza interruzione e ogni maniera di danza, da’ passi di grazia a quelli di forza, dalla campestre contradanza[8] allo sfrenato cancan.
La gran sala dell’Opéra era affollatissima oltre l’usato nella sera della penultima domenica di carnevale di quell’anno 1830. Le fulgidissime lumiere gittavano torrenti di luce sulla folla che si agitava nel turbine del piacere.
Era questo il ballo della buona società parigina: banchieri, agenti di cambio, ricchi proprietarii, leoni e leonesse, tigri, colombe e sorci[9] pullulavano in quella sala assordata dai melodiosi concerti dell’orchestra.
Non istaremo a descrivere la magnificenza, lo splendore ed il brio di questo ballo pubblico: quelli dei nostri lettori che non sono stati a Parigi in uno di questi incomparabili veglioni non se ne possono giammai formare un’immagine corrispondente alla realtà. Diremo soltanto che colui il quale venisse improvvisamente gittato nel mezzo di una di queste sale nell’ora più allegra e rumorosa, crederebbe certamente di essere il gioco di un sogno ingannatore; imperciocchè tutto ciò che l’umana fantasia può crearsi di più seducente è tradotto alla lettera e realizzato. I racconti delle fate, le maraviglie delle novelle orientali, i delirii di un voluttuoso, le immagini che si affacciano al cervello di un uomo assopito dall’atchic turco, non potrebbero dare un’idea del gran ballo in maschera dell’Opéra a Parigi.
I Francesi ballano con grazia, con disinvoltura; e questo è incontrastabile, ed in questo noi riconosciamo reverenti ed umili la loro superiorità. Ma il più gran poeta epico è italiano, Dante; il primo scultore e architetto in tutto il mondo è italiano, Michelangelo; il più gran ristauratore delle scienze naturali è italiano, Galileo; il più profondo politico de’ mezzi tempi è italiano, Macchiavelli; il primo che abbia rischiarato colla filosofia la storia, è italiano, Vico; quegli che scoprì un nuovo mondo è italiano, Colombo. Ma a qual paese appartiene chi insegnò pel primo all’Europa il vero modo di valsare?
In su la mezzanotte una gran folla verso l’uscio maggiore della sala attestava l’entrare di qualche personaggio ragguardevole. In fatti, l’uomo che da alcuni mesi era sulle labbra di tutt’i Parigini, il già celebre artista Ferdinando Ducastel, era stato incontanente riconosciuto sotto un ricchissimo travestimento orientale. Una schiera di amici e di curiosi lo aveano circondato; un susurro accompagnava i suoi passi attraverso la sala: egli era l’ammirazione degli uomini e il sospiro delle donne.
Ducastel non lasciò verun divertimento che gli offriva l’allegra serata. Circondato, corteggiato, festeggiato, ei nuotava nella felicità e se ne saziava con una specie di avidità, quasi per vendicarsi della nimica sorte che lo avea ricolmo di sventure nella sua prima giovinezza.
Tra le maschere che attorniavano il Ducastel notavasi un dèbardeur di una insolenza incredibile: questi facea sempre tutti gli sforzi possibili e usava benanche di una certa violenza per istar sempre al fianco dell’artista: urtava, premea, tirava gli altri pel braccio; faceva insomma cose da matto per non perdere il suo posto allato al Ducastel: era tollerato, perchè sotto al suo mascherino si vedeva una bocca sì cara ed un mento così pallido e gentile, da non poter appartenere se non ad una leggiadra donnina: e due occhi, neri come le tenebre, lampeggiavano da’ due fori del mascherino.
Ferdinando Ducastel non poteva a lungo rimanere indifferente a questa straordinaria premura e ostinazione del dèbardeur a starglisi allato. Allorchè, per l’ora avanzata della notte, si diradò alquanto il cerchio de’ suoi amici, e che gli riusci d’involarsi a’ curiosi che l’assediavano, prese per mano il dèbardeur ed il menò in disparte. Quella mano era di una morbidezza e di una bianchezza rarissima.
— Vuoi tu dirmi, mia bella, a che debbo attribuire il piacere di averti sempre al mio fianco? chiese Federico al suo grazioso persecutore.