Noi non vorremmo, anzi non sapremmo dire che razza d’uomo è questo Ferdinando Ducastel.
Vi sono alcuni uomini nel mondo, i quali sfuggono destramente ad ogni esame, ad ogni investigazione; tutto il loro studio pongono a non far trapelar di fuora la loro anima: il loro volto di marmo nulla rivela, nulla discopre: l’osservatore perde il tempo e la pazienza appresso a loro, e finisce col confessare di non aver niente osservato. E così farem noi. Confessiamo con ischiettezza d’ignorare onninamente di che tempera è l’anima del personaggio, che accenna di prendere una parte sì importante e forse protagonista nella nostra istoria. Gli avvenimenti e le sue stesse parole ce lo faranno conoscere meglio di quello che noi potremmo fare.
Diremo, intanto, che le sembianze di questo giovine nel suo tutto, dir si possono belle; che qualche cosa di nobile e di gentilesco è nella serietà e nella compostezza de’ suoi lineamenti statuari: ma pare che una nebbia perpetua copra il suo viso, tanta è l’impenetrabilità onde si circonda e si avviluppa. Lo sguardo di questo uomo cade e non si fissa; si direbbe uno sguardo di piombo; i suoi begli occhi non sono mai aperti in tutta la loro ampiezza, e, quando egli affisa qualcuno un leggiero inarcamento di ciglia toglie alla guardatura ogni carattere di dolcezza: quello sguardo annuvolato, incerto, sospettoso è un filo di sole invernale che fende la nube, è il morto raggio d’una lampada sepolcrale. Ferdinando Ducastel non ride mai; parla pochissimo, pensa e medita continuamente. La fosca pallidezza delle sue sembianze, la leggiera ipocondria che si scorge in sulla sua fronte impensierata attestano antiche sofferenze e lo scontento ben radicato nell’anima. A prima vista diresti quest’uomo aver già valicato i trent’anni, quantunque non ne conti più di 24; la freschezza della giovine età è sparita da quella persona, stanca e abbattuta, tuttocchè ancora nel nerbo della vita. Sono vizi o sventure le cagioni di tal deperimento?
Dovendo il novello ospite ritrarre sulla tela le sembianze di Giustino e d’Isalina, fu invitato a rimanere per alquanti giorni nel Castello d’Orbeil. Egli avea fatto una profonda impressione sull’animo del Visconte e della Viscontessa, i quali si aveano palesato scambievolmente la strana sensazione che aveva in lor prodotto il viso dell’amico di Giustino.
Una stanza gli fu assegnata, la quale riusciva sopra un’amena parte del parco.
Il domani della sua presentazione al Visconte, Ducastel levossi a prima ora del giorno, uscì dal casino, e si avviò verso il platano della mendica.
Egli camminava a passi frettolosi, preso da una febbrile agitazione di nervi. Quest’uomo che pel consueto, e quando era in compagnia, era freddo ed impassibile, al presente, solo, e in società de’ proprii pensieri, sembrava commosso da una prepotente passione.
Il platano della mendica era a mezza lega dal castello. Un’aperta e vasta pianura, chiamata dell’Usignuolo, intraversata solamente da qualche viale di nocciuoli e da rigagnoli ricchi delle piogge di primavera, menava a diversi crocicchi, elevandosi il terreno insensibilmente fino alle proporzioni d’una modesta collina; le ineguaglianze del suolo e la purezza dell’aria davano a questo sito di Auteuil qualche cosa dei villaggi italiani o svizzeri.
Nasceva un giorno soavissimo: numerose compagnie di augelli il salutavano co’ loro più ricercati e striduli gorgheggi: alcuni prendean diletto a lambir colle ali l’erbetta freschissima imperlata dalle stille di rugiada: altri amavano a spaziare sull’aperta pianura; altri ad amoreggiare con leggiadria di canto su pei rami degli verbusti: pareano aspettare con ansia la comparsa del sole.
Ducastel battea concentrato e pensieroso il terreno, e il suo sguardo non si levava neanche per un istante a contemplare le bellezze che il circondavano; sembrava che avesse fretta di giungere ad un sito che ei si era prefisso nella mente.