— Giustino! il caro Giustino Victor! Egli! Egli stesso! O Dio! Che piacere impensato! O figlio, figlio caro! Quando sei arrivato? E cotesta salute? Un anno, per bacco! Brutto mestiero quello del marinaro! Com’è tornato più bello e più vegeto! Viva l’ammiraglio!

Questi e cotali altri moncherini di frasi si facevano udire frammisti ad esclamazioni di gaudio, a caldissimi baci ed amplessi, a reiterate interrogazioni che rimanevano senza risposta, però che questa era soffocata da nuove dimande, da nuovi amplessi, da nuovi baci.

Le sembianze d’Isalina raggiavano di contentezza; i suoi occhi massimamente nuotanti in carissime lagrime, non si sapeano staccare un istante da quelli del suo fidanzato. Ella era gelosa delle proteste di affetto che da tutti gli si prodigalizzavano.

Giustino Victor era veramente l’idolo di quella famiglia; la sua assenza vi avea portato il lutto e il dolore; il suo ritorno quasi inaspettato dovea per conseguenza riprodurvi slanci di schietta gioia.

La felicità era nel cuore, sulle labbra e negli occhi di tutti: i voti eran soddisfatti, tutt’i cuori eran colmi!

Un uomo soltanto, fermato all’uscio del gran salone, non visto ancora da nessuno, perchè ricoperto dall’ombra d’una gran portiera, guardava pallido e muto quel tenero quadro di famiglia, e nell’anima sua levavansi, come foschi nugoloni, due passioni maledette.

Le due tristi passioni che fecero per la prima volta sparger sulla terra il sangue dell’uomo.

L’invidia e la vendetta.

Quest’uomo era il compagno di viaggio di Giustino Victor.

III. IL COVILE DEL MONELLO