— Riconoscimi infame; io sono... Ugo Ferraretti!
Federico mise un grido straziante, e cadde sulla sedia come colpito dalla folgore.
Intanto il dèbardeur canticchiava lentamente:
Viva il rosso e Clorinda la bella;
Vada a monte ogni tristo pensier!
V. LUIGIA ALDINELLI
Il débardeur altri non era che Luigia Aldinelli.
Pria che spieghiamo un tal mistero a’ nostri lettori, sentiamo il dovere di rischiarare alcuni particolari della vita di questa giovinetta, la quale occupa di presente un posto così importante nella nostra narrazione.
Luigia Aldinelli, siccome è noto a’ nostri lettori, era figlia naturale del Baronetto Edmondo Brighton. Non è nostro intendimento il tesser la storia di quest’altra seduzione, dappoichè abbiam già raccontato altri traviamenti di questo genere, e ne abbiam vedute le molte funeste conseguenze. È mestieri tuttavolta, per la chiarezza del nostro racconto, far conoscere in che modo la sventura travagliò fin da’ primi anni la vita di Luigia, e come su lei sembrava che il cielo avesse voluto far cadere la espiazione della colpa de’ suoi genitori. E questo non è mica raro nel mezzo degli uomini; e non pochi fatti della storia umana ne confermano in questa verità, che spesso hanno i figliuoli a patire le pene meritate da’ falli dei padri.
L’origine della famiglia Aldinelli rimonta agli sventurati tempi delle civili discordie dei Guelfi e Ghibellini. Nota è la storia di Antonio Bandinelli in Firenze, barbaro guelfo, il quale perseguitava con odio inflessibile il nominato Lanucci non pur per ispirito di parte politica, ma per altre particolari ragioni, cui per brevità tralasciamo di menzionare. Costretto a difendere la propria vita contro un impensato assalto del Bandinelli, il Lanucci era rifuggiato a Pisa, dopo aver lasciato immerso nel proprio sangue il suo avversario. Ma il guelfo non era morto; e un giorno il Lanucci si vide fulminato da una sentenza di bando e di confisca di tutti i suoi beni. Non potendo più rientrare nella sua patria, Firenze, il Lanucci continuò a starsene a Pisa, presso un suo affezionato amico per nome Belfiore, il quale aveagli offerto la propria casa ad asilo di sicurezza. Una breve sala divideva le camere da letto dei due amici. Una notte un fioco gemito partì dalla stanza ove dormiva il Belfiore. Il Lanucci accorre, ed oh spettacolo d’orrore! un pugnale era conficcato nel seno dello sventurato: pochi istanti ei visse e non ebbe nè il tempo nè la forza di rivelare il suo assassino. Il Lanucci, compreso da pietà e da dolore senza fine, cadde sulle spoglie esanimi del diletto amico, e quivi rimase lungo tempo privo di sensi. Trovato sul cadavere dell’estinto, egli ne vien creduto l’assassino, e menato in carcere, non ostante le più alte proteste d’innocenza. Un processo s’istituisce contro di lui; la sua disperazione vien creduta un’astuzia per farsi credere innocente; tutto ciò ch’ei dice non distrugge le prove del supposto delitto. Una condanna di morte è pronunziata sul suo capo. Rassegnato a’ voleri del cielo, lo sventurato Lanucci si prepara all’estremo supplizio. Suona l’ora di morte: egli avanza con maestà verso il palco di esecuzione; la scure è per troncar la sua vita, quando un alto mormorio e grida di letizia fermano il colpo fatale. Un corriere è giunto da Firenze a briglia sciolta: l’assassino di Belfiore è stato scoperto: egli era uno scellerato emissario del Baldinelli il quale, essendosi, di soppiatto e col favor delle tenebre, introdotto nella dimora della sua vittima, avea scambiato le stanze, e, cacciatosi in quella in cui dormiva il Belfiore, aveva immerso un pugnale nel petto di costui, credendo immergerlo in quello del Lanucci. Lo stesso Bandinelli avea confessato il delitto e dichiarata l’innocenza dei suo avversario.