Da quel tempo in poi esecrato fu in tutta la toscana il nome de’ Bandinelli, i quali, per quest’odio che un tal nome attirava loro addosso, si videro costretti alla più deplorabile miseria; ed uno di essi, per isfuggire alla sorte comune, ritiratosi in un villaggio sulle sponde dell’Arno, aveva cambiato il suo nome in quello di Aldinelli, togliendo e sostituendo alcune lettere.

E questa fu l’origine della novella famiglia toscana, ultimo rampollo della quale era Luigia. Sua madre fu vittima del più sleale tradimento fattole dal milionario Conte di Sierra Blonda. Una funesta casualità avea fatto incontrare Stefania Aldinelli col ricco Inglese. Bella sovra modo, ella gli avea ispirato una di quelle passioni le quali ne’ cuori depravati fruttano le più nefande opere. Ahi! perchè la virtù deve esser tante volte posta al cimento dalla luce dell’oro! perchè questo metallo ha tanta possanza di rendere ribelli ad ogni legge ad ogni dovere i cuori meglio formati! Il Conte avea giurato di sposar Stefania; ma un tal giuramento non servì che a compiere la seduzione obbrobriosa sulla sventurata e onesta donzella.

Poco tempo dopo del segreto nascimento di Luigia, Stefania maritossi con un Ridolfi di Firenze, e die’ alla luce un altro figlio, il quale ebbesi nome Carlo. Il marito di Stefania morì alcuni anni dopo la nascita di questo fanciullo. La madre amava di pari amore entrambi i suoi figlioli; ma non così il fratello amava la Luigia, cui egli opprimea co’ più rozzi mali trattamenti. Non ostante la viva tenerezza materna, che le facea scudo, Luigia vivea la più sventurata fanciulla del mondo, in conseguenza di quest’odio fraterno che pesava su lei, e che ogni dì vieppiù si accresceva, a seconda che la ragione e le passioni di Carlo si sviluppavano.

Venne a porre il colmo alla sventura di Luigia la morte di sua madre Stefania. Strazianti di tenerezza furono gli addio di queste due donne che tanto si amavano: Addolorava le ultime ore di quella vita di madre il pensiero che la diletta figliuola sarebbe rimasta quindi innanzi sotto il potere dello snaturato fratello, il quale dameno di una schiava trattavala. Il perfido Ridolfi promise alla moribonda genitrice di avere per la sorella sensi più umani: ma il suo cuore smentiva ciò che il suo labbro pronunziava, e l’avvenire giustificò le giuste materne apprensioni. Innanzi di spirare, l’amantissima madre donava alla figlia un prezioso anello, antica ed unica eredità della famiglia Bandinelli, trasmessa da padre in figlio; e le soggiunse di non mai dipartirsi da quell’anello, il quale rappresentava in terra il legame che dovea ricongiungerle in cielo. Luigia il baciò mille volte e sel pose al dito per non più separarsene. I nostri lettori han già veduto questo anello al dito della figura inginocchiata dipinta nel quadro del Ferraretti.

Luigia restò sola col fratello, il quale possedeva alla Cascina, poco discosto da Pisa, alcuni poderi lasciatigli dal padre. Non avendo alcun negozio che l’obbligasse a rimanersene a Pisa, egli volle ritirarsi alla Cascina, e seco menò la disgraziata Luigia, alla quale ingiunse di lavorare per procacciarsi il pane; che egli intendeva darle solamente il tetto sotto cui dormiva; ma che, in quanto alle altre necessità della vita, ella dovea provvedersene colle proprie fatiche.

La fanciulla si pose al duro stato cui dannavala il cielo. Umile, dolce, rassegnata, ella non proferì giammai una parola di sdegno contro il suo tiranno, e accettò con cristiana virtù la croce che le veniva imposta. A Pisa, per natural talento, e quando ancor vivea la madre, ella solea prendere sommo diletto a formare immaginette di cera, le quali spesso riuscivano sì gentili e perfette, che sua madre ne iva superba; e le amiche e le vicine pregavanla sovente di regalar loro qualcuna di queste fatture della Luigia; al che costei, dolce e amorevole quanto fosse mai fanciulla al mondo, prestavasi con buonissima voglia, e porgeva a dritta e a manca tutto ciò che le venia richiesto.

E via via lavorando sempre per diletto, ella giunse a tal perfezione di artista, che molte cospicue donne pisane la fecero pregare di voler far loro il piacere di ornare i loro salotti con qualcuna delle sue belle immaginette; e queste commissioni non finiron per qualche tempo, e con esse di bei regalucci che rendevano la sua sorte alquanto meno trista.

Or di questa sua virtù l’onesta fanciulla si valse per lucrarsi il pane che il sordido fratello le dinegava. Ella lavorava alla Cascina le sue immaginette di cera, le quali eran poscia vendute a Pisa, a Livorno, a Firenze, ed in altre città della Toscana. Nè del prodotto delle sue fatiche ella era padrona; imperciocchè suo fratello mettea le mani sul denaro che le proveniva, sotto il pretesto che egli spendea di bei quattrini per alimentarla e vestirla. Con tutto questo, non cessavano i disumani trattamenti verso di lei: anzi, quando più ella mostravasi buona, ubbidiente, rassegnata, tanto più il Ridolfi la caricava di asprezze tali, che peggiori non ne avrebbe sofferte una schiava in una delle piantagioni dell’America meridionale.

Luigia era venuta a quella età, in cui la donna non ha d’uopo soltanto di esser nutrita e ricoperta di panni; bensì sente un bisogno nel cuore, il quale, ove rimanga non soddisfatto, sparge un velo di malinconia sull’anima, intristisce la vita e rendela quasi importabile; massimamente quando nella prima età le dolcezze d’un affetto materno sono state all’improvviso tronche dalla mano di morte. Luigia videsi abbandonata nella più tetra solitudine del cuore; e però a Dio si volse quell’anima candida, e, spesse volte, nelle sue notti lagrimose, sognò la ineffabile quiete del chiostro. Ed un bel dì ebbe il coraggio di aprire l’animo suo al fratello, e rivelargli la tendenza ch’ella sentivasi per la vita monastica. Si crederà impossibile che a questa semplice manifestazione di un sì pio desiderio, il ribaldo avesse risposto portando la scellerata sua mano sulla guancia della misera, e soggiungendole che, se una altra volta simigliante idea le fosse venuta nel capo, ed ella avesse ardito palesarla, egli avrebbela sottoposta a così severo castigo da farnela pentire per sempre e da cacciarle dal capo la voglia di prendere il velo. Si capisce che non era mica avversione al chiostro che spingeva il Ridolfi a mostrare tanta asprezza alla sorella, ma sì bene l’interesse e la brama di non perdere il considerabile profitto che traeva dalle fatiche di lei. La Luigia intanto, comechè sofferente e misera, cresceva sì bella che il suo viso rassembrava a quello di una madonnetta, e di quelle che han renduto sì celebre il pennello del Leonardo da Vinci. Le sue sembianze pallide e fine, i suoi occhi neri a forma di mandorle, la folta massa dei suoi capelli di ebano le davano tanta poesia; che al vederla si sarebbe detto esser nata quella donna per ispirare le più grandi passioni.

Un avvenimento sopraggiunse, il quale, invece di rendere meno trista e dura la sorte di Luigia, non fece che accrescerne i triboli e la schiavitù. Questo avvenimento fu la venuta di Maurizio Barkley a Pisa, apportatore del tardo frutto del pentimento del Baronetto Brighton. Il Barkley ignorava in quali mani stesse la sventurata figliuola di Stefania Aldinelli; epperò si rivolse primamente al Ridolfi per aver contezza di lei. S’immagini ognuno il contento che dovè provare quell’ingordo al sentire che indi innanzi l’Aldinelli non era più povera, e nel vedersi tra mani una polizza di duemila scudi. Essendo Luigia minore di età, il Ridolfi amministrar doveva ciò che le apparteneva: egli adunque firmò le ricevute e incassò il denaro. Maurizio vide l’Aldinelli; e il costei dolcissimo aspetto il commosse; chiese al fratello minuta relazione della vita di lei; e questi improvvisò un tenor di vita come giammai non fu goduto da donna nel mondo. Ciò non di meno, l’aria di mestizia che copriva le sembianze della fanciulla smentiva le bugiarde parole del Ridolfi, e Maurizio non istette lungo tempo ad accorgersi che l’Aldinelli soffocava nella più umile rassegnazione i più crudeli trattamenti.