La Luigia intanto, la quale tutta tremante e spaurata avea udito, a traverso di un muro soprammattone, il colloquio della sua amica con que’ due ribaldi, e che si era veduta libera, almen pel momento, dalla violenza di coloro, pregò subitamente la dolcissima amica di volerle permettere che si allontanasse da quella casa, in cui non potea rimanersi in sicurtà. Alla qual persuasione, comecchè a contraggenio, dovette affarsi la buona donna, e, dandole ogni ragione di consigli, di raccomandazioni e di aiuti, si separò da lei, sul cui capo genuflessa implorò la benedizione di Dio.

Luigia Aldinelli trasse a Livorno, dove era stata raccomandata, in qualità di esimia lavoratrice d’immaginette, ad un vecchio ed onesto scarpellino di questa città. Da due oggetti l’Aldinelli non si era mai divisa, dall’anello di sua madre e dalla maschera di Ugo Ferraretti, la quale era per lei tutto ciò che può attaccare una donna alla vita, perocchè su quella parlante immagine affisava la miserella per lunghe ore gli sguardi, e vi beveva un dolcissimo tossico, e vi si confortava con le più ardenti speranze di essergli congiunta nel cielo. Ma parea che un fato incomprensibile si piacesse a perseguitar questa misera; giacchè una lettera della sua amica da Pisa avvertivala che suo fratello, nella massima rabbia di vendetta, accingevasi a venire a Livorno per istrapparla alla quiete; se non alla felicità della presente sua dimora. La Luigia era stanca di tali persecuzioni; e, volendo porsi a salvamento da ogni ulteriore violenza, pensò di scrivere al solo amico che ella si avesse nel mondo, Maurizio Barkley. Aspettando la costui risposta dall’Inghilterra, si era intanto ritirata in un sobborgo di Livorno, rimoto e solitario, ove menava miserissima vita, o dove con ansia aspettava che l’operaio scultore livornese, a cui era stata raccomandata, le avesse fatto ricapitare la sospirata lettera del Barkley. La quale non tardò ad arrivarle; perciocchè Maurizio giammai non mettea tempo in mezzo nel venire a soccorso de’ sofferenti e de’ miseri. In quella risposta, ripiena delle più calde dimostrazioni di amicizia, Maurizio le facea sapere che, per un funesto avvenimento accaduto al fratello di lei, Sir Eduardo Horms, egli dovea recarsi immantinente a Parigi; epperò le ingiungeva di non frapporre alcun indugio ad imbarcarsi sul primo vapore diretto a Marsiglia, e trarre a dirittura alla capitale della Francia; dove egli si sarebbe trovato immancabilmente all’Albergo des Princes, strada Richelieu. Il generoso e nobile Maurizio avea messo nella sua lettera una cambiale a vista sovra un banchiere di Livorno, per la somma di mille franchi. Le lagrime della riconoscenza irrigarono le pallide gote di Luigia; ed ella volse al cielo i suoi begli occhi in atto del più fervido ringraziamento. — E si partia tosto da Livorno, dopo avere scritto una tenerissima lettera di addio alla sua amica di Pisa, e dopo aver ringraziato lo scultore di Livorno per le cure ed assistenza prestatele durante la sua permanenza in questa città.

Luigia Aldinelli giungeva in Parigi verso il mezzo del mese di settembre dell’anno 1829, vale a dire, due mesi all’incirca dacchè le gallerie del Louvre si erano aperte all’esposizione di quell’anno.

Smontata appena dalla diligenza, ella si era fatta condurre all’albergo des Princes per chiedere di Maurizio Barkley, ma le venne detto che questi era uscito fin dalla prima ora del mattino, e non si sapea a che ora fosse di ritorno. Luigia, straniera ed ignorante di tutto e di tutti in quella vasta capitale, non sapendo che cosa farsi di quelle lunghe ore che la dividevano dal momento in cui avrebbe riveduto l’amico Barkley, si era fatta condurre in carrozza a passeggiare pei Boulevards. Arrivata presso le Tuilleries, vide una gran folla che pareva trarre verso un luogo, quasi mossa dalla curiosità di qualche spettacolo; però ne chiese, come meglio potè al cocchiere, il quale disse che quella folla traeva ai corridori del Louvre aperti alla pubblica mostra di Belle Arti.

Per cercare una distrazione ed una occupazione Luigia si condusse appresso agli altri in quelle sale, e vide che tutti sembravano convergere verso un sol punto, dove forse era esposto il quadro del più gran merito. Ben s’intende che la curiosità, spinse l’Aldinelli ad immischiarsi in quella folla, e trarre assiem con gli altri nella gallerie in cui era esposto il quadro la Preghiera.

Non tenteremo di dipingere l’immensa sorpresa da cui fu colta la giovinetta nel portare i suoi sguardi su quella tela nella quale parea palpitare l’anima ed il genio del Ferraretti. Ella non prestava credito agli occhi suoi, tenendo come illusione della fantasia quel dipinto; le sue proprie sembianze eran quelle ivi ritratte; quello il suo vestimento; l’anima sua quella che si vedea negli occhi rivolti al cielo; quello in fine l’anello che splendea al dito dell’inginocchiata: non ci eran dubbi! Quel ritratto era il suo, e l’autore di quel ritratto altri non poteva essere che Ugo Ferraretti, il suo amante. Però ella gittò incontanente gli occhi sul nome posto a piè del quadro; e la sua meraviglia ed il suo dolore furon smisurati nel leggere un nome francese a vece del vero italiano. Quel nome erale noto: esso era quello dell’amico dell’estinto Ferraretti, di colui che gli aveva forse accelerata la morte coll’immergerlo nelle più pericolose orgie. Il lampo della verità balenò alla mente di lei quando le ricorse al pensiero averle il suo amante parecchie volte accennato vagamente che ei stava sopra un lavoro di qualche lena; e questo era certamente il quadro che ora colpiva gli occhi suoi; e questo, senza dubbio alcuno, era stato involato dal perfido francese, dopo la morte dello sventurato giovine artista italiano. Una simile infamia metteva un incendio nell’anima di lei, sicchè ella non sapea staccare i suoi sguardi da quella tela; e la sua faccia, or bianca come per morte, or soffusa di rossore, esprimeva a vicenda la sorpresa, il dolore, la rabbia e una certa commozione di piacere. E cosiffattamente era ella tutta sospesa col pensiero e cogli affetti in sul quel quadro, che punto non si avvide della straordinaria ammirazione di cui ella stessa era divenuta l’oggetto, in simil guisa che tutti gli astanti compresi da stupore, guardavan lei ed il quadro, ed eran vivamente colpiti dalla strana rassomiglianza tra essa e l’immagine dipinta. Nè badò al mormorio che le si facea dattorno e che vieppiù si prolungava, richiamando sempre l’attenzione degli spettatori e de’ nuovi arrivati. E poscia che qualche ora fu rimasta al cospetto della creduta tela del Ducastel, Luigia si partì dal Louvre in gran fretta; un pensiero le saettava il cervello: smascherar subitamente tanta infamia e tanta impostura, e restituire alla memoria del Ferraretti gli onori che un ladro esimio involavagli. Arrivata alla piazza Carrousel, ella voleva ritornare indietro per andare a cancellare pubblicamente l’infame nome del Ducastel sotto quella tela, e restituirvi quello di Ugo Ferraretti a cui si apparteneva; ma si trattenne temendo di non ruinare per imprudenza lo smascheramento dell’impostore. Fra pochi istanti ella dovea riveder Maurizio Barkley; onde fermò di parlarne a costui e prender di concerto le risoluzioni su ciò che si avesse a fare. Gittatasi però novellamente in carrozza, ella era tornata all’albergo des Princes, dove venne introdotta nell’appartamento di Lucia Horms, nel momento in cui Maurizio Barkley, Emma, Lucia e Marietta erano in conversazione intorno alla sorte di sir Eduardo Horms.

Ella era giunta, inosservata da que’ quattro, nel punto in cui Maurizio aveva sulle labbra il nome di Ferdinando Ducastel, chiamandolo l’occhio diritto della nazione francese e del governo. I nostri lettori ricorderanno che Luigia avea gridato queste parole:

— Ferdinando Ducastel è un infame impostore, un assassino della gloria italiana!

Luigia Aldinelli fu accolta come sorella da que’ cuori sì nobili e affezionati: la più gran simpatia nacque subitamente tra quelle donne e la sventurata sorella di sir Eduardo. Lucia abbracciò con estrema tenerezza la cara cognata, delle cui sventure Maurizio le avea parlato. Un diluvio d’interrogazioni fu rivolto a Luigia: nel modo più succinto ella dovette compendiare il tristo racconto della sua vita, che rischiarò il mistero di quelle parole che ella aveva proferite mostrandosi in quel crocchio di famiglia.

Grandissimo fu lo stupore di tutti nel sentire la novella infamia del Ducastel e la storia del giovine artista pisano Ugo Ferraretti. I sospetti dell’Aldinelli apparvero come evidente certezza agli occhi di Maurizio Barkley, però che questi si ricordava delle confidenze fattegli dal ladro Dumourier e rammentava avergli costui rivelato quanto il Ducastel raccontava su l’ardente sete di gloria che il tormentava, e per ottener la quale avrebbe commesso anche un delitto.