A questo giudizio vituperante si congiungeva quello del quadro.

Luigia Aldinelli si presentò innanzi ai giudici, terribile accusatrice del Lennois, e vendicatrice del giovine italiano Ugo Ferraretti. Ignara dell’idioma francese, ella si fe’ intendere per via d’interprete, e narrò la trista istoria de’ suoi amori col giovine artista, e i costui lavori; e disse come questi desse opera ad un quadro, su cui facea passare le medesime sembianze di lei e lo stesso vestimento. Dichiarò che il Federico Lennois non l’avea giammai veduta, e che però non gli era possibile il ritrarla sulla tela. Da ultimo narrò l’astuzia di cui si era servita al ballo dell’Opéra, il terrore del Lennois e le parole che questi pronunziava durante il delirio, da cui fu preso per effetto di quella scena rappresentata in casa del ristoratore Very.

Molti altri testimoni vennero a confermare ciò che l’Aldinelli diceva riguardo alle parole del Lennois, quando era colto dal delirio, le quali tutte confermarono il suo delitto.

Parlò da ultimo Eduardo Horms, e, dopo aver difeso la propria causa con l’energia che dà la persuasione del vero, disse come, essendosi recato a Pisa per ritrovare nel Federico Lennois un fratello, questi gli avea mostrato il quadro la Preghiera, vendendoglielo per la somma di cento mila franchi, di cui la metà avea già ricevuta. Non tralasciò di far notare a’ giudici le precauzioni onde quel quadro era conservato dal Lennois, e che attestavano la paura con cui si conserva una cosa rubata.

Straordinaria singolarità offriva in questo processo la presenza di tre figli di uno stesso padre, separati per sì opposte condizioni, e di cui due erano sì forti e terribili accusatori dell’altro.

Una condanna di galera a vita colpiva Federico Lennois nel momento in cui Dio il fulminava in quei mezzi medesimi di cui questi si era servito per oprare il male.

Uno scroscio di risa d’idiota accolse la lettura della terribil condanna.

Federico Lennois era demente!

Egli avea giurato sulla sua ragione odio irreconciliabile all’uman genere, E LA SUA RAGIONE FU SCHIACCIATA.

II. IL MANICOMIO DI BICETRE