Era questi di oltre a quarant’anni: una lunga barba tra il biondo e il bianco gli copriva due terzi del volto; era vestito alla maniera degli operai di Parigi, con una di quelle vesti che si domandano blouses: alto, complesso, di fattezze maschie e vigorose.

Quando il Presidente lo ebbe chiamato per nome, il cuore di Federico Lennois fece un balzo come se avesse voluto scoppiare.

Quel nome era di Paolo Dumourier.

Un’orrenda confusione era nel cervello dello sciagurato Lennois: le idee e le rimembranze vi si sbaragliavano come l’arena mossa dal vento. Egli più non capiva ciò che si diceva dal Presidente e dall’accusatore.

Federico Lennois si credea soggiogato da un sogno crudele.

Maurizio Barkley aveva incontrato nelle strade di Parigi Paolo Dumourier, uscito di carcere per aver compito i suoi anni di pena, ed avea riconosciuto in lui il carcerato, che lo aiutò a scoprire le orme di Federico Lennois. Non fu difficile a Maurizio di farsi riconoscere e d’indurre il Dumourier a venire a dichiarare in tribunale tutto ciò che il Lennois gli disse riguardo a Giustino Victor, non meno che sulla brama immoderata che quegli si avea di rendersi celebre in qualsivoglia maniera. Il Dumourier fece dapprima qualche opposizione, la quale subitamente venne ovviata da generosa ricompensa promessagli da Maurizio, il quale gli avea detto quelle deposizioni esser necessarie per salvare un innocente e restituirlo alla libertà.

La deposizione del Dumourier fu semplice e genuina; ma un grido di sorpresa si levò nella sala, quando si udì che il Ferdinando Ducastel, accusato d’omicidio e di falsità, e nel tempo stesso quegli che avea ripiena la Francia un mese fa col grido della sua fama usurpata, non era altri che un tal Federico Lennois, quattordici anni fa chiuso in carcere come ladruncolo, e scappato per via di travestimento dalla prigione.

Questa rivelazione gettò una luce grandissima su tutte le accuse onde veniva accagionato il Ducastel; i sospetti divenivano certezza, le supposizioni realtà. La lettera anonima scritta a Eduardo Horms, e per la quale questi avea creduta infedele sua moglie, fu trovata dello stesso carattere di Federico Lennois, il quale, per una di quelle cecità di cui Dio si serve per confondere i rei, non avea pensato di fare scrivere quella lettera da altra mano. L’antica nimistà tra Giustino Victor e lui fu comprovata, non solamente dalle sue stesse dichiarazioni fatte a Dumourier, ma da due possenti testimoni, ritrovati dalla sagacia di Maurizio Barkley, vale a dire da Augusto d’Orbeil, che Federico a sua sorpresa vide nel numero degli accusatori, e da una copia del giuramento da lui Lennois segnato sulla tomba del suo cane, e col quale il monello d’Auteuil giurava di spargere il sangue dell’uccisore del suo cane Astolfo, che fu per lo appunto Giustino Victor.

Semplice e naturale era stata l’induzione per la quale Maurizio Barkley, secondo le confessioni da Federico fatte a Dumourier, era andato a ricercare ad Auteuil questa incontrastabile prova della trama del Lennois. Quel giuramento, che noi ponemmo sotto gli occhi dei nostri lettori nella terza parte di questo racconto, era malamente scritto e zeppo di mende ortografiche, dappoichè, sebbene, come dicemmo, Federico apprendesse a leggere e a scrivere da Maddalena Bonnefille, quando era al servizio dell’Inglese, dobbiam peraltro far osservare che ei già quasi da sè solo avea imparato a Auteuil ad accozzar le lettere in modo da potere formare una scritta qualunque.

Schiacciato dal peso delle accuse, Federico non avea risposto una sola parola in difesa, e pareva compiutamente straniero a quel processo che gittava sul suo capo l’infamia e la minaccia di morte.