Era scorso qualche mese dacchè Federico Lennois rimanea confinato nella sua prigione, non potendo presentarsi in giudizio per lo stato della sua salute e per la poca connessione che si scorgea nelle sue idee; allorchè un mattino, però che fu trovato un po’ meglio dai medici, ei venne obbligato a comparire alla sbarra dei rei al cospetto della riunita corte Criminale.
Una folla stragrande, ivi attirata dalla singolarità del fatto e dal nome del Ducastel, ormai celebre per l’originalità dei suoi misfatti, ingombrava la sala; e alle tribune destinate al Corpo diplomatico si vedeano moltissime dame cospicue, tra le quali Emma Barkley di Gonzalvo.
Un lungo mormorio annunziò la comparsa dell’accusato.
Egli avea l’aspetto di un cadavere, e non era possibile riconoscere in lui quel giovine che un mese fa, colmo di vita e di gloria, era oggetto di ammirazione e di invidia.
Il suo sguardo era rimasto ostinatamente conficcato al suolo; e soltanto per rispondere ad una interpellazione del Presidente, egli levò gli occhi, e li balestrò attorno a lui.
Sulla medesima scranna ov’egli sedeva, un altro uomo era seduto, le cui sembianze troppo gli eran note.
Questi era Eduardo Horms; il volto del giovine scozzese era smagrato e pallido; ma la nobile rassegnazione della virtù si leggea nel composto raccoglimento del suo sguardo.
Incominciò la discussione sulla morte di Giustino Victor.
Federico rimase stupefatto nel sentir leggere l’atto di accusa, disteso con una sagacia da sbalordire.
Un uomo si alzò a deporre contro di lui.