Intanto, in tutto il rimanente della notte, e in quasi tutta la giornata del domani, Federico, siccome abbiam detto, fu in preda del delirio, durante il quale dicea cose sì strane e maravigliose che tutti gli astanti ne eran sorpresi e addolorati. Egli non facea che nominar sempre Ugo Ferraretti, di cui l’immagine parea perseguitarlo.
Alcune volte egli si poneva a sedere in mezzo al letto; girava intorno alla camera lo sguardo smarrito e demente; i capelli gli si sollevavano sul capo; e gridava si togliesse a viva forza dal suo cospetto Ugo Ferraretti e Giustino Victor; e si ricopriva il volto con ambo le mani per sottrarsi alla vista di quelle due larve implacabili.
Coloro tra i suoi amici, i quali erano stati testimoni di questo inesplicabile delirio, e che poscia lessero l’articolo della France artistique, ebbero pienamente a convincersi della verità di quell’articolo, il quale, siccome i nostri lettori avran compreso, era stato l’opera di Maurizio Barkley e di Luigia Aldinelli.
In un baleno Ferdinando Ducastel era caduto dal seggio di gloria su cui con tanta albagia si era seduto, usurpandolo al modesto italiano. Parigi disama colla stessa facilità onde ama. Ducastel era gittato nel fango, e non potea dire come Tolomeo agli Ateniesi, i quali ne aveano atterrate le statue: «Voi non potete atterrare le virtù per cui quelle statue mi furono erette».
Quell’articolo della France artistique fu riprodotto da quasi tutti gli altri giornali, e da quelli stessi che maggiormente eransi allargati in sulle lodi del Ducastel. La efimera gloria di questo artista e la sua vergognosa caduta formavano il subbietto di tutte le conversazioni. Si dicea tra le altre cose, esser falsa la voce della morte del giovin pittore di Pisa, Ugo Ferraretti; esser costui ricomparso a Parigi, mascherato da débardeur al ballo dell’Opéra; essersi fatto invitare a cena dallo stesso Ducastel, nel mezzo della quale essersi tolto il mascherino ed aver mostrato il suo volto all’artista francese, il quale non avea dovuto al certo provar gran piacere in questo riconoscimento. Diceasi che Ugo Ferraretti erasi recato all’albergo Mirabeau per rinnovare le sue proteste di amicizia al ladro di quadri. Erano insomma tali e tante le voci e le ciarle che sopra questa singolare avventura buccinavansi in Parigi, che, secondo il solito, moltissima favola vi si innestava; e la verità era soffocata da un diluvio di commenti e di variazioni senza fine.
Intanto, il governo, fatto arrestare il Ducastel, benchè ammalato, procedeva alla disamina di un fatto sì grave; mentre dall’altra parte, il processo sulla morte di Giustino Victor si ricominciava alle Corti con alacrità, e il Lennois era chiamato a comparire in questo novello giudizio; ma lo stato della sua mente non permetteva ch’ei si fosse presentato a’ tribunali, tanto più che, essendo disparsa la febbre, la ragione non gli era tornata.
E col fatto, questi colpi non eran tali da fargli rimanere a sesto il cervello; imputato di due accuse infamanti, arrestato e chiamato a comparire in un doppio giudizio, Federico Lennois non si sentiva neanche la forza di difendersi. Egli era nella certezza che Ugo Ferraretti era ancora vivo, e questo fatto terribile e inesplicabile confondea la sua ragione a tal segno da metterla all’uscio della pazzia.
Accrescea lo scompiglio della sua mente il pensiero del come si fosse potuto discoprire la sua trama su Giustino Victor. Una sola persona era stata complice di questo delitto, Maddalena Bonnefille, la quale non era a Parigi da oltre quattro mesi, essendosi recata col resto della Compagnia in altra città della Francia. Oltre a ciò, perchè tradirlo? In che modo i tribunali aveano potuto venire a conoscenza dell’antica inimicizia che era tra lui Lennois e il Victor?
Certo si è che Federico si vedea repente precipitato all’imo della sventura e della ignominia! Il suo volto più non era riconoscibile; una pallidezza di morte era sulle sue sembianze abbattute; i suoi occhi scolorati e foschi esprimeano l’incipiente follia.
Nessuno amico era più al suo fianco. Tutti erano spariti giustificando l’unica sentenza del Saggio. Il genere umano, al quale egli avea giurato odio eterno e irreconciliabile, l’abbandonava e lo lasciava a faccia a faccia colla sua coscienza.