Richiamiamo i pensieri de’ nostri lettori a meditar con noi pochi momenti su i terribili versetti delle Sacre Carte. Vuota e sterile è ogni narrazione, quando nessuna utilità ne deriva allo spirito, al cuore, alla ragione.

Noi detestiamo le futili novelle, che altro scopo non si propongono all’infuora di quello di un semplice passatempo. La vita umana è così breve! Il tempo così prezioso!

La pagina che fa ritornare la mente sulle eterne verità della morale non sarà discara, neanche a coloro i quali sono meno avvezzi a meditare. Una segreta e inesplicabile dolcezza è ascosa in quei pensieri che ci ricordano il nulla della vita, l’immancabile punizione della colpa, e la costante verificazione di que’ detti registrati nel Libro della Sapienza.

Che che ne dica l’empio, lo scettico, il mondano, l’anima sente alcune volte un bisogno d’innalzarsi sopra tutte le miserie di ogni maniera che la circondano, l’inceppano e la sviliscono: nobilissima immagine dell’Infinito che la creò, essa avvedesi pure che infinite sono le aspirazioni che l’agitano incessantemente e le danno quello stato d’increscimento, di noia, di tristezza, il quale è il più gran testimonio della sua momentanea soggezione all’argilla ond’è rivestita.

Una delle ragioni per cui il malvagio vive in piena sicurezza dell’impunità, si è perchè egli non comprende in che modo l’occhio di Dio vede tutto et non intelligit quoniam omnia videt oculus illius. Egli o nol comprende, o nol crede, o giammai non vi ha pensato, o non il ricorda, o giammai non gli fu detto; imperocchè, se innanzi agli occhi della mente egli avesse un tal pensiero o non farebbe il male, o si fermerebbe in mezzo del perverso cammino, o si pentirebbe con salutare ritorno alla virtù. Ma, per trista ventura, egli interviene il più delle volte che le passioni, per la violenza dei loro eccessi, offuschino in tal guisa il lume dell’intelletto, che questo travede le più lucenti verità, e più non ritrova quegli eterni ammaestramenti che rendono l’uomo avveduto sulle conseguenze del mal’operare.

Parimente comune e pernicioso si è ne’ malvagi il credere che Dio non si ricordi de’ loro delitti. Eglino esclamano nel loro cuore: Le tenebre mi circondano; le pareti mi coprono; nessuno mi vede; di chi avrei sospetto? L’Altissimo non si ricorderà de’ miei delitti. Tenebrae circumdant me, et parietes cooperiunt me, et nemo circumspicit me; quem vereor? delictorum meorum non memorabitur Altissimus.

Noi non sapremmo a bastanza richiamare l’attenzione dei nostri lettori sopra alcune verità morali, la cui profonda convinzione allontanerebbe o almeno scemerebbe il numero delle colpe, e massime di quelle che vengono commesse nelle tenebre e nel mistero. In tutte le nostre narrazioni abbiam cercato dimostrare come le medesime fila onde l’empio tesse la sua rete di misfatti, sono quelle appunto di cui si vale l’Altissimo per confonderlo, umiliarlo e punirlo. Abbiam detto, e mai non cesseremo dal ripetere, che L’IMPUNITÀ SULLA TERRA NON È PER NESSUNO.

A queste considerazioni veniam tratti nel presentare il nostro protagonista Federico Lennois in tutt’altro stato di quello in cui sinora lo abbiam veduto.

Come fugace ed efimera è la felicità del perverso! Come un niente la distrugge! Il mattino egli leva alto il capo e borioso; una turba di parassiti adulatori il circonda, applaude alle sue parole, lo invita a satollarsi di piaceri; il sorriso, la festa e il tripudio lo accompagnano dappertutto: la sanità, la giovinezza, la gioia brillano ne’ suoi sguardi: egli è il padrone e il despota della società; le donne strisciano umili ai suol piedi; diresti che egli abbia in pugno l’avvenire, e che sfidi la più inesorabile delle leggi di natura, la morte. Vedete a vespero questa bella esistenza: l’elce orgogliosa è caduta al suolo schiantata da impetuoso rovaio: il superbo padrone non è che il più umile dei suoi schiavi, l’altiero dominator dei cuori non ha più intorno a sè una voce che il racconsoli: la giustizia di Dio è passata sul suo capo! Vidi impium superexaltatum..... Transivi, et ecce non erat!

La notte stessa in cui Federico Lennois fu trasportato all’albergo Mirabeau quasi privo di vita, una febbre, accompagnata da forte delirio lo avea colto, minacciandolo di una letale malattia di cervello. Non gli mancarono aiuti ed assistenza di ogni maniera: perocchè egli era ancora, per tutta Parigi, il Ferdinando Ducastel, il benemerito e acclamato autore del quadro la Preghiera. Anzi, non sì tosto si fu sparsa, al dì vegnente, la novella del sinistro accidente onde era stato colpito il giovine artista, reduce dal ballo dell’Opéra, una immensa folla fu veduta assiepare il cortile del portone dell’albergo Mirabeau; chè universale era il dolore che si provava da quasi tutti i Parigini nell’udire il Ducastel sì improvvisamente e gravemente ammalato. Nissuno sapeva ancora la fine dell’avventura del débardeur; imperciocchè Luigia Aldinelli, la quale aveva fatto accompagnare il Ducastel alla sua casa, non avea rivelato ad alcuno il segreto che uccideva quel ribaldo.