L’incessante avvicendarsi di prosperi e lagrimevoli casi, l’eccesso delle passioni, favorito da un’ardenza di temperamento, la mancanza del sentimento religioso nelle grandi sventure, il veder ruinata l’una dopo l’altra tutte le speranze di avvenire, la perdita di qualche troppo cara persona, la vergognosa caduta dalla stima de’ concittadini, un’amara ingiustizia sofferta, e tante altre innumerevoli cagioni possono determinare lo stato dell’insania più o meno intenso, più o meno capace di guarigione. La specie umana offre sì perpetuo contrasto di gioie e di dolori; l’avvenire si burla in tante guise della sorte degli uomini, che non sempre la loro ragione può resistere a’ colpi impensati: talvolta essa combatte con coraggio e con vittoria contro un improvviso assalto di mali, e poi soccombe alla durata di questi.

Abbiam detto che la demenza di Federico Lennois non era stata trovata incurabile, perciocchè sono da estimarsi generalmente incurabili quelle infermità in cui un organo è leso in modo da non poter più adempiere al suo particolare officio vitale. Ora, uno de’ pregiudizii più funesti all’umanità, osserva il profondo Pinel[10], e che è forse la deplorevole cagione dello stato di abbandono in cui vengon lasciati quasi dappertutto i dementi, è il risguardarsi il loro male come incurabile, e di riferirlo ad una lesione organica nel cervello o in qualche altra parte del capo.

«Io posso assicurare, soggiugne lo stesso autore, che nel più gran numero di fatti che ho raccolti sulla mania delirante divenuta incurabile e terminata da altra funesta malattia, tutt’i risultati dell’apertura dei cadaveri, comparati a’ sintomi che si sono manifestati, provano che questa alienazione ha in generale un carattere puramente nervoso, e non è l’effetto di nessun vizio organico della sostanza del cervello. Anzi, tutto annunzia in questi alienati un forte eccitamento nervoso, un nuovo sviluppo di energia vitale; la loro continua agitazione, le loro grida talvolta furibonde, la loro tendenza ad atti violenti, le loro veglie ostinate, lo sguardo animato, la loro petulanza, le loro vive risposte, un certo sentimento di superiorità nelle loro forze e nelle loro facoltà morali, dal che nasce un ordine novello d’idee indipendenti dalle impressioni de’ sensi, nuove emozioni senza nessuna cagione positiva, ed ogni specie d’illusioni e di prestigi».

La follia di Federico apparteneva a questa specie che vien detta puramente nervosa: egli ebbe nei primi giorni non pochi momenti di furore, i quali eran seguiti da una tristezza e da una immobilità spaventevole. Alcune volte egli si ostinava tenacemente a non prender cibo veruno di qualunque maniera, la qual cosa non fa che esasperare e prolungare gli accessi di mania: altre volte si gittava con avidità sul pasto e il divorava con tanta fretta che ad ogni boccone correa pericolo di strozzarsi. Era pertanto più frequente il caso in cui Federico rifiutasse con forza incredibile ogni maniera di alimenti. Questa ripugnanza era forse fondata sul sospetto che volessero avvelenarlo. Egli chiudeva ermeticamente la bocca, serrava i denti, e rendea vani tutti gli sforzi che si facevano per introdurre nel suo stomaco qualche sostanza alimentare. Ciò non pertanto, raramente finiva una giornata, senza che egli avesse mangiata la minestra della sera[11].

Tra le altre singolarità di questa mania era quella che il Lennois spingeva gridi altissimi ogni qual volta sentiva pronunziar la parola ferro, sia che questa parola avesse analogia col cognome Ferraretti, di cui l’immagine rediviva tanto lo avea perseguitato, sia che egli ricordasse la pena infamante, alla quale era stato condannato. I medici dell’Ospizio che conoscevano la sua storia, avean proibita l’applicazione assurda e pericolosa della catena, e si erano limitati a prescrivere per Federico il semplice corpetto di forza nei momenti dell’effervescenza del suo furore. La sola vista della catena destava tanta rabbia in quel misero che la sua vita ne era minacciata, per un colpo di apoplessia.

Tristo in vero era il caso di questo sciagurato; pel quale non si sapea se dovesse desiderarsi la guarigione o la continuazione della follia; imperocchè la prima il consegnava alla pena cui era stato condannato. Pazzo o galeotto; ecco il terribil dilemma a cui lo avevano ridotto le sue tristizie!

Oh se coloro i quali avean veduto un mese prima questo giovine in tutto lo splendore dell’umana felicità, lo avessero riguardato nella sua cella di Bicètre! Qual tremenda lezione per quelli che si coricano sulle rose dei piaceri comperati a prezzo d’ingiustizia, di tradimenti e di sangue! Collo sguardo fosco, bieco ed incerto, co’ capelli scompigliati, colla barba incolta e rozza, Federico si aggirava nella sua cella, come una belva nella stia, or parlando tra sè a voce bassa, or camminando, o fermandosi a vicenda, or mettendo alte grida di spavento e rincantucciandosi in uno spigolo della sua stanzetta. Gli abiti della demenza coprivano le sue membra; il capo era sempre piegato sul petto, le labbra semiaperte, le mani penzoloni, le ciglia aggrottate. La sua fisonomia era seria, ma non di quella serietà figlia del pensiero; sibbene di quella immobilità d’idiota. Federico Lennois, che era stato oggetto di ammirazione e di curiosità, ora era anche oggetto di curiosità, ma quale differenza! Prima, egli era additato come un figlio prediletto del genio, ed ora come uno strano fenomeno di umana miseria; prima egli era contemplato come un uomo raro, oggi come una rara belva.

Molte persone erano andate a visitarlo durante la sua trista infermità: non diremo che queste visite fossero dettate da premura di amicizia, da ricordo affettuoso, o da altra nobile e generosa cagione. Federico Lennois non aveva più amici; la curiosità, la semplice curiosità, mista forse ad un segreto compiacimento, richiamava quella gente intorno alla sua stia.

Era già passato un mese all’incirca ch’egli era a Bicètre, sottoposto ad un regime di cura di cui si aspettavano i più felici risultati, allorchè un avvenimento impensato sopraggiunse, il quale gittò l’intera Parigi nello stupore, per uno dei più strani casi che fosse mai avvenuto nella commedia della umana vita.

III. LO SPERIMENTO