La cella dove era stato messo il Lennois era l’ultima di una lunga seguela di camerelle. Un gran terrazzo, da cui si scendea in uno spazioso giardino molto dilettoso, si apriva in questa sua cella, e serviva per que’ dementi i quali, venuti in più tranquillo stato, aveano d’uopo, per prescrizione de’ medici, di respirare l’aria fresca ed ossigenata degli alberi. Queste passeggiate, le quali non si permetteano che in certe ore del giorno, erano spesso feconde di felici risultamenti; imperocchè il moto regolare molto contribuisce a calmare quella specie di agitazione nervosa che accompagna sempre lo stato dell’insania.

In sul cominciamento della follia di Federico, simiglianti passeggiate non gli eran consentite, però che era troppo esasperato lo stato della sua fibra, a tal termine, da non poterglisi permettere libertà di movimenti, o almeno da non poterlo lasciare uscir fuori della sua cella. Ma posciacchè un mese fu scorso dalla sua permanenza a Bicètre, essendo di molto calmati l’effervescenza ed il furore, gli venne prescritta la passeggiata lungo i viali del giardino.

Sogliono per le prime volte i custodi accompagnare i matti in tali passeggiate per isperimentare se questi sono a bastanza rimessi e tranquilli, e per incuter loro un certo timore, nel caso che volessero spingersi ad atti di violenza. Ma di poi che si sono assicurati, per alquanti giorni, della disposizione più dolce e riposata degl’insani, li lasciano in loro libertà, restituendoli in certo modo a quello stato che faccia ricordar loro il tempo in cui non erano assoggettati alla guardia e alla continua ispezione di un uomo. D’altra parte, il giardino, in cui passeggiano i dementi di Bicètre, è circuito da alte mura, e ben difeso da ogni lato: i viali di giocondi arbuscelli son simmetrici e ordinati in guisa da offrire una comoda passeggiata, e senza veruna di quelle cose le quali potrebbero diventar dannose ad uomini privi d’intelletto. Egli è appunto come se fosse luogo destinato ad esser percorso da bambini i quali provino i loro primi passi: non vi è niente di tutto ciò che può formare oggetto di pericolo o di tentazione a quegl’infelici privi di ragione; nessun vivaio, nessuna fonte, nessun pendio: un ordine direm quasi ragionato regna in quel recinto ombroso ed ameno, dove le più ridenti aiuole di fiori spezzano un poco la monotonia dei lunghi viali.

Con prudenza e con avvedutezza si permette a’ dementi qualche volta il passeggiare a due a due o a crocchi; affin che possano ragionar tra loro, o, per meglio dire, scambiar tra loro parole più o meno vuote di raziocinii. Simiglianti pratiche non sono del tutto infeconde di beni, e non rare volte, la mercè di esse, si sono sperimentate guarigioni credute impossibili o almeno difficilissime.

Durante l’estiva stagione, sogliono i dementi di Bicètre trarre a queste passeggiate nelle prime ore del mattino o verso il tramontar del sole, quando le aurette della sera incominciano a rinfrescare le calde esalazioni della terra. La primavera copriva di rose e di mammolette le aiuole del giardino e rivestiva di giovine fogliame gli arbusti de’ viali. La natura sembrava rinascere più bella e rigogliosa di vita: un nembo di profumi che parea venir dal cielo si riversava dai poggetti circonvicini seminati di aromatici fiori e di piante odorifere: schiere di giocondissimi augelli si abbatteano, quasi ebbri di felicità, su i rami degli alberi, mischiando i loro striduli e svariati gorgheggi, interrotti soltanto da qualche lontano colpo di schioppo tirato da qualche cacciatore de’ dintorni.

Questa soavità di natura parea che volgesse a più ragionevoli disposizioni le misere creature ritenute nel manicomio di Bicètre, le quali avresti vedute, in sull’ora prima del mattino, andarne a braccio l’una del l’altra lungo i viali; e tra loro così compostamente discorrere su svariati subbietti, nè più nè meno che se ragionato avessero nel pieno lume dell’intelletto. Ad alcuni di loro le fattezze del volto sembravano anche più rischiarate ed aperte; ad altri la fosca taciturnità cedeva il posto ad una sconnessa loquacità, la quale accennava per altro ad un ritorno a più miti sensi; era insomma nell’aria della rinata primavera qualche cosa che dolcemente ricercava le fibre di quegl’infelici, nei quali sembrava smuovere le antiche affezioni dell’animo.

E lo stesso avveniva per Federico Lennois, la cui demenza era caduta in una profonda ipocondria. Egli mostravasi docile e obbediente a tutto ciò che si volea da lui; mangiava poco ma compostamente; dormiva con calma; e, se la ciera allucinata e qualche strana proposizione non avessero testificato tuttavia la sua insania, si sarebbe potuto credere alla perfetta guarigione della sua mente. Ei più non vedeva Ugo Ferraretti in tutte le pallide sembianze; più non mettea spaventevoli strida alla vista o al nome del ferro; più non si ostinava a rimaner digiuno per tema di avvelenamento. I medici dello Stabilimento, i quali erano obbligati a dare all’autorità periodiche relazioni sullo stato di mente del condannato Federico Lennois, scriveano già esser vicina la costui guarigione.

Ci affrettiamo a far conoscere a’ nostri lettori che sir Eduardo Horms, riconosciuto innocente o almeno giustificato sulla morte di Giustino Victor, non aveva avuta altra condanna che quella di abbandonare tra un mese il suolo della Francia. Quest’anima nobile e generosa avea spronato la famiglia Victor e Luigia Aldinelli a presentare al re una supplica, affinchè la pena, cui era stato condannato lo sciagurato giovine Lennois, fosse stata scemata o commutata, nel caso che avesse riacquistata la ragione. Una tal petizione, presentata da coloro medesimi che avevano portato querela contro il Lennois, mosse vieppiù la clemenza del monarca, e la pena de’ ferri fu commutata in quella del perpetuo esiglio dal regno.

Allorchè la grazia sovrana fu letta a Federico, costui non diè segno alcuno d’intelligenza. Non ostante le speranze che i medici faceano concepire della sua prossima guarigione, ci era da scommettere che il perpetuo esilio non avesse a tradursi in una perpetua permanenza a Bicètre.

Due altri mesi all’incirca passarono senza novità veruna nello stato del Lennois, tranne che un giorno gli venne offerto alla vista un visitatore, che avrebbe dovuto fare su lui una qualche impressione, ma che ciò non pertanto non parve esser da lui riconosciuto. Questi era Maurizio Barkley, il quale, poscia che aveva adempiuto al suo debito di salvare un innocente amico ed ismascherare il delitto, era tornato a quella consuetudine dell’animo suo dolcissimo, affettuoso e perdonevole, ed oggi avrebbe voluto, a costo del proprio sangue, riaccendere il lume della mente di Federico, il cui miserevole stato gli moveva il cuore a pietà. E questa sua visita non era stata la prima; ma spesse volte egli era andato a chieder contezza del matto, ed aveva interrogato i medici, offrendo la sua borsa ai custodi, affinchè fossero stati inverso il misero infermo prodighi d’ogni maniera d’assistenza e di riguardi.