Maurizio aveva visitato benanche parecchie volte la famiglia d’Orbeil, la quale, benchè un anno all’incirca fosse passato dalla morte di Giustino, non sapea ritrovare altra consolazione, che nel ragionar di lui con quei pochi amici che traevano a vederla, fra i quali qual degno posto occupasse il Barkley non diremo: egli era l’uomo che si faceva amare da tutti per le carissime doti del cuore, e per quel culto onde venerava e serviva l’amicizia. Maurizio amava soprattutto e con molta particolarità il giovine Augusto, il quale si era mostrato sì caldo e appassionato amico di Giustino Victor.
Il mese di giugno volgeva al suo termine, quando accadde a Bicètre lo strano avvenimento cui abbiamo accennato nel precedente capitolo, e che ci accingiamo a narrare.
Il manicomio di Bicètre, siccome abbiam detto, è esclusivamente destinato agli uomini, come quello della Salpètriere alle donne: debbesi non per tanto far notare che all’ospizio di Bicètre, per particolari raccomandazioni o per altri motivi di eccezioni, si suole eziandio dar ricetto a qualche povera demente. Segregate dal corpo dell’edificio, havvi alcune stanze riserbate a queste eccezioni in favore del debil sesso; e queste stanze riescono colle loro finestre, guardate da inferriate, sovra il giardino dove i dementi sogliono trarre a passeggiare. Situate ad una certa altezza, queste finestre ricevono tutte le benigne e soavi esalazioni del sottostante giardino.
Un giorno, Federico Lennois era uscito pria degli altri suoi compagni, a passeggiar ne’ viali: egli era solo. Una dolce serenità era sparsa sulle sue sembianze, ridotte ora così pallide e smunte da non poterle più riconoscere: la pena con che Dio avea fulminata quella esistenza aveva in qualche modo rischiarata la fronte di quell’uomo, e ne avea cancellata la macchia onde il delitto l’aveva bruttata. Federico si accostava ogni giorno vieppiù alla sua guarigione.
Egli adunque stavasene tranquillamente passeggiando nel giardino, allorchè, levati per avventura gli occhi dal suolo, ove pel consueto li tenea conficcati, ebbe veduta, ad una delle stanze delle folli, una donna che si era avviticchiata a’ ferri della finestra, e che parea guardar lui con somma attenzione. La luce del sole che tramontava rischiarava interamente le fattezze di lei.
Non sì tosto Federico ebbe scorta quella demente, mise un altissimo grido, e si diede precipitosamente a fuggire, compreso da spavento grandissimo. Rientrato nella sua cella, egli tremava tutto come colpito da convulsione nervosa, ed era andato a rincantucciarsi dietro il suo letticciuolo, dal quale sito nessuna persuasione potè trarlo. I custodi e i medici non sapeano a che attribuire questo strano fenomeno; gli domandarono se alcuno oggetto avesse veduto che gli avea desto spavento, e Federico, senza rispondere, digrignava i denti, dava segni di paura, più si stringea ed afferrava a’ ferri del letto, ed il suo sguardo esterrefatto esprimeva un invincibile terrore.
Più non fu possibile d’indurlo a passeggiar nel giardino. Ma, a capo di qualche settimana, ad uno dei primi medici dell’ospizio venne un pensiero. Egli era certo che Federico avea veduto nel giardino qualche oggetto che gli avea fatto paura, o che gli avea ridestato una molto dolorosa rimembranza. «Il regno delle rimembranze è il supremo rimedio della follia, avea detto tra sè l’uomo della scienza: ei fa d’uopo richiamarlo nella mente degl’infermi; adopriamoci adunque a discoprire quale è stato l’oggetto che ha prodotto sì terribile impressione sull’animo del Lennois, e ripresentiamolo ai suoi sguardi, nella speranza di oprare su lui una crisi salutare.»
Condotto da questo acconcio e filosofico ragionamento, il medico non istette un gran pezzo a sospettare che forse una delle donne rinchiuse nelle attigue stanze, le cui finestre riescono sul giardino, avesse cagionata nel Lennois quella forte impressione di spavento. Bisognava indovinare qual si era di esse; il che nemmanco gli riuscì gran fatto difficile. Imperciocchè in quelle stanze non erano che solo tre donne, una delle quali era ammalata a letto con dolori alla gamba da non permetterle di muoversi e recarsi alla finestra; laonde una delle altre due esser dovea quella che ei Ricercava. Egli fece dapprima presentare agli sguardi di Federico la più giovine delle due; ma sembrò che costei non producesse nessuna impressione sul demente, il quale guardolla con indifferenza, e senza fare alcun segno di compiacimento o di dispiacere.
Ma qual differenza allorchè l’altra gli fu offerta alla vista! Avviticchiato a’ ferri del suo letto, Federico mettea tali strida che l’ospizio intero erane assordato, e cercava di nascondere il volto nelle materasse, quasi per non farsi riconoscere da quella donna. La quale, benchè non avesse ancora raggiunta l’età del dechinamento, chè non le si poteano dare più di un quarantacinque anni, portava non per tanto su tutta la persona le ruine dello sfacelo morale. Questa donna avea dovuto esser bella sopra modo; ciò si scorgea facilmente alla dilicata regolarità delle fattezze del volto, alla incomparabil forma e al colore degli occhi, alle chiome lunghissime, che ora in pieno disordine le cascavano giù pel collo e per le spalle.
Quando questa donna si vide alla presenza di Federico Lennois, rimase dapprima immobile nel mezzo della stanza: uno straordinario eccitamento lampeggiava ne’ suoi occhi; ella guardava il giovin demente, e si cacciava ambo le mani su per la fronte e tra i capelli, come se una dolorosa sensazione vi fosse di repente scoppiata; le grida di colui pareano ridestarle un molesto passato, che ella si affaticava di ritrovare tra le macerie della sua ragione.