Parecchi medici dell’ospizio erano testimoni di questa scena, da cui si riprometteano salutari effetti per entrambi gl’insani. Era chiaro che quella donna e quel giovine si erano dovuti conoscere, e che tra loro ci era stata per lo addietro una di quelle aderenze le quali non di leggieri vengon poste in oblio. Il medico che avea pensato a tale esperimento non istimò limitarsi a questo saggio: volle fare un altro tentativo.

— Federico Lennois, riconoscete voi questa donna? chiesegli ad alta voce.

Come tosto questo nome ebbe colpito l’orecchio della pazza, un sussulto la colse, e mise un grido, come se fosse stata ferita nel capo; si gittò a dietro le spalle i capelli che le eran tornati sulla fronte; gli occhi sembravano sghizzarle fuori dalle orbite; una vampa ardentissima le accendea la faccia.

— Federico Lennois! — ella mormorava digrignando i denti — Federico Lennois! Oh! oh! Mio figlio!

E un fragoroso scroscio di risa, seguito da strani gesti d’allegrezza accompagnava quel nome che ella pronunziava di frequente, dicendo sempre con un sentimento d’incredibile ironia la parola: Mio figlio!

Federico intanto, cogli occhi stravolti da un irrefrenabile spavento, guardava... Zenaide, la madre sua! Un tremor convulsivo l’aveva assalito; un sudor di morte bagnava la sua fronte.

La Zenaide rideva a colpetti: dicea cose che non si comprendeano; si avvicinò al disgraziato giovine, accovacciato sempre dietro al suo letticciuolo; colle due mani gli afferrò la faccia, e ripetea sempre:

— Mio figlio!... mio figlio!...

E rideva a sganascio. Poscia cessò di botto da ogni ilarità; il suo viso diventò serio, conturbato, ed ella mormorò:

— Al Castello... a Auteuil... Augusto, Augusto...