Questo nome che sembrò ella avesse cercato nel proprio capo, e ora avea ritrovato, operò un’altra crisi singolare.

Zenaide si strappò i capelli, si lacerò le vesti, e ruppe in un pianto così dirotto, che i medici ne trassero buon augurio per la sua ragione.

Era ormai tempo di allontanarla dalla stanza di Federico Lennois. Il medico si avanzò verso di lei.

Ella il ragguardò con occhio in cui splendeva un raggio d’intelligenza.

— Non vi chiamate voi Luigi Reynold?

— Per lo appunto, rispose il medico sorpreso che la matta conoscesse il suo nome.

— E non foste voi, ripigliava colei dopo alcuni momenti di silenzio e di lagrime, non foste voi che assisteste al parto doloroso della Viscontessa d’Orbeil al Castello di Auteuil?

— Io propriamente, rispondeva il medico con batticuore che mai così forte avea provato in sua vita.

Zenaide cadde in ginocchi in mezzo alla camera: i suoi begli occhi nuotanti in un mar di lagrime erano volti al cielo.

— Oh.. io non sono più folle!.. Dio, Dio mio... che sogno orribile è quello che ho fatto! Oh, conservami, gran Dio, conservami la ragione pochi momenti almeno, pochi momenti, affinchè io possa rendere a questo infelice (e indicò Federico) ciò che gli ho tolto... Pochi altri istanti di vita e di ragione. E tu, figlio mio, perdonami, perdonami... Dio lo comanda... Egli rischiara la mia mente pria ch’io spiri, ad oggetto ch’io sveli il mio esecrato delitto, per cui la sua Divina Giustizia mi ha fulminata nello intelletto...