Molti fedeli eran raccolti in quella chiesa, all’ora del vespero, cantavasi il Miserere dello Zingarelli.
Tra le voci di donne era una, la quale non sappiam dire quanta soavità si avesse: non era una donna che cantava, sì bene un angelo che pregava.
Questa cantilena che trova i suoi accordi nelle ime latebre del cuore; avea commossi fino alle lagrime i fedeli radunati in quel tempio, ed in ispezialità avea prodotto una gran commozione nell’animo di una signora, la quale al vestimento e al volto si appalesava ragguardevole straniera.
Questa donna sembrava facesse violenza a sè medesima per rattenere un impeto di lagrime che quel canto le suscitava: cogli occhi alzati verso il Coro, e interamente compresi da stupore e da tenerezza, ella cercava con avidità di raffigurare il volto dell’angelo che cantava; ma la pochissima luce che arrivava su quella parte rimota della chiesa non permetteva a lei lo scernere l’oggetto delle sue ricerche.
Quando il Miserere fu finito, questa dama, che aveva dietro alla sua sedia un domestico in ricca livrea, mandò questi a pregare da parte sua la portinaia conversa, perchè le si desse il permesso di vedere la monaca che avea cantato l’assolo del Miserere. Nessuna difficoltà fu trovata a tale innocente dimanda. La nobil dama venne introdotta nel sacro collegio delle religiose, e le fu presentata colei che tanta commozione le avea prodotta.
L’incognita fu scossa dalla singolar bellezza della monaca, e massimamente dall’aria di dolore onde pareano soffuse le sue sembianze. Con grande effusione di cuore abbracciolla, e le dimandò in francese il suo nome e la sua patria.
— Luigia Aldinelli, rispose la novizia.
— Luigia Aldinelli! esclamò con somma sorpresa l’incognita; e di qual paese siete voi?
— Di Pisa, e orfana.
Una fiamma incendiò le sembianze della dama; un lampo di gioia brillò nel suo sguardo.