Talvolta la luce del giorno, abbattendosi su quelle tombe, sorprendeva il giovinetto artista nelle sue malinconiche meditazioni. La luna si alzava dietro un ceppo di mausolei, come la pallida faccia d’una vergine estinta, e covriva colla sua antica luce quei sarcofaghi di marmo bianco e nero. Allora i cipressi prendeano figure fantastiche e rassembravano alle ombre dei morti ritti su i loro sepolcri. E, quando la sera si avanzava, il maestoso campanile torreggiava nel cielo, come un sublime pensiero di religione che nascesse da quegli avelli.

Nudrito fin da fanciullo nella lettura delle Sacre Pagine, Ugo avea sulle labbra e nel cuore le racconsolanti parole dei sacri salmi dei morti, che egli mormorava a suffragio delle anime dei suoi, i quali dai loro sepolcri pareano dirgli: Figlio, fratello, prega pe’ tuoi cari: partiti, ma non estinti siamo.


È indicibile la soavità che piovea sull’anima di Ugo, dopo aver recitate fervide preci su le fosse de’ suoi. Le lagrime abbondanti che gli scorreano dalle ciglia erano rugiada dolcissima al suo cuore. Egli pensava con estrema tenerezza alla cara madre sua, che un giorno sarebbe forse venuta a piangere e a pregare su la tomba di lui; il suo amore gli creava questa dolcissima illusione; imperochè egli era ben sicuro di morire pria di lei. Ei ricoglieva un fiore nato il mattino su la fossa del padre, il baciava bagnandolo di lagrime, e caramente il conservava per recarlo alla mamma che lo aspettava. Quel fiore, comecchè sbucciato su la terra dei morti; dava olezzi del cielo, siccome le speranze che nascono da’ sepolcri.

Ugo ripeteva i bei versi di un giovine poeta napolitano, rapito nella età di anni 21 all’amore, all’amicizia, alla gloria[3]:

«Dolce alle scompagnate alme è la pace

De’ patrii cimiteri,

E quando l’armonia del giorno tace

Co’ torbidi pensieri,

E quando vien da una chiesa lontana