— Dieci soldi! sciamò il giovinetto atterrato dallo avvilimento; oh madre! madre mia!

— E l’assicuro che glielo fo per amicizia: un altro non avrebbe ottenuto tanto da me; ma io fo stima del suo ingegno e dei suoi lavori; e mi sta veramente a cuore di non perdere la sua pratica.

Questo terribile gallicismo compì l’opera di carità del signor Paillard, il quale, tratto dai baratri dei suoi tasconi due o tre grosse monete di rame, le mettea gravemente nelle mani del giovine artista, il quale, abbrancolle con una stretta convulsiva di nervi.

Ugo si trovava in tanta prostrazione di animo ed in tanto bisogno di danaro, che non pur quel quadretto, ma per meno di dieci soldi avrebbe sibbene venduta la vita, tutto!

Quel quadretto dell’Addolorata fu poco tempo appresso venduto alla casa Righetti di Livorno per la somma di lire 500.

IV. IL CAMPOSANTO DI PISA

La Torre pendente, la Cattedrale ed il Camposanto sono i tre edificii che richiamano la curiosità dei viaggiatori, che visitano la celebre città del Conte Ugolino contro la quale con tanta stizza fulminava le sue imprecazioni il gran poeta ghibellino. Ed in vero, questi tre edifizii; per magnificenza di costruzione, per importanza di storiche memorie, pel gran numero di preziosi monumenti d’arte, sono a giusto titolo da porsi tra i più considerabili delle città della penisola, e non è maraviglia se in ogni stagion dell’anno un numeroso concorso di visitatori vengono a tributare un saluto e un omaggio a quei luoghi e a quei marmi.

Ma, sopra tutto, grandioso e solenne è il Camposanto, ove riposano le ossa dei Pisani. Se quello di Napoli è più bello per l’amenità del sito e per isvariata magnificenza di mausolei, quello di Pisa ha un carattere più maestoso e più grave, ed ispira più tristezza e raccoglimento. La sua forma è un gran quadrato, circuito da portici, e rivestito di marmo alla faccia esterna ed interna. Antichi e pregevolissimi quadri adornano tutto il sacro recinto, tra i quali le sei classiche dipinture del Giotto, rappresentanti la storia di Giobbe. Avvi eziandio il quadro del Giudizio finale, tratto da Orgagna: allato di questo quadro è dipinta la morte dell’uomo e lo stato a che riducesi il suo corpo divenuto cadavere. Veggonsi perfettamente effigiate tre tombe dischiuse, in una delle quali è un corpo che incomincia a corrompersi; nell’altra, un corpo già quasi interamente spoglio di carni; e nella terza, uno scheletro. Queste dipinture allogate presso al luogo dello sfacimento dell’organismo umano producono un’impressione profonda e terribile.

Tra i più notevoli mausolei di questo Camposanto osservasi la tomba del giureconsulto Decio, ornata di bassorilievi e arabeschi, lavorati secondo il gusto antico; quello di Matteo Curzio, filosofo e medico, opera di Artolfo Lorenzi, ottimo allievo della scuola di Michelangelo, ed altro con epitaffi ed iscrizioni del tempo in cui la città di Pisa governavasi a repubblica.

Tre modeste croci sovra tre fosse, poste a pochi passi di distanza l’una dall’altra, indicano l’ultimo asilo di Luigi Ferraretti e dei suoi figliuoli. Tre cerchi di mortelle assiepano le tre fosse. Alle due punte delle sbarre trasversali delle croci sono le iniziali dei nomi degli estinti. Queste iniziali rappresentano tre ricordanze tenerissime e tre mucchi di ceneri. Quasi una volta al mese, Ugo visitava questo recinto di morte, per deporre tre sorti di rose su quelle tre fosse. Ed ogni volta che i suoi passi avvicinavansi a quella muta città dei defunti, il giovinetto era preso da tale batticuore che non potea respirare. Ma, piuttosto che aggravare la sua tristezza, queste visite periodiche al Camposanto versavano un’arcana dolcezza sull’anima sua: la morte perdeva in qualche modo, agli occhi di lui, l’orrore della sua solitudine, però che, quando a Dio piacesse di chiamare al cielo lo spirito immortale, il suo corpo avrebbe avuto anch’esso una croce, simbolo della clemenza di Dio verso l’uomo, simbolo di pace, di carità e di amore. Le fresche e odorose aurette del cielo, la pura e serena luce del sole rischiaravano quei filari di fosse, ognuna delle quali avea forse al di là di que’ portici un rimpianto carissimo, un desiderio perenne e inconsolabile, una vita di reminiscenze, e un mondo di affetti nel cuore di qualche superstite. La dolce serenità di quel campo di ossami parlava all’anima un linguaggio misterioso, e le rivelava, al di là dell’azzurra volta del cielo, la immarcescibile corona dei Giusti e la felicità senza fine.