Era la stagione estiva, e Pisa si spopolava di abitanti, de’ quali i benestanti si ritiravano a Livorno, a Firenze, nelle montagne o a’ bagni pubblici, a qualche miglio dalla città. Ne’ calori dell’està, l’aria di Pisa diventa malsana, e la maggior parte de’ forestieri che non vi sono avvezzi vi periscono.

Ugo si ritirava la sera stanco morto, e si gittava sul suo letticciuolo qualche volta non rifatto dal giorno precedente, dove indarno egli invocava il balsamo del sonno: tutta la notte ei si dimenava in sulle ardenti materasse, or pregando, or piangendo, or tossendo. In sull’alba il sonno gli scendea sulle pupille come il bacio d’un fratello o d’una madre; ma, poco di poi che aveva attinto nel sonno un’ombra di forza, ei si rigettava dal letto, vestivasi in fretta, e usciva, dirigendo i suoi passi verso quella parte della campagna di Pisa che mena alla Cascina.

Per più di due ore Ugo camminava per vie tramezzate da paludi formate dagli straripamenti di Arno: i suoi piedi affondavano continuamente nella bolletta e nella melma. A capo di due ore all’incirca di cammino, la strada si facea meno malagevole: ma subitamente ritornavano le difficoltà e l’asprezza del cammino, soprattutto in un gran bosco di sugheri e di querce, in cui non era strada del tutto, e di cui gran parte era inondata. Questa foresta coperta d’alberi difendeva almeno dagli ardenti raggi del sole; e quivi, all’ombra di qualche gran mirto, Ugo riposavasi alquanto per riprender lena e giungere alla meta di cui tutt’i giorni ei si dirigeva.

Noi non ardiremo seguitarlo fin dove egli fermava i suoi passi, e ci terremo contenti nel dire che questa sua giornaliera peregrinazione durò per molto tempo. Ma, sopravvenuta la stagione del freddo e delle piogge, Ugo mise qualche intervallo alle sue gite alla Cascina dove andava soltanto nelle giornate di sereno.

Una gran trasformazione erasi operata nell’animo del giovine artista, della quale era ben difficile indovinar la cagione. Ugo era sempre distratto, come se un sol pensiero gli stesse in mente: egli era sempre malinconico; ma qualche volta una gioia sovrumana parea che sfolgorasse sul suo sembiante; e talvolta una crudele disperazione parea che gli acciuffasse il cervello ed il gittasse in balia de’ più sinistri proponimenti. Spesso, allorchè, affranto dalla stanchezza, ei tornava in sulla sera alla Casa di Satana, Ugo si abbandonava sul suo letticciuolo e disfogava in un mare di lagrime l’acerbo dolore che gli premea sul cuore! Oh come erano orribili quei momenti di solitudine pel misero giovine! Nissuna amica voce il confortava, nissuna mano gli tergea le copiose lagrime. Allora lo sventurato artista cadeva in ginocchio alla sponda del letto; alzava al cielo gli occhi nuotanti in lagrime e pregava.., pregava... pregava l’Addolorata Vergine, e a lei confidava ad alta voce i segreti dell’animo suo, a Lei si apriva interamente come ad una tenerissima e cara madre.

E la preghiera ridonava all’animo suo la serenità, la fiducia, la speranza. Una mano soprannaturale parea che scendesse a rasciugare le ciglia di lui: una voce misteriosa parea che facesse udirgli parole che gli arrecavano una consolazione grandissima. Dopo aver pregato con tutto il fervore della fede e della speranza, Ugo rimaneva immobile in ginocchio, alla sponda del letto, cogli occhi sempre rivolti al cielo, e colle mani congiunte in atto della più divota umiltà. Una mezz’ora passava in questa soavissima elevazione dello spirito, in questa misteriosa e sublime espansione di un cuor trafitto, che attinge sollievo e forza da Dio e dalla più diletta ed Immacolata Creatura di Dio.

E quando serenatosi l’animo e confidente, Ugo si cacciava sotto la coperta per ritrovare il balsamo del sonno, che è al corpo ciò che la prece è all’anima, egli pensava:

La preghiera non è forse il più gran dono del cielo? Non è l’espressione naturale dei nostri bisogni, delle nostre miserie, de’ nostri patimenti?

Non prega forse ad ogni momento l’intero creato che ne circonda? Le mille voci di pianto, che partono dai luoghi di dolori e di miserie, non sono preghiere rivolte a Colui che volle esser chiamato NOSTRO PADRE?

E la natura inanimata non prega ella forse nel suo misterioso linguaggio? Gl’indistinti mormorii che si esalano dal seno delle convalli, lo stormir dei fogliami, l’armonia delle acque, il fremito destato dall’aleggiar de’ venti; e il solenne rombo del tuono, lo squassar delle antiche foreste, i ruggiti dell’Oceano, e il milione di voci degli animali tutti, che sono in sulla terra; non è questa una continua preghiera, un concerto di lodi all’Altissimo pel gran miracolo di conservazione che si opera ogni dì, e nel tempo stesso l’attestato più schietto della debolezza di tutti gli esseri e di tutte le cose create, le quali rientrerebbero nel nulla, senza il perpetuo amore che le sostiene?