La luce che rischiara il creato, e gli Astri innumerevoli che a notte rivelano la Gloria di Dio, non volgono incessanti preghiere all’Essere che col suo braccio possente e invisibile li tien sospesi tra due abissi, ove si perde l’umana ragione?
Il tempo che disperde e accumula i secoli, siccome il vento disperde e accumula i granelli di sabbia, non è forse la tacita e perpetua preghiera della Creazione?
E l’uomo, questa creta portentosa, che da un punto impercettibile del creato scruta le profondità de’ cieli, e segna il corso degli astri, l’uomo, quest’essere assetato di felicità, questo tipo del grande e del misero, non ha egli d’uopo di pregare ad ogni istante della vita sua? Le nostre pupille non sono fatte per guardare in cielo?
Le umane passioni non sono forse il più ardente linguaggio della preghiera?
Oh misero, mille volte misero chi mai non prega! Quando le passioni, il mondo, la vita gli sfuggono, che farà egli?
Questi pensieri si aggiravano nel capo del caro giovinetto, innanzi ch’ei chiudesse gli occhi al sonno.
Gli amantissimi nomi del padre, della madre e de’ fratelli si mischiavano sempre nelle sue litanie e nelle sue orazioni alla Vergine Addolorata.
Ma, da qualche tempo, un altro nome, un altro carissimo nome veniva ad ogni istante sulle labbra di Ugo Ferraretti; e questo nome mettea nel cuor di lui una dolcezza febbrile, gli dava sussulti di gioia e di angoscia inenarrabili, e popolava ormai l’avvenire del giovine artista di larve adorate, di seducenti immagini che gli scottavano la fronte.
Quel nome era in oggi l’ultimo che mormoravano le sue labbra, prima che il sonno facesse succedere nell’animo di lui un altro mondo ideale a quello della realtà.