E Dio benedisse e ricompensò la virtù di Ugo Ferraretti, accordandogli la purissima fiamma dell’ispirazione.

Non tenteremo di descrivere le peculiari bellezze che il pennello del Ferraretti facea nascere sulla tela. Bisognerebbe che facessimo assistere i nostri lettori ad ogni seduta del giovin dipintore, e, ancorchè ciò facessimo, non sapremmo far loro minutamente osservare o ammirare il portento che ogni tratto di pennello creava: il genio ha i suoi misteri, che egli stesso talvolta non comprende; la mano esegue ciò che la ispirazione le detta, e i dettami di questa non sono traducibili in nessuna lingua dell’uomo. Bisognerebbe far passare negli animi de’ nostri lettori i sentimenti medesimi che agitavano di perplessa gioia l’anima del Ferraretti ad ogni sfumo che si disegnava sulla tela, quasi tocca da magica bacchetta.

Il quadro rappresentava l’interno d’una camera, il cui fondo scuro, alla maniera fiamminga, dava risalto grandissimo alla bianca figura di donna che, colle mani congiunte e cogli occhi rivolti al cielo, poggiava ambo le ginocchia al suolo, sostenendo appena il destro fianco alla panchetta di un letticciuolo messo di scorcio. Tutto rivelava la miseria e l’abbandono: quella donna avea sulle sue sembianze una giovinezza di dolori: l’innocenza vi trasparia e con essa la fede più viva: avea gli occhi e i capelli neri, d’una soavissima bellezza, il volto allungato da’ patimenti dell’animo, ma pur sì bello che lo sguardo vi si fissava con amore...

Una veste di mussolina d’un azzurro sbiadato copriva la leggiadra persona; lo scollo alquanto basso lasciava nudo un collo di avorio e la parte superiore del petto, mal difesa da una rozza pezzuola gittata sulle spalle colla noncuranza propria di chi ha una gran pena nel cuore.

— Questa lievissima offesa al pudore smoria nel sublime atteggiamento che riportava i pensieri dei riguardanti ad una sfera superiore ad ogni bassa passione.

Non è dicibile con quale arte e naturalezza era messo il fazzoletto sulle spalle di quella fanciulla.

Si vedea che la pena e gli affanni, per cui ella pregava, le avean fatto per un istante, solo per un istante, porre in obblio la natural modestia; nel quale momento di obblio parea che si giovasse un’auretta finissima che venia da una finestra dischiusa, e che iva sollevando il leggiero lino.

Da quella finestra discoprivasi in distanza la Cattedrale di Pisa, come per dare un’idea del luogo ove la scena accadeva.

Le pupille della fanciulla voltate al cielo lasciavano discoperta la sclerotica degli occhi bianchissima e velata da una nebbia di pianto: però il cielo, che quelle pupille cercavano, era disceso in esse, tanta era la soavità che da quelle partiva, e che si diffondea su tutto l’ambiente del quadro.

Le labbra semi aperte avean forse mormorato un nome assai caro, che parea vibrasse ancora nella loro tremula oscillazione: la preghiera, in fondo di quell’anima, rivelava l’amore; ed ella stessa, l’innocente creatura, non sapea forse esprimersi altrimenti che col linguaggio dell’amore.