Questa passione nella sua purità era scolpita in tutt’i tratti della figura: e la Religione, interprete scusatrice appo Dio di tutte le umane debolezze e miserie, le dava un carattere solenne e rispettabile.
Le mani congiunte in atto di rassegnazione, di umiltà, di speranza erano di una perfezione inarrivabile e d’una morbidezza che vincea la stessa natura: un anello, un semplice cerchietto d’oro, era al dito anulare della mano destra: ricordo forse tenerissimo di una madre, di una sorella o di altra persona.
Ma ciò che sovrammodo attestava il genio dell’artista era la massa de’ capelli della giovinetta che pregava. Era in essi quel disordine naturale a chi è preso da una prepotente passione: alcuni truccioletti le veniano staccati sulla bella fronte, ombreggiandone il niveo candore. La foltezza della scompigliata massa in sulla coppa del capo rivelava l’ardenza malinconica di quella natura appassionata: que’ capelli erano così vivi, così naturali, che facea d’uopo del ministero del tatto per assicurarsi che erano dipinti e non veri.
Tutta la scena era rischiarata dalla pura luce dell’alba, i cui rosei colori si vedeano spuntare dalla dischiusa finestra. Questa luce modesta investiva di scorcio le sembianze dell’inginocchiata: il resto della camera era ancora soggetto a quelle mezze ombre che attestano le tenebre della notte non del tutto cessata.
Oh perchè non possiamo ad una ad una particolareggiare le meravigliose bellezze di questa dipintura! Perchè non possiamo mostrarla agli occhi de’ nostri lettori nella sua sublime semplicità, nell’armonico suo tutto!
Oh se avessimo il potere di cangiare questa fredda pagina nella stessa tela, ov’ella nacque! Che cosa sono le imperfette e monche descrizioni quando si tratta delle opere del genio? Che può il freddo narratore a petto della realtà che lo abbaglia, e non gli lascia altro sentimento tranne quello dell’ammirazione?
Il concepimento, il disegno, il colorito, le ombre, la espressione, il dramma, tutto era grande in quel quadro, tutto additava un futuro Tiziano nel giovinetto malaticcio che facea passar l’anima sua su quella tela.
Quello che formava il pregio maggiore de’ lavori di Ugo Ferraresi, e massimamente di questo della Preghiera era la disposizione del fondo. Abbozzando i suoi quadri, egli traea profitto, come Rubens, non pure dall’abbozzo medesimo, ma eziandio da’ tuoni dell’impressione della tela.
Ugo schivava eziandio l’abito che si hanno non pochi pittori di dipingere interamente il nudo, per passar poscia alle vestimenta ed agli accessorii. Con tal metodo non può giammai ottenersi un perfetto accordo di parti, e l’effetto non ne risulta sì mirabile e limpido, come quando il tutto è stato osservato attentamente insin dalle prime pennellate dello abbozzo.
Ugo studiava in principal modo gli accidenti di luce, ai quali dava quelle graduazioni spiccate e forti che distinsero il Caravaccio e il Guido, e che han renduto sì pregevole la scuola fiamminga.