«Quando mio figlio verrà da me per congedarsi, io gli mostrerò questa lettera, lo stringerò tra le mie braccia, e gli dirò: Ora neppur la morte potrà rompere i vincoli che ci uniscono!. Ma con qual fronte mi mostrerò a mio figlio? Oh! se egli mi dimanderà di sua madre!... No... no, nulla gli dirò ancora... domani, con un pretesto, cercherò di trattenerlo con me per qualche tempo ancora... Mio figlio! Mio figlio! il figlio dell'infelice Juanita!... O Ente supremo, che reggi il mondo, questa è opera della tua mano onniponente!... Qual luce rischiara l'anima mia! Qual raggio divino tocca il marmoreo mio cuore!!! I miei figli; e figli miei... Dove sono? Che vengano, che io gli abbracci tutti e cinque, ch'io li senta qui sul mio cuore: Daniele, Federico, Eduardo, Luigia, Estella... non più divisi da me! Infelici creature da me abbandonate, oh mi perdonerete voi, n'è vero? Io vi opprimerò di tenerezza, di felicità: a forza d'amore cercherò di farvi dimenticare i torti che ho avuti verso di voi. Domani io più non sarò lo stesso uomo di quello che fui! Domani sarà per me giorno di luce e di verità! l'alba che sorgerà sarà per me l'alba di un'altra vita!... E tu, Maurizio Barkley, virtù incomparabile, tu mi salvasti la vita, ed or mi salvi l'anima. Dio mi ti fece incontrare nel cammino della colpa perchè tu mi avessi dischiuse le porte del cielo».
Edmondo s'inginocchiò nel mezzo della sua camera da letto, congiunse le mani, e, cogli occhi rivolti al cielo, profferì la seguente preghiera:
«Dio d'immensa misericordia e bontà, le cui leggi per tanto tempo ho calpestate e infrante, perdona le colpe della passata mia vita, e accetto il mio avvenire in espiazione dei miei peccati. Sorreggi col possente tuo ausilio le risoluzioni che tu m'ispiri questa notte, e feconda il mio pentimento co' tesori della tua grazia Celeste».
Edmondo restò circa un quarto d'ora genuflesso orando col pensiero. Indi si alzò, si svestì dei suoi panni, accese la lampada d'oro a fianco del suo letto, e si coricò. Per la prima volta il segno della Croce passò sulla fronte e sul petto di quell'uomo. Col capo abbandonato in su i guanciali, Edmondo pensava:
«Che felicità sarà la mia nel vedermi in mezzo a' miei figliuoli! Che nuova e dolce esistenza sarà questa! Con quanto amore li contemplerò seduti alla mia mensa! Io li legittimerò tutti e cinque: darò loro il mio nome e le mie ricchezze; farò che ritrovino sul paterno mio seno quelle gioie di cui la loro infanzia è stata defraudata. E le loro madri!... Infelici... Dio m'ispirerà sulla loro sorte... Com'esser debbono gentili e belli i miei figliuoli! E Daniele che tanto mi rassomiglia: Ah! ora comprendo l'inesplicabile simpatia che il costui sembiante eccitò in me fin dal primo momento che il vidi. Ora comprendo i moti del mio cuore. Quelle sue labbra sono dell'infelice Juanita! Figli, figli miei, e come ho potuto tenervi per tanti anni discosti da me! O cuor mio, non ribaltar così nel mio povero petto! E mio figlio è là, nella stessa mia casa, ed io l'ho tenuto più di un mese con me! Che aspetto gentile! che genio in quegli occhi!... Ed io volea farne il custode del mio cadavere!... Follia! follia! Domani lacererò lo stolto testamento, figlio dei lugubri fantasmi che assediavano la mia rea coscienza. Quando Iddio mi chiamerà ad altra vita, le mie spoglie mortali riposeranno in pace nella mia villa di Schoene Aussicht: i miei figli mi chiuderanno gli occhi... Morire nella grazia di Dio, in calma colla mia coscienza in mezzo ai miei figliuoli, non sarà questa la più bella delle morti? Lasciare un'eredità di affetti non val meglio che lasciare per nove mesi il disgustoso spettacolo d'un cadavere che desterà ribrezzo ed orrore in tutti quelli che il riguarderanno?... Richiamerò con me il mio caro Maurizio Barkley, al quale io debbo tanto che e sarà per me più che un amico, un fratello... Virtù impareggiabile, come sublime, Iddio ti avea posto al mio fianco per ispirarmi tutti i più dolci sentimenti, e per dischiudermi la via del pentimento. Maurizio Barkley, tu che mi hai conservato i figli, che spesso mi parlavi di loro, tu che non lasciavi mezzo intanto per cercare di commuovere il ferreo mio cuore, tu al quale io dovrò la felicità di una piena riconciliazione con me medesimo, Iddio ti benedica, com'io ti benedico, e come benedico per la prima volta nel Divino suo nome i miei cinque figli, Daniele, Federico, Eduardo, Luigia e Estella».
Pronunziando queste ultime parole, una calma celeste si sparse sulla sua nobile fisonomia: la natura reclamò i suoi dritti; il sonno si abbattè sulle stanche palpebre. Edmondo si addormentò pentito e tranquillo... per non più ridestarsi!
Eran due ore dopo la mezzanotte. Tutti i domestici del Baronetto erano immersi nel sonno. Un cameriere inglese, il più fido dei suoi camerieri, avea il suo letto poche stanze appresso a quella dove riposava il suo padrone. Essendo interna la comunicazione dal primo al secondo piano, una semplice bussola li dividea. Daniele avea lasciata aperta questa bussola... Egli era penetrato al secondo piano, senza aver bisogno di schiudere una porta. L'oscurità più fitta invadeva tutto il resto delle stanze dov'erano i dormienti. Daniele avea studiato tutte le posizioni, tutti i passaggi, tutt'i corridoi che menavano alla camera verde. Giunto in essa, per procurarsi un poco di luce egli non ebbe bisogno di far altro che aprire le imposte d'una finestra. Una luna limpidissima rischiarava l'orizzonte: i suoi raggi gittarono nella camera verde tanta luce quanta bastava per l'operazione che dovea far Daniele.
Durante il banchetto della sera precedente e nella confusione cagionata dal vino, Daniele si era destramente accostato al forziere indicato il mattino dal Baronetto, e ne avea involata la chiave ch'era ivi, avendo il Baronetto tolto di là alcuni oggetti che gli eran serviti pel festino della sera.
La scatoletta d'argento, che contenea la fatale polvere dell'Upas, fu tolta dal forziere. Un'astuzia infernale che altrove narreremo, avea prestato i mezzi a Daniele d'impadronirsi della chiave della scatoletta. Come aprirla e toccare la polvere mortale? Era questo il grande ostacolo, che Daniele superò, essendosi provveduto d'un lungo bastone, alla cui borchia avea attaccato un pezzettino di carta a forma di cono. Deposto a terra il cassettino, e, datovi un giro di chiave, col pomo del bastone sollevò il coverchio, e coll'altra estremità della mazza fece entrar nel cono di carta una quantità di quegli atomi distruttori. Durante quest'operazione egli si era chiuso ermeticamente la bocca e le narici con un fazzoletto.
Senza fare il minimo rumore, Daniele penetrò nella camera da letto di Edmondo, e stette qualche tempo immobile sotto l'uscio per accertarsi che questi era immerso nel sonno.